“Dal primo calcio della palla, fino al fischio finale…”

Esistono gesti perfetti. Momenti in cui tempismo, capacità e coincidenza si incontrano. Oltre ogni razionalità, quasi fosse frutto del destino. Questo, a causa della necessità umana di sognare, di desiderare un istante completo, un’opera assoluta. E può darsi che sia pura soggettività, un qualcosa che solo io posso comprendere fino in fondo. Ma se esiste e si è tradotto in arte, significa che non sono stato l’unico a bramarlo. L’arte del resto accosta le menti. Le passioni della mia vita sono tre: Cinema, Calcio e Musica. Esiste un’opera in cui esse collidono, creando un “tiro armonico di immagini” senza precedenti, una vera goduria per chi come me ama la magia del calcio. Un ritratto fedele ed un omaggio ad un campione, a mio parere il più grande giocatore di sempre: Monsieur le Football, sotto le note malinconiche dell’album di una band scozzese, in un film semidocumentaristico francese.

Zinédine Zidane, Mogwai.

Zidane: A 21st Century Portrait

Real Madrid – Villarreal CF. In campo ci sono i Galacticos, una delle squadre più forti della storia calcistica. Luís Figo, David Beckham, Ronaldo, Raúl, Roberto Carlos, Michael Owen, Iker Casillas, Walter Samuel… eppure, 17 telecamere inquadrano solo lui, Zizou. Non è la prima volta che si realizza un progetto del genere: qualcuno l’aveva già fatto in Inghilterra con un certo George Best, solo che all’epoca di telecamere ne avevano recuperate solo 8. Era appena il 1970, del resto, e Zinédine sarebbe nato solo due anni più tardi da una famiglia algerina di umilissime origini. Padre muratore emigrato a Marsiglia, che rinuncia a tornare in patria per amore della sua futura moglie. Un’umiltà e una passione genetiche, trasferitesi anche in campo con Zidane, dal suo primo minuto da professionista (esordio a 16 anni nel Cannes, un altro punto a favore della simbiosi delle mie passioni) fino all’orrendo finale della sua carriera (causato da un macellaio con la lingua lunga e sporca). Ma lui, un’oretta prima ha segnato un rigore a cucchiaio al portiere più forte di sempre in una finale mondiale. Di quel macellaio e di tutta la carne buttata al fuoco in seguito, Monsieur le Football non se ne fa nulla. Pochi anni dopo, al fianco di José Mourinho, uno che ha fatto vincere la Champions League al Porto del Trivela, presenta il suo libro intitolato “La semplice eleganza di un eroe”. Aforisma perfetto per racchiudere non solo la sua vita, ma il significato primordiale dello sport: semplice, elegante, eroico. Solo quattro squadre nella sua carriera, che di questi tempi sono poche (considerando che “Johnny Depp” Osvaldo si appresta a cambiare la quarta in un anno). Goal e assist, danze e magie, gesti tecnici e… qualche colpo di testa di troppo. Forse un po’ nervosetto, ma chi ha giocato a calcio sa che di stronzi in campo ce ne stanno a bizzeffe. Già, non avrebbe dovuto reagire così, ma lui ogni volta ne è uscito a testa bassa, consapevole dell’errore. Cosa che, probabilmente, non si può dire degli stronzi e dei macellai. Intanto è ancora là, nel team del Real, a vedere i suoi quattro figli maschi crescere tirando calci al pallone, sperando che un giorno, anche loro, possano riuscire ad accarezzarlo.

Real Madrid – Villarreal CF. Sul palco potrebbero esserci i Pearl Jam, i R.E.M. o Brian Eno… eppure le 10 tracce del film-documentario sono tutte dei Mogwai, band post-rock scozzese non molto celebre, da noi, ma dalla sonorità particolare e raffinata. Un nome che si sente qua e là, spesso senza conoscerlo affatto, ma che si aggrappa fortemente alla mia vita grazie a questo album (oltre alla provenienza del nome del gruppo, che deriva da uno dei miei film preferiti dell’infanzia, “Gremlins”. Un altro punto a favore per i nostri). Già da uno dei primissimi dischi ufficiali, “Young Team” (1997) – da notare la presenza della parola squadra generalmente associata agli sport – viene fuori la loro predilezione per la musica quasi esclusivamente strumentale, caratteristica che si riverserà nelle loro sonorità fino alla composizione della colonna sonora del film. La fortuna della musica scozzese (e della città di Glasgow in particolare) di quegli anni incrementa il loro successo, conducendoli alla pubblicazione di altri dischi in studio. “Rock Action” (2001), loro quinto album, integra definitivamente il mio personale e fantasioso, ma inesistente, collegamento tra la loro musica e il calcio. Ma poi nel 2006 esce l’LP in questione che mi fa pensare che, in fin dei conti, non sono così pazzo. Uno stile emozionale ma sintetico, quasi perduto, come le lande silenziose scozzesi, nelle quali raramente si odono echi e parole abbozzate. I Mogwai suonano tremori quasi mobyani, cupi e malinconici, intimi e popolari, sintomatici ed epifanici. Come un film sottile, a metà fra fantastico e reale, fra paura e passione (il gruppo ha collaborato anche alla colonna sonora di “The Fountain – L’Albero Della Vita”. 4-0 per le mie passioni).

Real Madrid – Villarreal CF. Dietro la cinepresa ci sarebbero potuti essere Darren Aronofsky, Michael Mann o Terrence Malick, per lo meno per l’analisi psicofisica e introspettiva dei personaggi presente all’interno delle loro opere. In realtà, è abbastanza scontato che nessun regista noto abbia preso in mano questo progetto, considerata l’attenzione che il cinema riserva al mondo del pallone. Del resto, per come la vedo io, tra i due migliori film dedicati al calcio, uno è di Sergio Martino (“L’Allenatore Nel Pallone”), l’altro è “Fuga Per La Vittoria” di John Huston. Molto più probabile invece, che un britannico, lo scozzese Douglas Gordon, e il francese Philippe Parreno abbiano unito passioni e idee per realizzare un progetto del genere, un minuzioso lavoro di tecnica e montaggio. Da lontano, da dietro i monitor della regia calcistica, osservano Zizou nel suo habitat. Le camere lo scovano dietro le altre figure umane, spesso a fuoco, altre volte no. La chierica è inconfondibile, nonostante la zoomata sia così estrema da mettere quasi in evidenza i pixel delle immagini. Ma quando arriva il primo pallone giocabile, il momento diventa magico, l’immagine nitida. Il campione si palesa in ogni suo tocco, il primo passaggio è già smarcante. Zidane poi sputa: i giocatori lo fanno spesso, poiché la tensione ti porta a stringere i denti così forte, da sentire un brutto sapore in bocca (a metà tra il metallico e il sangue). Nonostante la confusione degli 80.000 del Santiago Bernabéu, il numero cinque è concentrato e non stacca un attimo gli occhi dal gioco: accade questo a quelli che hanno un rapporto profondo con il calcio. “Quando sei immerso nel gioco, non senti davvero la folla. Puoi quasi decidere tu stesso cosa desideri ascoltare. Non sei mai solo. Puoi sentire qualcuno che si rigira nella sedia. Puoi sentire qualcuno tossire. Puoi sentire qualcuno sussurrare nell’orecchio della persona accanto a loro. Puoi immaginare di poter sentire il ticchettio di un orologio”. Può esserci una guerra intorno, ma ciò che avverti di più è il tuo respiro e ciò che guardi in continuazione è il pallone. Tranne quando ce l’hai sotto i piedi, perché in quel caso lo percepisci, lo annusi quasi. La bellissima sciabolata di Beckham è stoppata da Zinédine in un sol tocco; il secondo è di preparazione; solo un rallenty può mostrarci la bellezza del terzo, un colpo di tacco, perfetto mix di estetica ed efficacia. Dopo pochi minuti il pubblico lo ha già applaudito due volte. Le camere lo seguono passo dopo passo. Ogni contatto col suolo sembra un tonfo pesante, ogni accelerata lo rende invece leggero, quasi non volesse rovinare il manto. L’immagine si stringe sui suoi piedi, la cui punta viene trascinata sul terreno per vizio, quando la palla gli è lontana. Quando invece il pallone è fra i piedi, l’erba viene appena sfiorata, dando l’illusione che nessun filo venga strappato via. Le camere lo seguono respiro dopo respiro. Solo qualche “Hey hey” per chiamare la palla nei momenti giusti. Le parole non fanno parte di questo mondo, non ne dice una neanche quando gli fischiano un fallo contro ingiustamente. È con i piedi, con la testa e con il cuore che si fanno le partite. Proprio un colpo di testa smarca un compagno poco dopo. Ancora tre tocchi, di cui uno stop al volo di tacco, con dribbling a guadagnare una punizione. I flash lo immortalano, quando è abbastanza vicino per poterlo fare. I momenti fuori dal gioco sono tanti in questo sport. Personalmente è uno dei motivi per cui preferisco giocare a calcio a 5: più contatto con il pallone, più concentrazione, più immersione. Ma il calcio diviene magia quando tutti e 11 gli elementi di una squadra si muovono armonicamente, come fossero i componenti di un’orchestra. La musica che ne scaturisce è un piacere per chi l’ascolta, ma ancora più per chi la crea. Zidane ferma la palla con il petto, poi con la punta: una delle sue peculiarità più evidenti è sempre stata il controllo della sfera, che gli rimane incollata fin quando non è lui a decidere di lasciarla andare. L’altra, l’eleganza, che lo accomuna quasi ad una ballerina di danza classica. Ancora poche parole: “distanza”, “lascia a me”. Anche le mani si muovono solo quando devono, per suggerire movimenti di gioco. Qualche piccolo errore, chiedendo scusa dispiaciuto. Uno sguardo in cielo, verso i riflettori che lo accecano, alla ricerca di conforto. “Come un bambino, avevo un commento continuo nella mia testa, quando giocavo. Non era proprio la mia voce. Era la voce di Pierre Cangioni, un giornalista televisivo del 1970. Ogni volta che sentivo la sua voce, volevo correre verso la tv. Il più vicino che potevo, finché potevo. Non che le sue parole erano così importanti, ma il tono, l’accento, l’atmosfera, era tutto…”. La passione per qualcosa è tutto. Ma l’amore, a volte, deve fare i conti con i momenti difficili. Poco prima della fine del primo tempo, il Villarreal segna lo 0-1 con un rigore dubbio. “Forse se le cose vanno male, si diventa consapevoli delle reazioni delle persone. Quando non sta andando bene, ci si sente meno coinvolti e si ha più probabilità di sentire gli insulti, i fischi. Si cominciano ad avere pensieri negativi, qualcosa che si vuole dimenticare”. Nel frattempo nel mondo, avvengono centinaia di cose, che non hanno nulla a che vedere con te: importanti eventi politici, grandi rappresentazioni, discorsi memorabili, avvenimenti straordinari, celebrazioni indimenticabili… ma ovunque, anche tra gli attentati della guerra in Iraq, c’è un pezzo di Zidane. La sua testa vaga durante l’intervallo, poiché “il gioco, l’evento, non è necessariamente vissuto o ricordato in tempo reale. I miei ricordi di giochi o eventi sono frammentati. Mi ricordo di aver giocato in un altro luogo, in un altro tempo, quando accadde qualcosa di incredibile, qualcuno mi passò la palla e anche prima di toccarla sapevo esattamente cosa stava per accadere, sapevo che stavo andando a segnare”. Ma non era quella la realtà, mai pensare in quella maniera, “era la prima e l’ultima volta, mai avvenuta”. Nel calcio, come nella vita, bisogna raccogliere le forze e risollevarsi, non basta sognare. Quello che ti accade intorno, anche lontano centinaia di chilometri, può ispiranti, ma non deve intrappolarti. La testa torna al match e d’un tratto “è possibile ascoltare e sentire la presenza della folla. Vi è il suono, il suono del rumore”. Le camere lo seguono battito dopo battito. Doppio dribbling sulla fascia, cross in mezzo per Ronaldo, che segna di testa l’1-1. Ora il cervello è più leggero, così come le gambe, che sembrano ringiovanite. I muscoli sono reattivi al punto giusto, ne troppo contratti ne eccessivamente flaccidi. La squadra ricomincia a girare come dovrebbe e poco dopo arriva il vantaggio: 2-1 di Míchel Salgado. Adesso c’è anche un attimo per rilassarsi, aggiustarsi i calzettoni, poggiare le mani sui fianchi, scambiare un sorriso con Roberto Carlos. Si avverte distintamente il movimento di una minuscola goccia di sudore sul corpo. In quei momenti, si iniziano a sentire anche tutti i dolori, finora anestetizzati dalla foga del gioco. Ma adesso calma, è il momento di ragionare, di tenere la palla un po’ sotto la suola. Non lasciarti innervosire dalla partita, non lasciarti andare in strani colpi di testa… “la magia è qualcosa di molto vicina… a niente. Niente di niente”. Nonostante tutto, il pubblico applaude l’uscita dal campo di Zinédine Zidane…

“… Chi avrebbe potuto immaginare che in futuro, un giorno qualunque come questo, può essere dimenticato o ricordato, come qualcosa di più o meno significativo di una passeggiata nel parco. Faccia a faccia, il più vicino possibile, per tutto il tempo che dura, per tutto il tempo che ci vuole.”

Esistono gesti perfetti. Momenti in cui Musica, Sport e Cinema si incontrano. Avvicinando le arti, in una straordinaria esperienza audiovisiva. Come un Campione, che esegue un tiro preciso, nel momento perfetto.

Angelo Locatelli

Zidane: A 21st Century Portrait

Zinédine Zidane, Michael Ballack – Bayer 04 Leverkusen – Real Madrid CF 1-2, Finale Champions League 2002