“Io non sarò mai come voi vorreste che io sia.”

Yzu Selly (1971-2011)

Il pensiero che nasce e diventa parola; la parola che sfugge alla catena della lingua e alla guardia di denti serrati come sbarre; alla bocca che si fa’ cella, comoda per chi “dirige” e vorrebbe che trattenesse in sé le varie costruzioni del pensiero.
Così è la parola di Yzu Selly, si sottrae a questa forma di prigionia tentando di diffondersi nello spazio intorno. La parola di Yzu Selly resta, perché scritta. Perché sempre ricordata. Perché declamata.
Yzu Selly è Francesco Albano e la Lucania è la sua terra; mi piace mantenerne il nome originario perché più intimo al poeta il quale ne era molto legato, in particolar modo al suo paese d’origine, Pignola, nella provincia di Potenza. Questa terra ispiratrice della sua opera e madre che a stento trattiene i propri figli sul grembo che li ha generati! E nel caso di Yzu, non è riuscita a trattenerlo.
La Lucania è stata territorio di conquista e dominazioni nel corso dei secoli, ma ha però sempre offerto all’invasore un popolo tenace, mai domo, voglioso di libertà! Tenacia che si è tramandata e che Yzu ha ereditato e manifestato condividendo la sua parola scritta col pensiero di Ágota Kristóf, la quale si pronunciò così: “… colui che non scrive niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla Terra senza lasciare traccia”. O ancora, con uno dei suoi autori preferiti, Franco Fortini: “Scrivi mi dico, odia chi con dolcezza guida al niente gli uomini e le donne che con te si accompagnano e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome. Il temporale è sparito con enfasi. La natura per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”. E scrive Yzu, ed è subito evidente la decisa direzione in cui muove i suoi passi; è un mondo giusto quello in cui il poeta lucano avrebbe voluto lasciarsi esistere, un mondo pulito dalle corruzioni, senza oppressioni, ingiustizie, invidie. Sa di dover lottare, con la consapevolezza che sarà dura battagliare ma: “Ogni notte viviamo la rivolta / la grandine ha chicchi brucianti / noi un ghigno violento sulle dita / per strapparceli dalla carne” (“Canto della selva” – “Buio indaco e il rosso”, 1990-1997).
Come un dandy ultramoderno e in stile punk, lontano dalle affettazioni tipiche del poeta di fine Ottocento, Yzu appare, talvolta, piegarsi sotto la greve spinta della società di massa, non tanto per il peso in sé quanto per la sensazione di peso che essa produce: “L’ombra s’allunga nelle pieghe… / vogliono che m’adegui / ch’io perda senso / tutto deve trovare rispondenza / senza possibilità d’imprevisti / accecante oppressione!” (“L’ombra s’allunga nelle pieghe” – “Buio indaco e il rosso”). Anche se il suo sguardo si perde in spazi sconfinati e, accartocciato su sé stesso, ha intorno il Silenzio (“Silenzio” – “Buio indaco e il rosso”), Yzu si rialza, trovando nell’amore e nel bello quella forza necessaria a continuare il viaggio intrapreso. E scrive: “Considerare il viaggio come una rinascita… / Attraverso il viaggio la possibilità di definire un nuovo essere in tutto sciolto dall’esistenza precedente” (“Secondo sogno – Il viaggio” – “Cucuwàsh”, 1999). Il viaggio che Yzu affronta è un’evasione da un luogo grottesco di kafkiana memoria, argutamente descritto in alcune prose del libro “Cucuwàsh”.
Dopo aver preso coscienza del luogo in cui si trova, ne fugge con l’ostinata testardaggine di “un mulo lucano”, gettando ponti verso il bello che si coglie nel tono e nelle parole dei suoi versi. Il bisogno di ripulirsi dall’osceno si manifesta dietro l’inadeguatezza e il conflitto dell’essere moderno: “Scrivo per non perdere memoria del brutto. -……..- Fare di ogni miseria ricchezza / cogliere da ogni fiore / la merda che l’ha nutrito / serbare fra le mani / ogni goccia di profumo carpita / all’ignoranza dei corpi che incontro” (“Argomento” – “Canzoni per una stanza abbandonata”, 2011). Yzu è acuto nel cogliere, con lama sottile e tagliente, tutto “lo schifo del mondo” e, rivolgendogli un canto di catarsi, mostra i punti in cui la società marcisce in putredine. Tanto è netta la condizione di schiavitù e sottomissione, che il ritratto dell’uomo moderno che ne dà è racchiuso tutto nella formula rassegnata: “Si accuccia non di rado bofonchiando ruminando / un qualche pensiero che non estrarrà infine / già mai dal tetro cilindro immaginifico / della propria calotta cranica – tanto non serve a niente!”. Similmente a Carlo Michelstaedter, il filosofo-studente della Persuasione, Yzu vede nella metafora dell’acqua il desiderio di continuarsi e di liberarsi: “Acqua che scorre, acqua che scende, / acqua che ammalia, e chiama a sé / fresca come corpo di donna. / un invito al tuffo, carpiato.” (“L’eau” – “Canzoni per una stanza abbandonata”). Il giovane Michelstaedter spiega che: “Se non ci volgessimo al futuro, ma avessimo tutto nel presente, non vivremmo più” e, pertanto, ci comportiamo alla stessa maniera di un peso che pende e brama di raggiungere il punto più basso affinché lo soddisfi, ma ogni volta che lo raggiunge è preso da nuova brama e gli resta, così, infinita la volontà di scendere! Questa volontà di scendere del peso, proprio come lo scorrere e lo scendere dell’acqua, incarnano la catarsi, che si compie, e la vita la si vive volentieri, a qualsiasi prezzo!
Yzu si affida all’amore portando con sé gli occhi di una lei dolce che gli raccontassero il bello che ha dinnanzi e “insistessero a vivere non il ricordo ma il presente”. Con questi nuovi occhi Yzu dichiara di non temere più alcuna cecità e fissa lo sguardo su ciò che vorrebbe siano tutti a rimirare. La Bellezza! Lei che può portare a luce quel che tante volte non vogliamo vedere! Senza mai abbassare la guardia, altrimenti Yzu rimarrebbe deluso dal: “Sentirti morta dentro, un insulto / alla vita alla bellezza alla danza.” (“Una domenica” – “Canzoni per una stanza abbandonata”).

La parola di Yzu Selly ha, infine, raggiunto lo spazio intorno e noi possiamo leggerla, raccontarla e contemplarla, e, perché no, seduti su una panchina in un assolato equinozio di primavera, lanciando un brindisi alla vita, alla sua maniera sorridendo ricordarci: “Ché bellezza vissuta non è brace dimenticata.”

Donato Ramaglia

Yzu Selly, La Parola E Il Suo Artigiano

Yzu Selly