Chiamatemi Heat-Moon il Minore. Mio padre si fa chiamare Heat-Moon, ossia Luna del Caldo, e mio fratello maggiore Piccolo Heat-Moon. Io, venendo per ultimo, sono quindi il Minore. Ci ho messo un sacco di tempo a imparare il mio nome.

William Least Heat-Moon (1939)

 

Il passaggio che avete appena letto (almeno credo e spero) è contenuto in una delle pagine di un libro in cui mi imbattei anni fa, e – lo ammetto – mai l’avevo sentito nominare prima di quel momento. Non è un libro sugli indiani d’America, ma è anche quello. Non è un libro filosofico, ma è anche quello. Una cosa è certa: è un libro sull’America che non avete – abbiamo – mai visto, quella che di rado compare in qualche film ma viene – proprio per questo – presto dimenticata. L’America delle strade blu, le strade secondarie ma non meno importanti, quelle meno trafficate perché più vecchie e spesso meno agevoli in un mondo che corre sempre più veloce del pensiero e dello sguardo. Forse è proprio per questo che quelle vie sono rivestite di tale fascino, di tale desiderio di scoperta e (ri)scoperta. Chi può mai saperlo? Forse nemmeno William Least Heat-Moon (Kansas City, 27 agosto 1939) può saperlo per certo – se lui ha fatto fatica a imparare il suo nome, io fatico ogni volta a scriverlo, anzi… sapete che faccio? Lo abbrevio… HM, va bene? Ok. Accadde comunque nel 1978 che William Lewis Trogdon – il nome yankee del nostro HM, insegnante d’inglese a Columbia, nel Missouri – ricevette nell’arco di poco tempo una doppia botta di sedia tra capo e collo: perse il lavoro per carenza di studenti e si ritrovò scaricato definitivamente dalla moglie da cui, da un po’, era già separato. Dalle tinte più fosche trapela un po’ di luce, direbbe un critico d’arte, e così fu anche per HM. “Un uomo che non riesce a far quadrare le cose può sempre levare le tende. Può mollare tutto cercando di tirarsi fuori dalla solita vita. Può mandare al diavolo il tran tran quotidiano e correre il rischio di vivere il momento secondo le circostanze. È una questione di dignità”.
Riesumato il nome indiano (da orgoglioso discendente della tribù Osage), raccolti tutti i soldi di cui disponeva, il buon William decise di intraprendere un pazzesco viaggio attraverso gli Stati Uniti, a bordo di uno scassato furgoncino ribattezzato “Ghost Dancing”, intento a conferire un grande significato al suo gesto. “… Il 19 marzo, ultimo giorno d’inverno, ero di nuovo insonne in un letto disfatto, questa volta pieno di dubbi sulla follia di andarmene bellamente fuori dai piedi e sull’avventura che doveva iniziare all’alba – quella cioè di partire per un lungo viaggio circolare (equivalente alla metà della circonferenza terrestre) sulle strade secondarie degli Stati Uniti, vivendo nel vano di un furgoncino. Girare in tondo mi dava una meta – il ritorno – ch’era assente se tagliavo diritto. Ma come iniziare?… Nel buio di una notte di marzo, intravidi due stormi intrecciati di anatre bianche e blu che lanciavano il loro grido dirette a Nord, formando una W ondeggiante nelle profondità del cielo… si comincia seguendo la primavera, come le anatre – nell’oscurità, col collo dritto in avanti…”. E come spesso accade, quell’inizio fu davvero un nuovo inizio, uno dei tanti percorsi circolari che gravitano intorno alle nostre esistenze e sta solo a noi l’esser bravi a coglierli, e a comprenderne i significati. Se poi quei percorsi diventano una vera ragione di vita, avremo fatto centro. HM visse in giro per i vari Stati, informandosi e informando, acquisendo e sperimentando esistenze, modi di vedere, storia e cultura, linguaggi e stramberie (come quella di Bill Hammond, per esempio, che costruiva una imbarcazione in giardino senza sapere se ce l’avrebbe fatta a vararla). “Strade blu” (“Blue Highways: a Journey into America”, 1982) è il risultato di quella volontaria odissea. In esso puoi farti rapire e trasportare in un miscuglio felice di esperienze di viaggio, dissertazioni e corsi e ricorsi storici che insaporiscono il tutto come in una pietanza preparata in casa con una ricetta semplice ma segreta. Certo, più Bruce Chatwin che Robert M. Pirsig, ma “Strade blu” è molto altro. “Strade blu” è Walt Whitman e il suo “Foglie d’erba”, è “Walden” di Henry David Thoreau, “Sulla strada” di Jack Kerouac e “Alce Nero parla” di John Neihardt. È l’America decentrata, un po’ sepolta e distante dal vivere comune, dalle metropoli, dalla vita turistica di tutti i giorni, come se fosse un Paese a parte. Un mio amico, un giorno, me ne consigliò la lettura e io, che sono avvezzo a seguire i consigli librari (meno altri tipi di consigli, ma questa è tutta un’altra storia), me ne interessai. Quel mio amico mi confessò di averlo inserito tra i cinque libri che più gli erano piaciuti. Io non so se dentro me “Strade blu” rientri in una tale posizione; per quanto mi riguarda – in quanto non sono avvezzo a stilare classifiche, specie se si tratti di argomenti che mi appassionano dalla pelle agli organi interiori – potrebbe essere agli ultimi posti. So però che la sua lettura mi ha riempito di sensazioni positive, vi ho rivisto il viaggio come doveva essere nei secoli scorsi, quando partivi con un punto interrogativo grande almeno quanto la tua voglia di scoprire, di conoscere. E poco conta se ciò che raggiungi sono persone come te, con i sogni e le delusioni di tutti gli esseri umani. Magari, sarà solo per il piacere di farsi una chiacchierata in un tempo in cui non vanno più di moda, ma credo che HM scoprì essenzialmente questo. La natura dell’uomo e l’uomo nella natura. La sua storia, la voglia di scoprire semplicemente rallentando la marcia e scrutando l’orizzonte e scoprendo il delicato sapore dell’aria che respiriamo, di ascoltare i suoni della natura e le voci di chi vive a migliaia di chilometri da noi, e che magari non incontreremo mai più. “Strade blu”, pubblicato in Italia da Einaudi, è ormai un classico, anche se HM è ancora poco conosciuto da noi (negli Stati Uniti, invece, il suo primo lavoro restò in testa alla classifica del “NYT” per svariate settimane, tra il 1982 e il 1983). Altri libri hanno seguito il capostipite della serie, da qualcuno definita la Trilogia Americana. Il viaggio era nel sangue di HM, inevitabile come un amore a prima vista, come il classico colpo di fulmine. L’unica differenza con l’amore è che non smise mai di bruciare, ardendo di fiamma e splendendo di luce propria. Bastava solo rinnovare l’obiettivo.
HM trovò il seguito della prima esperienza in un non viaggio, o meglio in un viaggio della fantasia e della memoria, ripercorrendo una mappa fatta di numeri, notizie, immagini, sensazioni, odori, leggende e storie vere. E così venne fuori “Prateria. Una mappa in profondità” (“PrairyErth (A Deep Map)”, 1991), un viaggio da fermo, in una piccola contea del Kansas chiamata Chase County. Tremila anime, un giornale, una biblioteca, un barbiere e un semaforo, e poi erba, mucche e coyotes… e silenzi, tanti silenzi. HM riuscì a scrivere un libro di centinaia di pagine su una località in cui difficilmente ti sarebbe venuto da viverci, e che altrettanto difficilmente avresti ricordato se ci fossi capitato per caso. Un genere di certo indigesto alla maggior parte del pubblico non americano (infatti, in Italia è il meno ristampato dei suoi successi). Ma è proprio in questo libro, nel comprendere il gusto dell’attesa, che si capisce ancor di più il messaggio di “Strade Blu”: rallentare il ritmo per capire ciò che siamo, e che ci circonda. Certo, “Prateria” è un libro che va letto solo se si è profondamente convinti di farlo (proprio perché trattasi di una mappa in profondità). In quarta di copertina, nell’edizione italiana, si legge (a opera di Alessandro Baricco): “… Mentre leggi viaggi, mentre viaggi vedi, mentre vedi ti decolla la fantasia. E intanto impari una cosa. Che a saperlo guardare, qualsiasi schifoso pezzo di terra è un poema epico, e un testo sacro, e un canzoniere d’amore e un atlante d’idee… finisce che ci credi. Che se qualcuno non ti ferma te ne esci, ti metti una sediolina al centro del giardino pubblico più vicino, e inizi ad aspettare. Un’ora, o anni magari, e se quella scaracciola di terra ha un’anima tu gliel’avrai letta…”.
“Nikawa” (“River Horse. The Logbook of a Boat Across America”, 1999), concluse la Trilogia Americana. Il libro si presenta come l’ideale, studiata e per certi versi inevitabile conseguenza di “Strade Blu”. Ormai il germe aveva attecchito, la notorietà fece il resto. Perché non riproporre una tipologia di viaggio tipicamente americana, il coast to coast, compiuto però a bordo di una piccola barca da pesca – la Nikawa, appunto – e attraversando il territorio lungo i fiumi e i canali? HM viaggiò così dal Porto di New York fino a giungere all’Oregon (dall’Atlantico al Pacifico, se vogliamo esporlo in altri termini). E così William ci invita a seguirlo in un assaporare in modo inconsueto la magia dei grandi fiumi, dall’Hudson all’Erie Canal, i grandi laghi, e poi ancora l’Allegheny River, l’Ohio, il Mississippi, il Missouri, il Salmon River, lo Snake River, il Columbia River. Brevi spostamenti con altri mezzi gli consentirono di andare da un fiume all’altro per proseguire il viaggio come da programma (non avrete mica creduto davvero che si potesse compiere un’impresa simile senza scendere dalla barca?). “Nikawa” conclude il viaggio americano, ma il viaggio di HM non si fermò.
Uscirono in seguito altri testi, come “Colombo nelle Americhe” (“Columbus in the Americas (Turning Points in History)”, 2002) un testo che ritrae il nostro eroe nazionale anche secondo ottiche cui non siamo avvezzi. Altro modo per viaggiare, questa volta nella storia e nelle gesta altrui. Anche “Le strade per Quoz. In giro per l’America” (“Roads to Quoz: An American Mosey”, 2008) è un esempio di viaggio. Più consapevole, quindi meno spontaneo di “Strade Blu”, anche se non manca quell’ironia e quella voglia di scoprire e raccontare curiosità come i suoi… quoz.
Se vi piace la narrativa di viaggio vi consiglio di cercare le opere di HM, perché non lasceranno mai nessuno del tutto vuoto. Heat-Moon racconta che molta gente lo ha ringraziato per averla ritratta nei suoi libri, ma che ce n’è altrettanta che invece non era affatto contenta di come era stata dipinta. Vai a capire come va il mondo? Forse è vero che il nostro modo di vederci è spesso – se non sempre – diverso da come ci vedono gli altri, e restiamo delusi se, inevitabile, i due pareri non coincidono. Lo scrittore statunitense testimonia l’importanza che mostri sacri come Kerouac hanno avuto sulla sua formazione. È semplice: senza Kerouac non sarebbe esistita una certa genia di scrittori negli anni a venire, non si sarebbe compreso il viaggio in quanto movimento, in quanto entità e strumento di liberazione dello spirito. Per questo, e molto altro, “On the Road” è sempre riconducibile alla penna di Kerouac. Ma Heat-Moon affonda le mani nell’esigenza di sapere, nella voglia di vedere le cose che mai avrebbe immaginato, ma sapeva che esistevano. Che dovevano esistere.
Altri scritti di HM, da anni felicemente accompagnato alla seconda moglie Jan, non sono ancora stati tradotti in Italia (né, onestamente, è prevedibile siano tradotti a breve), ma una cosa essi la testimoniano: lo scrittore, oggi settantaseienne, ha trovato la sua strada, il suo scopo, grazie a quel doppio schiaffo rimediato nel lontano 1978, anche se allora e per alcuni giorni il mondo deve essergli sembrato una inutile e ingombrante maceria. Una nuova stagione può essere rimedio a ogni male, una nuova stagione può coincidere con una rinascita, o almeno una presa di coscienza. La coscienza di essere sulla propria strada. Ma non una strada dimenticata, almeno non sul serio. Perché tutte le strade sono importanti finché conducono in qualche luogo, terreno o immaginario.

Best regards,

Enzo D’Andrea

William Least Heat-Moon

William Least Heat-Moon