SGUARDI NELL’OMBRA E PASSI NELLA POLVERE.

La scaturigine: «Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?».

Quando un uomo si pone, nel proprio intimo, queste domande dirette, incalzanti ed inequivocabili, ha già intrapreso il lungo cammino che lo riporta al mondo dal quale è stato partorito, e del quale, per lontananza fisica o per un qualsiasi altro motivo, ha lasciato sopirne la memoria. Negli animi più sensibili, la non completa sospensione della coscienza, ridesta il mondo interiorizzato che con impeto cerca di mostrarsi spingendo, quell’uomo, alla sua riscoperta.
L’artista dai mille cappelli, se inizialmente, da sé, si è chiesto da dove venisse, ed è romantico esaminarne qui anche il cognome, e a chi appartenesse, incamminandosi nella terra dei padri si è sentito ripetere più volte i quesiti della scaturigine! Sono proprio questi enigmi che riempiono Vinicio Capossela dell’animosità con cui indaga la sua propria origine, immergendosi in un mondo popolato dai più svariati personaggi e creature del sovrasensibile.
Tornando, per un momento, al cognome, questo è legato al disco come una particella che si somma per dar vita al tutto, non meno di una delle affascinanti canzoni contenute nel disco stesso. Infatti in “Capossela” è racchiuso il legame alla terra di origine perché in esso si trovano i luoghi di appartenenza, come Caposele, un paesino della provincia di Avellino, la stessa del paese dell’“Eco” di Vinicio; o, anche, del fiume, il Sele appunto, che percorre questo squarcio di Sud portando le sue acque nel mar Tirreno. Dopo questa leggera divagazione di natura geo-antropologica, inoltriamoci per il sentiero della Cupa, lasciandoci guidare dal Capossela viandante-narratore, e scopriamo questo mondo fatto di luce e tenebre, di polvere e ombra, di uomini e donne, di bestie e creature!
Chiunque apprezzi la poliedricità, la curiosità e la minuziosità del genio “itinerante”, non può aver fatto a meno di notare che “Canzoni della Cupa” (2016) è un disco coraggioso, voluto, orgoglioso. Coraggioso perché nasce dalla terra, quella terra riarsa dal sole, stratificata nel e dal tempo ed erosa dalle intemperie. Quella terra in cui affondano le radici, effimere. Voluto perché intimo e personale; ed infine orgoglioso perché ricercato e coccolato per un lungo periodo che va dal 2003 al 2015. Il disco si compone di due parti, l’una figlia dell’altra. Perché se è vero che l’uomo si lascia illuminare e riscaldare dai potenti raggi del sole, è vero anche il contrario, cioè che subisce il fascino lunare, della notte coi suoi racconti immaginifici ed inquietanti!

“Polvere”, la prima parte, racconta storie popolari intrise di proverbi e modi di dire; faccende d’amore maldestre e piccanti rallegrano, in toni folk e mariachi, la vita degli autoctoni e un paesaggio, visto da Capossela, come un Far West in cui si aprono distese praterie attraversate dal treno dei sogni che ormai non sferraglia più per quelle contrade, lasciate al proprio destino. Ed era in quei paraggi che “Franceschina la calitrana” si aggirava e facendo tante mosse, “senza collana e senza sottana”, alzava polvere nei cantieri! Come lei, a rendere intrigante la vita del paese, c’erano altre donne, giovani e meno giovani, che incuranti della propria reputazione, ammiccavano alla lascivia portando il piacere con esse. Notissima per le sue avvincenti avventure in questo senso era “Pettarossa”, che riuscì a meritarsi l’appellativo, non esattamente nobiliare, di “puttanazza”, ma che senza ombra di dubbio era benvoluta dai paesani e dai generosi forestieri. Pur mancando di effigi auree da mostrare, non lesinava un sarcastico pragmatismo popolare nell’ammonire chi, voluttuoso, tentava di unirsi a lei senza riuscirci! In un paese in cui carnalità e lussuria si inseguono, non si può sfuggire agli artigli del tradimento o dei rimorsi e vedere la propria amata andarsene con qualcun altro. Così, da sentimenti marciti e violati, traendo ispirazione dal canto tradizionale, nascono le “serenate a dispetto” come “Faccia di corno” e “Faccia di corno – L’aggiunta”. Questi stornelli hanno per solo obiettivo quello di riempire di ingiurie l’amata, che ha portato al limite della tolleranza il fidanzato, il quale dopo essersi sfogato, quando sembra aver deciso di far ritorno a casa, rieccolo presentarsi alla finestra di quella che ormai era la sua “valentina”, per suonarle “l’aggiunta”. Questa volta per elencarle i tradimenti compiuti, ed è divertente l’elaborata poesia con cui si esprime: “muso di staccia mia/ musso di staccia/ pregalo a Dio un lampo che t’appiccia/ l’innamorato tuo pure lo saccio/ mi pare il porco di/ zio mastro Ciccio”.
La polvere cui fa riferimento Capossela, appartiene alla terra, al lavorio del tempo e delle mani; polvere è anche ciò che si accumula sulle cose quando non vengono più usate. Per evitare che la polvere si depositasse sugli ingranaggi della memoria, bloccandone il naturale movimento, Vinicio, coraggiosamente, apre la porta del passato e raccoglie tutto quanto v’è conservato dietro. Il lavoro di raccolta attinge a un patrimonio tradizionale di paese, fatto di Sud e Magia (già attraversato dall’antropologo Ernesto De Martino e dal regista Luigi Di Gianni), e a un fondamentale mentore quale è Matteo Salvatore. Mentore e cantore di un’opera folk, cioè propria del popolo, che racconta il quotidiano con arguta malizia. Non solo, affronta anche un argomento critico del disco, la morte, con la sua naturalezza e il suo spavento, che (in)segue la vita, vita che vuole vivere il presente, l’Ouroboros preso dal suo moto perpetuo, la luce che si alterna all’ombra! Emblematico è il brano “Nachecici”, un canto apparentemente distaccato, disinteressato verso ciò che accade e qualunque cosa accada cui ne fa da vessillo il motto inoppugnabile “chi muore muore, chi campa campa”, ma che porta dentro di sé la voglia di vivere, divertirsi e magari di godere di un bel piatto di maccheroni con la carne, metaforicamente soggetti alla libera interpretazione! Lo stesso Matteo Salvatore ispira “Rapatatumpa”, una canzone onomatopeica che riproduce il rullare di tamburi incalzante e aumenta l’intensità come fa una banda che percorre le vie del paese e man mano si approssima, cosicché le orecchie degli astanti possono sentirne il battere, sulle pelli tese, delle bacchette. E mentre la processione s’avanza, come un banditore in capo al corteo, il viandante-narratore sciorina la saggezza popolare cristallizzatasi in proverbi paesani di incontrovertibile verità: “La vecchia non vuole morire/ il giovane vuole campare/ la morte se ne frega/ chi tocca tocca l’adda acchiappà!”

Capossela afferma che sono “Polvere” anche le radici che ci legano alla terra. Col passare del tempo, le radici sono cresciute diventando intrecci di rami, sterpi che hanno generato “Ombra”. L’ombra che nasce anche durante le ore più luminose del giorno; un’ombra che ha i tratti confusi, tali da ingannare la mente che fatica a riconoscere le forme.
Subdola è la bestia che si è infiltrata nel grano portando con se la rovina del campo. Senza saperla riconoscere, il mietitore urla forte per allontanarla e, la sua mente confusa, si chiede se mai sia lepre, volpe, lupo o quaglia. La traversia accade nell’ora della controra, un particolarissimo momento del giorno compreso nelle prime ore pomeridiane, soprattutto estive, sacro a Sud, in cui è sconveniente o comunque poco opportuno uscire di casa; l’ora del Demone Meridiano, l’ora in cui il giorno riposa e non un’anima si vede portare intorno la sua ombra.
“Per quanto scura è la notte/ alla paglia deve tornare il mulo”. Nottetempo muli e mulattieri s’aggirano per boschi e sentieri, spingendosi, dal paese dell’Eco, fin sotto il monte Voltoio, in cerca di legna da rubare. Ogni notte scelgono un cammino diverso da percorrere, per evitare di essere visti, ma è solo di fronte al sentiero della Cupa che, per l’umano, si manifesta la grandezza del mulo. Dice la leggenda che Cupa è quel sentiero costruito dal diavolo in una notte sola e infestato da creature come il Maranchino, il Mazzamauriello, il Pumminale, che si fanno guardare da uno solo cosicché nessuno può mai dire se sono reali. Il mulo però, con i suoi occhi languidi e quel segreto che nessuno sa svelare, pianta le zampe nel terreno e non si muove fintantoché quella presenza del sovrasensibile non gli lascia libero il passo. Ombre che si muovono, ombre che volano percepite solo dagli animi più delicati.
Nelle male strade puoi incontrare il Pumminale, una creatura mostruosamente mitologica che risponde al richiamo della luna piena. L’uomo perde la ragione, abbandona tutto per inoltrarsi nel bosco e immischiarsi in faccende anche non sue; con gli occhi gonfi di brama, ulula, e si tuffa nel fiore di carne per saziar le proprie voglie di porco-maiale! Quando il proprio demone lo lascia, il pentimento lo tormenta e sa bene che una schiera dei più acerrimi contendenti, come suggerito già da Carl Gustav Jung nei suoi studi sul “se”, “non equivale affatto quell’unico terribile avversario, cioè l’altro dentro di se che gli abita il petto”.
Nei racconti ombrosi della Cupa, la bramosia e la lussuria sono spesso frequenti; e quanta lussuria c’è nella danza di Salomé dinnanzi ad Erode il re? Brucia nella testa del sovrano pervaso dall’erotismo, il desiderio di eccitarsi alla vista della bellissima giovane principessa mentre si esibisce nella sensuale danza dei sette veli. Sempre la donna ottiene quel che vuole, fosse anche con l’inganno celato dai veli che lentamente e voluttuosamente cadono dal corpo bramato, per far perdere il senno e strappare una promessa: è con la decapitazione di Giovanni Battista che, chi si muove nell’ombra e chi si lascia sedurre, soddisfa le sue proprie voglie. Da una passione consumata solo nell’immaginazione, Capossela passa al racconto di un amore consumato in clandestinità. Il trait d’union è la violenza, che non manca di accompagnare la vicenda di Salomé e quella di Maddalena. La castellana vive una storia terribile, feroce e cruda! Assalita dal desiderio carnale, in un tempo in cui gli uomini erano continuamente lontani per varie ragioni, tra cui la guerra, Maddalena si concede una maliziosa trasgressione. Rimane gravida di un uomo che non è il suo uomo e ora, per togliere dal corpo “l’imbroglio”, deve chiedere consiglio alla ‘vammana’, una figura oscura che “combina tutti gli intrugli” e l’aiuterà ad abortire dopo tanto penar!
Ancora altri simboli e personaggi incuriosiscono l’ascoltatore di questo lavoro sui generis. L’enigmatica maschera oristanese di Su Componidori, porta con sé lo spirito carnevalesco di festa del sovvertimento dell’ordine. Per tutto il giorno di carnevale, l’uomo è innalzato a divinità pagana, privato del volto per essere solo maschera luminosa e transitoria. Nella sua esaltazione divina va a caccia di stelle, nel gioco della Sartiglia, come auspicio di fertilità per la terra! Ottenutala, può finalmente dedicarsi allo sbafo e mangiando oltremisura seguire il “destino di Carnevale che tutti gli anni deve crepare”.
Infine arriva il treno, ferroso e fumoso. Come un uccello viene, fiancheggiando i paesi e lasciandoli vuoti. La sua è una storia di speranza e malinconia; tutti coloro i quali si sono fatti accogliere nel suo ventre, abbandonano le loro case portando con essi qualunque cosa potesse essergli utile. Negli occhi brilla la speranza di raggiungere un posto in cui la vita sia possibile, un buon posto per sfuggire all’estrema povertà a cui la guerra o la scarsezza di lavoro costringe. In fondo al cuore non manca quel velo di malinconia che accompagna chi lascia il luogo natìo; quel luogo con il quale si instaura un rapporto intimo e segreto, eterno, sin dai primi attimi di vita, diverso in ognuno eppur sempre uguale. Una finestra è rimasta aperta ed è quella del ritorno, sempre possibile, dall’esilio.

Dal carrozzone dei musicisti, questa volta, vediamo scendere ogni sorta di strumento, dalla più classica delle chitarre acustiche al cupa-cupa. Ma la lista è davvero interminabile e curiosa: violini, tamburelli, cymbalon, trombe, banjo, contrabbassi, grancasse, armoniche, baglamas e, per deliziare l’ascoltatore raffinato, il pianoforte, compagno inseparabile di Capossela! C’è dell’altro ancora: la sega! Proprio lei, quella nata per il taglio della legna; la sua vibrazione tocca uno spettro musicale davvero speciale e genera un soundscape orfico! Tutto questo è messo insieme divinamente e produce una musica libera dalle catene dei vincoli che la vogliono, qui, puramente folcloristica e Tex-Mex. C’è ben di più del semplice cibo per lamprede e ciclostomi che a questo banchetto non possono partecipare. In questo modo le storie raccontate vengono salvate dalle grinfie dell’oblio.
Il trionfo della memoria è avvenuto qui come può avvenire ovunque. Chiunque lo voglia.
Cosa accadrebbe, altrimenti, se tutti i simboli crollassero? Se la vegetazione dell’oblio allungasse i propri rami selvaggi inghiottendo tutto? La mancanza di memoria è lo svuotamento dell’anima; non può un uomo sentirsi come un eterno funambolo, sotto i piedi ha bisogno di avere la certezza della terra. Quella di appartenenza.
Nonostante alla fine del percorso sappiamo di essere soltanto ombra e polvere.

Donato Ramaglia

Vinicio Capossela – Canzoni Della Cupa (2016)