Di David Lynch

Scritto da: MARY SWEENEY, JOHN ROACH
Musiche di: ANGELO BADALAMENTI
Montaggio di: MARY SWEENEY
Fotografia di: FREDDIE FRANCIS
con:
RICHARD FARNSWORTH
SISSY SPACEK
HARRY DEAN STANTON
EVERETT MCGILL
JAMES CADA
JACK WALSH
WILEY HARKER
DONALD WIEGERT
ANASTASIA WEBB
JANE GALLOWAY HEITZ
DAN FLANNERY
ED GRENNAN
JOHN LORDAN
SALLY WINGERT
GIL PEARSON
KEVIN P. FARLEY
JOHN FARLEY
Produzione: MARY SWEENEY, NEAL EDELSTEIN, MICHAEL POLAIRE, PIERRE EDELMAN
Durata: 107’      Anno: 1999
Titolo Originale: THE STRAIGHT STORY (Monacò)

UNA STORIA VERA

“A nonno Giuseppe, che era il mio Orson Welles; alla sua incredibile forza, alla sua gioia di vivere. A quel sorriso alla fine, che non dimenticherò mai. Con amore.”

(Valerio Monacò)

Lungo una strada blu, presso il fuoco di un bivacco che ha il sapore del vecchio West, un nonnetto col cappello da cowboy e una missione da compiere racconta ad una ragazza sola e spaventata, scappata di casa perché incinta, una piccola storia, questa: “Ai miei figli facevo un gioco, davo a tutti un bastoncino di legno e gli chiedevo di spezzarlo; era facile. Poi gli dicevo di legarlo in un mazzetto e di riprovare… ma non riuscivano a romperlo… allora dicevo loro: vedete quel mazzetto? E’ la famiglia”. Alvin Straight è così che cristallizza l’immagine più importante della sua vita… aprendo il cuore ad una sconosciuta con la purezza d’animo di chi ha vissuto una lunga parabola con tutta l’umanità possibile, sbagliando spesso magari, e con un po’ di fortuna facendo anche cose giuste. Gli è rimasto poco di tutto ora, qualche amico incartapecorito come lui, il fascino della lentezza, della vecchiaia, una figlia stupenda tra le sue braccia e altri figli lontani, i suoi occhi di un azzurro infinito, le mani sazie, quel soffio di forza ancora e tanta esperienza. David Lynch, indifferente alla fretta del mondo, lo accompagna dolcemente lungo il cammino ed è uno spettacolo da vedere, vola, sogna un’atmosfera, dipinge la serenità e la malinconia, narra una storia che non ha confini e regole e lo fa in modo pacato, senza un urlo, senza una parola di troppo, con ironia; anacronistico in modo assoluto nel cinema moderno – inarrivabile per questo. La lineare e perfetta sceneggiatura si basa su una incredibile storia realmente accaduta, ed è curata da Mary Sweeney (allora compagna del regista) e John Roach; la Sweeney si occupa anche del montaggio e della produzione (con la Disney). L’anziano Freddie Francis (all’ultimo lavoro della sua immensa carriera) regala una fotografia di una finezza estetica senza eguali, in alcuni momenti si ha l’impressione di guardare vecchie cartoline color seppia o dei quadri di Edward Hopper in movimento; il congedo di Francis dal mondo del cinema e dal mondo reale è quanto di più poetico si possa immaginare: riesce a far sentire gli odori e i sapori dei paesaggi rurali, quelle incantevoli e ben esplorate ripetizioni da cerimoniale, e solo un “vecchio” poteva fotografarne un altro con una così ricca delicatezza e intimità, con tutta questa vita dentro; come dice Alvin: “La cosa peggiore della vecchiaia è il ricordo di quando eri giovane”. L’eccellente partitura musicale è di Angelo Badalamenti. Le sue note sono carezze che incantano, simili a un piacevole solletico lungo la schiena fatto da un vento d’estate… note riflessive, avvolgenti, note suadenti, sognanti, malinconiche, dolci come i bagliori della Luna o il caldo bacio di un Sole accecante. Un colonna sonora custodita come un tesoro privato nascosto negli sterminati campi di granturco a perdita d’occhio. Dai campi di grano, da una strada che sembra non finire mai, dal gusto buono di un tempo ricco di meraviglia ed ideali ecco Alvin Straight (il cognome è anche un gioco di parole: Straight significa onesto, dritto, come la sua storia appunto). Alvin è interpretato da Richard Farnsworth, nel suo ruolo più bello e toccante arrivato poco dopo che gli venne diagnosticato un cancro in fase terminale, alla fine della carriera e non solo; la semplicità della sua commovente recitazione che trasmette valori ed emozioni, quella incredibile bellezza, quegli occhi profondi che hanno il mondo dentro e rendono la figura di Alvin intensa e saggia, nutrita da principi ormai andati perduti: in lui si può immaginare quello che vorremmo che chi ci ama possa riuscire a vedere in noi nell’autunno della nostra vita, senza cambiarne mai il ricordo. Farnsworth era attivo nel mondo della celluloide dal lontano 1937, gran parte della sua vita nel cinema è stata spesa a fare il “cascatore”, stuntman non accreditato in decine di western e peplum, sostituendo attori molto più famosi di lui. Dalla metà degli anni Settanta i ruoli sono diventati più importanti (nel palmarès anche una Nomination all’Oscar come “Miglior Attore Non Protagonista” per il film “Arriva Un Cavaliere Libero E Selvaggio” del 1978 di Alan J. Pakula). Memorabile nella piccola parte dello Sceriffo Buster in “Mysery Non Deve Morire” (1990) di Rob Reiner. Richard Farnsworth ha vissuto quasi tutta la vita da stuntman ma se n’è andato da Star, con un ultimo ruolo che vale una carriera e con un solo colpo di pistola sparato per fregare quella fottuta neoplasia maligna che si era impossessata della sua vecchia carcassa. Ha cessato di esistere nel suo ranch di Lincoln in Nuovo Messico, nel 2000, a 80 anni suonati. Con “Una Storia Vera” ha sfiorato l’Oscar come “Miglior Attore Protagonista” e si è guadagnato il Paradiso, o almeno la succursale dove sono confinati i suicidi. Alla fine del cammino dispiace sempre andarsene… Sissy Spacek interpreta la sensibile e tenera Rose (la figlia di Alvin) che ama costruire casette per gli uccelli; la Spacek è l’unica attrice che avrebbe potuto interpretare questo personaggio così straziante e così pieno d’amore: toccante e di una grazia senza fine il primo piano in cui lei, una madre “lenta” di comprendonio a cui hanno tolto il proprio bambino a causa di un incidente, guarda fuori dalla finestra di notte, cercando nel rimbalzare di una palla lungo un marciapiede suo figlio che non ritroverà più, ormai lontano dai suoi occhi ma non dal suo cuore, stretto a lei dal ricordo più forte del mondo. Harry Dean Stanton (nuovo Jack Nance come presenza fissa nei film di Lynch) è Lyle Straight, fratello colpito da infarto e molla che spinge il vecchio Alvin a compiere il suo lungo viaggio durato sei settimane – su di un vecchio tosaerba, un John Deere del ’66 – da Laurens, Iowa a Mount Zion, Wisconsin (240 miglia, circa 386 chilometri). Dean Stanton compare solo negli ultimi due minuti della pellicola ma saprà essere memorabile. David Lynch, creativo e tecnico come sempre, si lascia perdere tra riprese aeree di immense distese di campi di grano, spoglio da incubi, dolcemente lento racconta di un vecchio schietto, cristallino e del senso civico di una certa parte di quell’immenso Paese che sono gli Stati Uniti. L’andamento dilatato della pellicola dà il tempo di assaporare tutti i valori di quell’America lavoratrice, umile, dignitosa, semplice; il regista vede riflessi nella sua anima e nell’occhio della macchina da presa i ricordi delle sue origini nel Montana e Alvin, beh, Alvin è pienamente cosciente che la vita è una continua corsa verso qualcosa – il valore della vecchiaia, l’esperienza, la saggezza, la bellezza delle ombre proiettate dal temporale sul muro – e il paradosso sta proprio nel fatto che quando gli rimane poco tempo da vivere (in contrapposizione a un mondo dai ritmi sempre più elevati) e poco tempo per poter riabbracciare suo fratello, lui se la prende comoda (il viaggio infatti rischia di interrompersi nell’unico momento in cui suo malgrado va troppo veloce, perché si rompono i freni del John Deere!). La sua esperienza on the road sarà lunga, ricca di frammenti di vita condivisi con altre persone… è così che incontra una famiglia meravigliosa e onesta, è così che schegge di ricordi di guerra si risvegliano dolorosamente, sottolineati dai rumori degli spari, delle bombe e degli aerei fuori campo, annegati davanti ad una birra con un altro vecchio come lui… ed è così che incrocia il cammino con una donna isterica e disperata a causa del suo investire continuamente cervi con la macchina; li uccide, li ama; ma l’unica strada da percorrere per andare a lavoro è quella e quando si imbatte in Alvin e il suo tosaerba si sfoga per averne appena fatto secco un altro; solo che lui se ne frega e si mangia il cervo da poco investito dalla sfortunata signora animalista e non contento addobba pure la sua pittoresca “casa mobile” con le corna della bestia: Alvin Straight sa davvero, ora, quali sono le cose realmente importanti della vita, per lui le lacrime sono solo un ricordo del passato, è spinto nel suo viaggio dalla dolcezza. Non è mai stato così felice forse, felice di percorrere incroci che non portano da nessuna parte, felice di non aver ascoltato il suo medico che lo voleva già in un letto di morte, felice per essersi incamminato su per montagne e strade meravigliose tracciate dal vento e dal destino. Quando alla fine arriva, l’incontro con il fratello dopo 10 anni di silenzio, è un messaggio scolpito nel profondo, nella notte stellata che accoglie le loro lacrime e i loro sguardi al cielo, sguardi che dicono più di mille parole. Questa fiaba, nemesi di “Cuore Selvaggio”, altro film on the road diretto da Lynch nel 1990, mostra l’amore in ogni sequenza, l’idea del mondo prima che impazzisse. Questa è una storia vera dedicata a tutte quelle persone che prendono coscienza che la vita, per quando breve o lunga possa essere, un giorno si consuma e ci saluta, abbandonandoci lungo il sentiero, mentre respiriamo emozioni e raccogliamo memorie: e il senso sta nell’attimo in cui ci accorgiamo degli errori fatti e, in quel preciso momento, voltandoci… sappiamo di esser diventati improvvisamente uomini. “Una Storia Vera” emana un bellissimo odore, quello di gente che agli occhi del mondo magari avrà anche perso, ma che si sa ancora godere un panorama come un bambino fa con lo zucchero filato; che non si perde mai i momenti più belli; e ancora… in “Una Storia Vera” c’è una commovente conversazione con un prete nei pressi di un cimitero, ci sono i paesaggi rurali sterminati, il cielo, il vento, la pioggia e i tramonti, le macchine agricole, i camion e le biciclette, i vecchi che invocano dentiere e movimenti del corpo che non ritorneranno più, c’è la notte, i fulmini che danzano all’orizzonte, il boato dei tuoni, la complessa armonia del tempo che scorre. E c’è infine Alvin Straight, che sa soltanto una cosa, che oltre il dolore e l’orgoglio, oltre le montagne e il risentimento e i fiumi, c’è suo fratello, c’è ancora la vita, per quel poco che ne resta… e lui le va incontro.

Se avete un nonno al quale siete molto legati, convincetelo a guardare questo film con voi per favore, io il mio l’ho perso diversi anni fa ormai e non ho fatto in tempo; era un uomo enorme nonno, che mi ha amato tantissimo… mi sarebbe piaciuto infinitamente poter vedere “Una Storia Vera” seduto accanto a lui. Accolto in quell’enorme abbraccio che ogni tanto, di notte, torna a stringermi.

“Poi gli dissero: Tutto quello che hai visto, ricordalo. Perché tutto quel che dimentichi ritorna a volare nel vento.”

Versi di un canto Navajo

Monacò

Una Storia Vera (1999) - David Lynch

Richard Farnsworth – The Straight Story (1999)