Silvio Giordano sembra aver trovato il perfetto connubio tra “The Silver Mirror” e lo spazio in cui è collocato, un esempio di site-specific molto ben riuscito. Il lavoro “The Silver Mirror” infatti, trae ispirazione non solo dalla riflessione sul tema della vanità ma anche dal villino dove è ospitato. Costruito tra la fine dell’‘800 e primi del ‘900, è di proprietà della famiglia Cavalli, noti stilisti, che usavano tali spazi sia come residenza privata (il corpo principale, “il villino”) che come primo atelier di moda e laboratorio creativo (“la dépendance”).
La ricerca di Silvio Giordano sulla vanità quindi, idealmente ben si sposa con un contesto così interessante. “The Silver Mirror” ci porta ad esplorare i suoi simboli connaturati: il serpente, la mela e lo specchio, in un gioco ammiccante di rimandi. Se il primo, che si annida indisturbato, sembra essere un richiamo al pericolo che si cela anche in mezzo ai puri e ai deboli, l’altra è il simbolo innocente della più tremenda tentazione e del peccato. Da Adamo ed Eva, al Giudizio di Paride fino a Grimilde, la Regina cattiva di Biancaneve, sono solo alcuni degli episodi in cui la mela si ripresenta come elemento che travia e seduce; del resto la mela è anche un simbolo del doppio, viene divisa in due: una metà buona e l’altra velenosa.
Ci guardiamo nello specchio, percepiamo il nostro aspetto e nel contempo afferriamo impercettibilmente il nostro essere transeunti, la nostra caducità. Di nuovo affrontiamo il tema del doppio con tutto ciò che esso comporta. Il dialogo silenzioso offerto con lo specchio da Silvio Giordano ci pone davanti a un Memento mori rinnovato. Siamo passeggeri… passeggeri vanitosi.

Carolina Orlandini