“Il territorio alle spalle della retorica è spesso minato di equivoci.”

Arthur Bloch (1948)

 

Quando siamo di fronte a ciò che non si conosce, o che si conosce solo in parte, o, peggio, che si conosce male, la nostra reazione è fatta per lo più di paura. Può anche darsi che assuma gli irrispettosi caratteri dell’indifferenza. Fortunatamente abbiamo la possibilità di ricercare. Abbiamo la natura di essere curiosi e indagatori, quando la pigrizia ci gira al largo. Forse questo è il momento di mandare la pigrizia al cospetto di un trivio, o anche di un quadrivio, e di lasciarla a decidere quale strada prendere per una manciata di minuti; giusto il tempo che ci occorre per andare dalla parte opposta, tenuti per mano dalla curiosità, a ritrovare un po’ del senso perduto su uno dei simboli più antichi della civiltà umana. Lo SVASTIKA.
Un’antichissima lingua indiana, il sanscrito, ci ha portato la parola Svastika. Il sanscrito è “perfezione” e Svastika ha, appunto, un significato perfetto: SU- che vuol dire bene; ASTI- che si traduce in essere; infine KA- suffisso che chiude la parola per cui SVASTIKA si ricompone delle sue varie parti dando vita a BENESSERE. Il tutto, però, è più della somma delle sue singole parti; il concetto di benessere va approfondito, perché l’arcaicità del segno, prima ancora che gli venisse dato il nome Svastika, indica un simbolismo preistorico legato alla fertilità, al buon augurio, al ciclo perpetuo della nascita, vita, morte e rinascita. Un segno, dunque, che l’uomo si porta dentro da millenni, come ci raccontano anche i reperti tornati indietro dalle terre mesopotamiche, e non solo. In un’epoca certo antica, ma meno di quella neolitica, un popolo proveniente dalle steppe eurasiatiche calò verso l’attuale settentrione dell’India, più o meno in una zona compresa tra la valle del fiume Indo e la regione di Delhi, più precisamente l’Haryana. Gli Arya invasero questa regione, portando con loro un simbolo, lo Svastika, la cui natura del significato era “ciò che è eccellente”. Gli Arya, infatti, discenderebbero dagli Iperborei, gli abitanti della mitica e misteriosa Thule, e si consideravano semi-dei; in sanscrito, la loro lingua, il loro nome significa “nobile”, o, più appropriato al loro senso di divinità suprema “nobili figli spinti da fiducia” e aperti alla Dottrina del Risveglio. Perché questa precisazione? Un popolo così elevato non poteva fare a meno del simbolo massimo di auspicio e eccellenza!
Il viaggio dello Svastika, giunge così in India e lo stratificarsi di ere non ne scalfisce la forza e la radiosa luminosità augurale. La diffusione della croce uncinata dopo il periodo ārya in India, è fortemente legata a due correnti filosofiche di assoluta importanza, sto parlando del buddhismo e del jainismo. Il buddhismo, ovvero la Dottrina del Risveglio, per cui gli Arya erano aperti, e dell’abbandono delle sofferenze, assorbe in sé il simbolo, attribuendogli il significato di totalità cosmica; l’intero Universo, l’intera sapienza del Buddha, appunto la totalità cosmica, sono simboleggiati nello Svastika che è ricorrente sulle statue dello Svegliato, dipinto sul petto o impresso anche sui piedi! Nello stesso periodo storico in cui Siddharta divulgava la Dottrina, un altro maestro spirituale, Jina “il Vittorioso”, diffondeva il jainismo, fondato sulla non-violenza e sul rispetto verso ogni forma di vita, sia essa animale o vegetale. La più importante filosofia pacifista del mondo, sin dalla sua nascita, ha innalzato a proprio vessillo uno Svastika ad indicare pace, serenità e prosperità. La bontà del segno è, così, rafforzata da figure ascetiche che, con le loro filosofie spirituali, tutt’oggi coinvolgono circa un quinto dell’intera popolazione mondiale, vale a dire circa un miliardo e mezzo di esseri viventi dal volto umano, a dispetto di chi sostiene che lo Svastika va demonizzato e allontanato! Gli stessi che, con ogni probabilità, ignorano la presenza del simbolo nel primo cristianesimo, dove appare in maniera ricorrente nelle chiese copte sia egizie che abissine. La sua provenienza deriva da un influsso della Chiesa cristiana siriaca o palestinese e il segno è riconoscibile in alcune chiese italiane, come Sant’Ambrogio a Milano, ma anche in altri ambienti, ad esempio nei mosaici della villa romana di piazza Armerina in Sicilia.
Il carattere universale dello Svastika, ci potrebbe rimandare al concetto di “inconscio collettivo” proposto da Carl Gustav Jung nel Novecento, concetto per il quale esiste un sistema psichico di natura collettiva e impersonale che è identico in tutti gli individui. In altre parole, secondo questa tesi, la psiche umana è dotata di idee, immagini, pensieri identici e che appartengono a tutti. A conferma di ciò, attraversando l’Oceano Atlantico, ritroviamo l’oggetto in questione, riprodotto con funzioni rituali rigenerative tra i nativi d’America, la tribù dei Navajo. Costoro, più tardi, a seguito degli eventi bellici del secolo scorso, decisero di lasciare il simbolo perché il suo vero significato era stato brutalmente imbrattato. È noto a tutti che il simbolo fu accolto ed esposto con forza dal Terzo Reich, e che ad esso, almeno per i contemporanei occidentali, è attribuito esclusivamente un significato di distruzione, morte, sterminio, male inteso nel senso assoluto! Provate a chiedere in giro e, a meno che non vi imbattiate in un buddhista o un jainista, ditemi se non è così!
Ma voglio prendere le parti della cultura e tralasciare tutto ciò che ha accompagnato per un ventennio lo Svastika dei nazisti. Prima di adottare il segno, Adolf Hitler inviò una spedizione di studiosi in Asia, sulle orme degli Arya, per approfondirne la conoscenza. Apprese dell’utilizzo dello Svastika come simbolo di portafortuna, e poiché sosteneva che il suo popolo doveva recuperare la perduta superiorità razziale, che ritrovava nei caratteri propri degli ariani, prese la croce uncinata, la inclinò di quarantacinque gradi per conferirle una maggiore forza e dinamicità, e la presentò al suo popolo! Il dittatore tedesco era un profondo conoscitore dell’esoterismo e in particolare dell’alchimia; infatti i colori della bandiera che decise di utilizzare hanno un legame molto intimo con questa scienza segreta. L’essenza dell’alchimia è la trasformazione degli elementi in oro, metallo che è associato al potere; questo processo attraversa quattro stadi distinti, ognuno spiegato da un colore; di questi stadi, uno non è esattamente chiarito per cui alle volte si trascura, come nel nostro caso. Il nero, il bianco e il rosso, sono le cromature che compaiono ben evidenti sul drappo tedesco degli anni Venti e rappresentano i tre stadi della trasformazione; il nero rappresentando la morte della materia, il bianco la sua rinascita in una forma purificata e il rosso lo stadio finale di perfezionamento della materia da uno stato rozzo a quello nobile! E credo che l’intenzione ultima dell’idea nazista fosse proprio questa, agire sul rinnovamento dello spirito di un popolo che continuava senza una guida; il passaggio dallo stato rozzo, barbarico ad uno elevato e semi-divino protetto e incoraggiato dal simbolo portafortuna! Peccato che, dietro a questi nobili intenti, si celasse, ancora una volta, il carattere umano, che si insinuò corrompendo la mente del gerarca fino alla sua caduta, trascinando con sé tra le rovine il simbolo universale, forse più antico, di prosperità.
Ahimè, l’eredità dello SVASTIKA sembra essere proprio una pessima reputazione, ma possono, venti anni di storia, sovvertire millenni di tradizione?

Donato Ramaglia

Svastika

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