Di David Lynch

Scritto da: DAVID LYNCH, BARRY GIFFORD
Musiche di: TRENT REZNOR, ANGELO BADALAMENTI, DAVID BOWIE, BARRY ADAMSON, RAMMSTEIN, THIS MORTAL COIL, LOU REED, MARILYN MANSON
Montaggio di: MARY SWEENEY
Fotografia di: PETER DEMING
con:
BILL PULLMAN
PATRICIA ARQUETTE
BALTHAZAR GETTY
ROBERT LOGGIA
ROBERT BLAKE
MICHAEL MASSEE
NATASHA GREGSON WAGNER
GARY BUSEY
LUCY BUTLE
JACK NANCE
RICHARD PRYOR
MARILYN MANSON
JEORDIE WHITE
GIOVANNI RIBISI
DRU BERRYMORE
HENRY ROLLINS
JACK KEHLER
Produzione: MARY SWEENEY, DEEPAK NAYAR, TOM STERNBERG
Durata: 120’      Anno: 1997
Titolo Originale: LOST HIGHWAY (Monacò)

STRADE PERDUTE

“… Mentre procedeva traballando, con gli occhi quasi sempre chiusi per raccogliere le forze per la corsa; senza pensare, nel suo torpore, a nessun’altra via d’uscita oltre alla fuga…” 

Franz Kafka (1883-1924)

“Dick Laurent è morto”. Una strada percorsa a tutta velocità, pericolosa, perduta, sfumata come nel sogno di un pazzo. E’ Notte fonda, una notte di tregenda e il sassofonista Fred Madison scappa… guida aggrappato disperatamente al cornicione di una vita deragliata. Poi le scosse. Il nero alla fine del buio. Dall’altra parte di una narrazione schizofrenica: il meccanico Pete Dayton si perde, proiettando la propria bugiarda ombra come uno gnomone. “Il mio film è composto della materia di cui sono fatti gli incubi. Io ho paura di molte cose, soprattutto delle bocche e dei denti degli uomini…”. L’arte e il sogno cullano la visione, l’aria si incendia e David Lynch riemerge dall’oblio flirtando con l’astrazione. Era “Fuoco Cammina Con Me!” quando ci aveva lasciati, dopo aver languito nella sala d’aspetto del Purgatorio con la parentesi televisiva di “Hotel Room”, ora ritorna con volti che escono dall’oscurità, identità smarrite in una spettrale, iperrealista e grottesca Los Angeles, la sua città. Dipinge gangster inquietanti e violentissimi, deformità corporee, dark lady, automobili, jazz. La storia: un noir moderno, surreale, un nastro di Möbius che si avvolge su se stesso. Lynch scrive con Barry Gifford (e con un occhio al racconto di Ambrose Bierce “Accadde Al Ponte Di Owl Creek”) una sceneggiatura che scardina il fondamento di ogni narrazione – l’identità del protagonista – e respinge la struttura accademica del cinema in un’epifania della metafora kafkiana della colpa e dell’evasione psichica; è il “suo” punto di vista che conta, il “suo” occhio, il “suo” mondo, si gioca secondo le “sue” regole… se ne frega di tutti i codici e mostra quello che Hollywood (troppo educata) ha paura di mostrare. La prima mezz’ora è di un’angoscia e una calma insostenibile: un citofono suona, all’orecchio di chi risponde viene annunciata la morte di uno sconosciuto; in seguito vengono recapitate buste anonime a casa di Fred e di sua moglie Renee, con dentro delle videocassette. I nastri (un misto di videosorveglianza e installazioni artistiche moderne), che inizialmente inquadravano l’esterno della villa, si fanno sempre più audaci arrivando a riprendere la coppia all’interno dell’appartamento, fin mentre dorme nel proprio letto. Nell’estremo della propria intimità. L’ultimo nastro mostra un omicidio. Mary Sweeney cura il montaggio, che parte dai tempi del serial “Twin Peaks” e sorprende nella seconda parte per alcune sequenze velocissime nello stile di videoclip esagitati. Peter Deming squarcia lo schermo con una fotografia mostruosa, con omaggi a Caravaggio e Rembrandt, tagli di luce, dissolvenze in nero, allucinazioni, Deming/Rembrandt crea una psicosi maniacale, espressionista e i personaggi fuggono la cinepresa, cercando il fuori fuoco. Le inquadrature sono dipinti dai colori in rilievo, venuti fuori da pareti completamente nulle, dall’oblio. Una storia diventa due storie; due attori completamente diversi rappresentano contemporaneamente la stessa persona con due differenti identità, mentre due donne diverse sono visibilmente rappresentate dalla stessa attrice, in una perdita della ragione e delle protezioni psicologiche tipica dei sogni; il film inizia e finisce con la macchina di Fred che corre lungo una strada buia, rischiarata dalla limitata luce degli abbaglianti e dalle strisce gialle di separazione della carreggiata sull’asfalto, una situazione da vertigine accompagnata dal brano di David Bowie “I’m Deranged” (“Sono uno squilibrato, fuori controllo”) dall’album “1. Outside” (1995). Questa geniale sequenza apre e chiude due enormi blocchi narrativi dove succede di tutto, sesso incendi omicidi tradimenti fughe, si gira in torno alla storia (alle storie) a velocità supersonica, nel buio della strada il film continua in una zona invisibile e il Lynch DJ con questa prima canzone ci proietta nell’atmosfera malata dell’opera e inizia ad arricchirne la sua estetica psicanalitica del disagio, in linea diretta con il cinema di Ingmar Bergman. La fondamentale colonna sonora (densa come sempre di sinistri rumori di sottofondo a bassa frequenza) è curata e prodotta da Trent Reznor. Le musiche originali, oltre che dal leader dei Nine Inch Nails, sono composte da Angelo Badalamenti e Barry Adamson che si trastulla con melodie di altissima classe. Tra i pezzi non originali due canzoni dei tedeschi Rammstein (uno dei gruppi preferiti dal visionario regista) sono usati in modo clamoroso, “Heirate Mich” e “Rammstein” dal loro primo album “Herzeleid” (1995). Citazione d’obbligo anche per “This Magic Moment”, bellissima cover dei Drifters marcata Lou Reed, “I Put A Spell On You” altra cover di Screamin’ Jay Hawkins interpretata magistralmente e con la solita potenza da Marilyn Manson (che compare anche in un cameo durante la proiezione di un film porno) e la meravigliosa “Song To The Siren” di Tim Buckley resa sublime ed eterea dai This Mortal Coil, supergruppo dark della gloriosa etichetta indipendente britannica 4AD. Scritto appositamente per il film dai Nine Inch Nails il brano “The Perfect Drug” che però non si sente nella pellicola. Il cast è un gioco orgasmico perfetto, da veri perversi (ci sono anche Gary Busey e l’attrice hard Dru Berrymore). Bill Pullman (notevole e misurato in un ruolo difficilissimo) è il musicista jazz ruvido e ammaliante Fred Madison attorno a cui ruota la vicenda e Balthazar Getty è il meccanico Pete Dayton – l’deale “Io” di Fred – che lo sostituisce; il momentaneo inquilino della sua esistenza deragliata. La formosa (e generosa) Patricia Arquette recita nei panni sia della bruna Renee che della bionda Alice in un ruolo che rende omaggio al film paradigmatico “La Donna Che Visse Due Volte” (1958) di Alfred Hitchcock e gli vale l’intera carriera. Il boss spietato e sornione Mr. Eddy/Dick Laurent è interpretato in modo grandioso da Robert Loggia, protagonista di un passaggio pulp e bizzarro di “cattiva educazione stradale” che si ispira ad un fatto vero accaduto a Lynch (al massimo del suo furioso egotismo) mentre era al volante della sua auto con l’amico nano Michael J. Anderson sulla Mulholland Dr.: “Avrei voluto veder accadere cose nella mia vita. Sapevo che niente era come sembrava, ma non riuscivo a trovarne una prova”. Robert Blake (Mystery Man) è un enigma, una presenza minacciosa, è la coscienza o la realtà dei fatti. L’uomo del mistero registra gli eventi – con una telecamera – che Fred Madison ha rimosso dal suo inconscio, e rappresenta il suo lato oscuro; Fred, mentre si trova ad un party, è invitato da Mystery Man a telefonare a casa propria con la promessa che sarà lo stesso inquietante sconosciuto, davanti a lui in quel momento, a rispondergli al telefono. Fred chiama, l’uomo senza nome risponde ed esplode in una risata orrenda che sembra provenire direttamente dall’antimateria spirituale, e dall’Inferno. Ultima apparizione di Richard Pryor (già molto malato) nei panni di Arnie e ultimo ruolo, purtroppo, per Jack Nance (Phil) morto pochi giorni dopo le riprese del film in circostanze misteriose. “Lost Highway” racconta un incubo, rappresentato con una vasta simbologia psicanalitica, dove è il Male il tema centrale – le immagini di fine millennio sono incentrate sulla pornografia e sul voyeurismo – Lynch riesce a rappresentare un desiderio in atto di compiersi (in quegli anfratti della psiche umana dove risiede la capacità di compiere un omicidio), un delitto passionale che non vedremo mai: “Dick Laurent è morto”. Nel cinema non ha precedenti. La storia di una vendetta scaturita da un tradimento, vissuta dalla distorta percezione del protagonista: l’uxoricida Fred, lo schizofrenico Fred, il geloso Fred, l’affetto da personalità multipla Fred. La speranza in un altro sogno, vissuto solo nella mente di un uomo, annega nei reconditi spazi nascosti dell’inconscio umano (come già visto in “Brazil” di Terry Gilliam)… “Un viaggio malato all’interno di un’esperienza terrificante”. Lynch parla a bambini che hanno paura di immagini, suoni o persone senza un particolare motivo, disturba con l’impercettibile (i quadri all’interno della villa di Fred prima dritti e poi capovolti); il nome, “Lost Highway”, di un hotel dove il protagonista si perde e si ritrova, e vede tutta la realtà invisibile nella sua vita vera, avvolta da paradossi spazio-temporali. Fred è incapace di tenere il controllo della propria vita (ma chi lo è). Film di una bellezza indescrivibile, l’oscurità, che tanto nasconde troppo fa immaginare, le tende rosse, le inquadrature geniali, la regia sbalorditiva; l’idea delle videocassette “minacciose” che anticipa pellicole più blasonate come “The Ring” (1998) di Hideo Nakata e “Niente Da Nascondere” (2005) di Michael Haneke. “Strade Perdute” è il tempo pericolosamente fuori controllo… la prima parte è la realtà di Fred che viene condannato a morte per l’omicidio della moglie che lo tradisce. La seconda una fuga nella testa (letteralmente parlando) di un altro uomo. Un orrore inenarrabile. Non esiste un solo punto di vista. Non esiste con David Lynch. Ma esiste un oblio, ostentato, dichiarato, orgoglioso, esiste il serpente Uroboro, che si morde la coda e rappresenta la metafora di una ripetizione ciclica, il simbolo dell’eterno ritorno; in alchimia indica un processo inesauribile, ma in senso più lato indica che ad ogni fine corrisponde un inizio. L’eterno svolgersi di un destino di sangue. E’ lungo questa strada perduta che ha luogo una delle più sconvolgenti esperienze della storia del cinema. Senza fine. La materia di cui sono fatti gli incubi… Fred Madison è stato qualcun altro un milione di anni fa, prima di essere inghiottito dal buio, da un buio pieno di miasmi infernali. “Dick Laurent è morto”.

“L’uomo che si è distaccato da se stesso, è così puro che il mondo non può sopportarlo.”

Meister Eckhart (1260-1328)

Jack Nance

Jack nasce a Boston il 21 dicembre 1943. Da giovane inizia a recitare a teatro, per diversi anni, in rappresentazioni d’avanguardia. Poi conosce David Lynch ed è amore a prima vista. Viene ingaggiato per il ruolo del protagonista di “Eraserhead – La Mente Che Cancella” (1977), film di culto, subito leggendario nei circuiti underground. In questo periodo Jack è sposato con l’attrice Catherine E. Coulson (futura “Signora Ceppo” di “Twin Peaks”), ma il loro matrimonio finisce presto. Passano gli anni, e i pochi film, sposa l’attrice porno Kelly Jean Van Dyke nel maggio del 1991. Il 17 novembre dello stesso anno Kelly Jean si toglie la vita. Jack ha continuato a lavorare nel cinema e con Lynch fino al giorno della sua morte, avvenuta a Pasadena il 30 dicembre 1996. Trovato senza vita nel suo appartamento, aveva riportato delle ferite interne alla testa, probabilmente a causa di una rissa avvenuta un paio di giorni prima.

David Lynch vi parla di lui:

“Conoscevo Jack da 25 anni. Siamo stati presentati da un regista teatrale di San Francisco con cui Jack aveva lavorato. Mi era stato consigliato di prendere Jack per “Eraserhead” ed il nostro primo incontro si è svolto all’American Film Istitute, nel 1971. E’ stato interessante, malgrado queste circostanze banalmente professionali, noi ci siamo immediatamente intesi, è stato un flash. L’ho arruolato immediatamente, è stata la prima recluta di “Eraserhead” e credo il solo in grado di poter interpretare quel ruolo. Credo di aver avuto fortuna nell’incontrarlo e nel conoscerlo, era uno dei miei migliori amici e stento tuttora a credere che sia morto. Credo alla forza del Destino nel nostro incontro, noi eravamo fatti per lavorare insieme. Jack aveva tutto ciò che io cerco in un attore, senza parlare delle sue qualità umane. Era una persona che pensava e sentiva le cose in maniera profonda. Era appassionante osservare il suo viso, anche quando era in silenzio e vi fissava: si poteva indovinare tutto ciò che passava per la sua testa. Tenevo alla presenza di Jack in ogni mio film – il solo dove non appare è “The Elephant Man”. E poi in “Twin Peaks: Fire Walk With Me” la sua scena è stata tagliata al montaggio. In “Lost Highway”, Jack è presente in una sola scena (il collega meccanico che ama il free-jazz alla radio) ma è memorabile. La sua performance che preferisco è in “Wild At Heart”: ancora un piccolo ruolo, ma straordinario. Contavo di trovare una storia dove Jack avrebbe avuto nuovamente un ruolo importante. Jack ha girato numerosi film anche con altri registi. Amava lavorare, ma non era particolarmente motivato dal punto di vista delle relazioni, non amava la mondanità. Se ne fregava del denaro, se ne fregava della gloria, se ne fregava più o meno di tutto, tranne che del lavoro. La gente non si rendeva conto che un attore formidabile era a casa sua, in pantofole e pigiama, in costante attesa della telefonata che non arrivava. Quelli che si sono presi la briga di cercarlo non se ne sono pentiti; quelli che avrebbero voluto farlo e non l’hanno fatto, beh, troppo tardi per loro. Jack ha partecipato a “Whore” di Ken Russell, “Barfly” di Barbet Schroeder, “Hammett” di Wim Wenders… ultimamente ci si vedeva meno sovente. E’ orribile, ora che se n’è andato, mi sarebbe piaciuto bere un caffè con lui tutti i giorni. Era sempre un piacere stare con lui: Jack era il migliore che conoscessi nel raccontare barzellette. Aveva un modo inimitabile di raccontarle ed erano sempre barzellette contorte, strane, incredibili… solo che con lui, ci si credeva. Non sono neanche certo che egli abbia potuto vedere “Lost Highway”. Ha avuto un grave incidente automobilistico proprio al termine delle riprese: ne è uscito con diverse fratture e non usciva più di casa, poiché convalescente. Ci sentivamo spesso per telefono, ma non l’ho visto che una sola volta, in questo periodo: due mesi prima della sua morte abbiamo organizzato una piccola riunione “Eraserhead”. Mi sembrava in buona forma, abbiamo riso e scherzato – è stata l’ultima volta che l’ho visto.”

David Lynch (1946)

Monacò

Strade Perdute (1997) - David Lynch

Robert Blake – Lost Highway (1997)