Era l’autunno di quindici anni orsono. Avevo da poco iniziato la seconda media ed ero un ragazzino amante delle nuvole parlanti già da tre anni, da quando, nell’ormai lontano giugno del primo anno del secolo, entrato in edicola dopo la promozione a scuola, fui rapito da un amore subitaneo, folgorante ed inspiegabile (in quanto sin da piccolo ero stato un lettore voracissimo ma solo di libri e mai di fumetti) amore per gli eroi bonelliani. Amai sin da subito di un amore viscerale e appassionato Zagor e il Comandante Mark, un po’ meno Tex (che mi sembrava troppo serioso per i miei gusti di bambino). Acquistai anche Martin Mystere , Mister No, Dylan Dog, Magicovento, Jonathan Steele e Gea. Li abbandonai tutti dopo un solo numero e soltanto di Magicovento avrei circa cinque anni dopo iniziato a collezionare la serie fino a portarla a termine.

Ma dopo questa piccola e personale divagazione sull’inizio di una passione mai spenta torniamo a quell’autunno del 2003. Nell’edicola di Atella mi trovai a sfogliare il numero di una serie alla quale mai prima di allora avevo prestato la minima attenzione: Storie da Altrove. Ora posso tentare di giustificarmi per questa mia deprecabile negligenza adducendo come scusa la mia verdissima età ma so molto bene che il peccato (non aver letto Storie da Altrove già da tre anni prima, per coloro che tendono a divagare col pensiero mentre leggono) è di quelli imperdonabili e mortali addirittura. Si perché la suddetta Storie da Altrove è a mio avviso la più avvincente ed erudita serie a fumetti tra quelle ancora edite dalla Sergio Bonelli. Numerosissimi sono i rimandi letterari all’universo narrativo dei generi fantastici, dell’orrore e investigativi coevi all’ambientazione cronologica delle storie. A tal proposito il fatto che le storie siano sempre comprese (per dichiarate intenzioni degli ideatori della Serie Alfredo Castelli e Carlo Recagno) in un arco temporale che spazia dal 1776, anno della fondazione della base di Altrove, al 1918 (anno dell’avventura di Houdini narrata nell’albo Il terrore che venne dallo schermo) segna un ulteriore punto a favore della serie nel determinare il mio giudizio favorevolissimo riguardo ad essa. Il periodo racchiuso tra lo scoppio della Guerra d’Indipendenza Americana e la fine della Prima Guerra Mondiale è per me il più fecondo e mirabile della storia umana e quello più meritevole di adorazione ed emulazione finanche. In effetti da piccolo ero una sorta di Lovecraft in miniatura, essendo infatuato del secolo decimottavo (tanto da avere una casa più fornita di terzette di un armeria Georgiana) ed ora, bambino di ventisette anni, mi sono evoluto in un fervente suddito di sua Maestà Apostolica Imperiale e Regia Francesco Giuseppe Primo, con tanto di bombette, lobbia e orologio da taschino (e tra parentesi posso assicurarvi che sono più devoto a Franz Josef io di Joseph Roth). Al di là di questa mio personale e non condivisibile passione, i continui rimandi letterari e cinematografici messi in atto da Castelli prima e Recagno poi, testimoniano dell’indiscutibile valore ed erudizione di questa perla del fumetto italico, la cui unica pecca è l’uscita a cadenza annuale per la disperazione di noi affezionati lettori che incanutiamo nell’attesa di un nuovo albo. In ben sei dei venti albi finora usciti a farla da padrone è nientemeno che l’immortale Sherlock Holmes, protagonista incontrastato da solo di ben 4 albi e di altri due assieme all’altrettanto illustre ladro-gentiluomo Arsenio Lupin.

Ovviamente questo non può che fare grandissimo piacere ad un fervente appassionato dell’opera di Conan Doyle ed edoardiano mancato quale io sono. Il ciclo Sherlockiano di Storie da Altrove fa il suo grandioso esordio con due albi tra loro correlati splendidamente illustrati, il primo da Colombi e il secondo da Palumbo. Questi due capolavori oltre ad essere ovviamente omaggi all’universo narrativo tardo- vittoriano creato dal Dottor Doyle sono anche un tributo alla visionaria cinepresa di David Lynch e del suo Twin Peaks. D’altronde le citazioni dal capolavoro cinematografico di Lynch iniziano già nel numero d’esordio della serie Colui che dimora nelle tenebre. Infatti già nel primo albo viene citata la Loggia Nera e vi sono innumerevoli riferimenti all’opera letteraria del gentiluomo di Providence, H.P.Lovecraft. In particolare due suoi racconti sono citati e omaggiati nel numero che per primo narra la storia passata della Base di Altrove: La città senza nome, citata esplicitamente e anche raffigurata in una vignetta dal magnifico potere evocativo del grandioso Dante Spada (illustratore perfettamente a suo agio con i trini e i merletti dell’età georgiana) e L’orrore sotto il tumulo (The mound ne è il titolo originale), con la spettacolare raffigurazione del Mound sotto la villa di Monticello di Jefferson. Molto ben riuscito è anche l’omaggio ai dipinti di Bosch che viene fatto nelle vignette che descrivono gli incubi di Amanda (maga membra del quartetto di fondatori di Altrove assieme a Jefferson, Franklin e Bentoit). Anche Colui che dimora nelle tenebre, il malvagio oppositore dei nostro quartetto, è un ulteriore omaggio a Lovecraft, essendo egli uno Shoggot. Inoltre viene citato, anche se non esplicitamente, il Necronomicon. Tornando ai due albi iniziali che inaugurano il ciclo holmesiano nel primo, La cosa che attende nella nebbia, assistiamo da spettatori ammaliati ad una vicenda che riesce ad amalgamare alla perfezione le classiche atmosfere investigative Fin de siecle di Doyle (ricreate in maniera mirabile dai disegni dell’eccelso Colombi, che sembra quasi aver vissuto davvero nel 1896, vista la facilità con cui ci trasporta nella vecchia Inghilterra di fine ‘800) con il paranormale cinematografico (ma con continui rimandi alla letteratura) di un’altra fine secolo, questa volta il ‘900, quello scaturito dalla fervida e geniale fantasia di David Lynch. Dal suo Twin Peaks vengono ripresi i nomi di Gordon Cole, del Dottor Hayward e molte situazioni che richiamano alla memoria la serie televisiva. Inoltre lo stesso agente speciale di Altrove inviato in Inghilterra a chiedere l’aiuto di Holmes, Kyle Anderson è tratteggiato sulla falsariga dell’agente Cooper di Twin Peaks, poteri medianici inclusi.

Le citazioni dalla serie di Lynch si fanno molto più esplicite ed evidenti nel secondo albo del dittico: L’ombra che sfidò Sherlock Holmes. Qui Holmes giunge a Twin Peaks e dopo varie peripezie arriverà addirittura a visitare dapprima la Caverna dei Gufi e poi la Loggia Nera. Personalmente io ho apprezzato maggiormente la prima parte del dittico, vuoi per l’ambientazione Old England, vuoi per i disegni di Colombi che a me sono piaciuti di più di quelli di Palumbo. Intendiamoci: non è che i disegni di Palumbo siano inferiori a quelli del misterioso Colombi ma soltanto che per me il suo tratto dinamico e moderno è meno adatto ad una storia con Holmes protagonista. Tuttavia devo dire che ha reso davvero bene le allucinate atmosfere dei film di Lynch, sicuramente in un modo molto migliore di quanto avrebbe potuto fare il delicato tratto edoardiano di Colombi. Dopo il dittico sherlockiano è il turno di una storia grottesca e spassosa, lontana dai toni cupi dei primi tre albi, con protagonista Mark Twain e anch’essa splendidamente illustrata da Dante Spada: L’uomo che raccontava storie. Nell’albo è messa in scena una sorta di Guerra dei mondi wellsiana ante litteram ma in chiave decisamente surreale e a tratti quasi comica, quindi decisamente priva della tragicità e drammaticità di cui è imperniato lo scritto di Wells. L’albo è costellato di continui rimandi a molte opere di Twain. Dopo quest’albo ritorna un attempato Sherlock Holmes, ormai quasi sessantenne, alle prese con una storia che coinvolge un altro mito dell’età vittoriana (tra l’altro protagonista di uno splendido film di Lynch, The elephant man), Joseph Merrick. L’albo in questione è anch’esso splendidamente illustrato da Colombi e si intitola la Donna che visse in due mondi. Dopo questo numero è la volta di un gigante della Storia nazionale italiana, Giuseppe Garibaldi, che durante il suo soggiorno nordamericano si trova a collaborare con Altrove per sventare il pericolo Giallo che proviene dai mari della Cina e attenta alla sicurezza dell’Occidente. L’albo è illustrato dagli Esposito Bros e da un Dante Spada qui leggermente sottotono rispetto alle altre due prove offerte in precedenza e costituisce un chiaro omaggio al nostro maggiore eroe nazionale, ovviamente, ma anche al filone delle storie relative al pericolo da Oriente, inaugurate da Sax Rohmer e dal suo Fu Manchu.

Nel numero successivo sono sempre gli Esposito Bros ad illustrare una storia che vede il ritorno in azione di tre dei membri del quartetto di fondatori di Altrove (nel frattempo l’anziano Franklin è deceduto nel 1790) agli albori del periodo napoloenico, nel 1803, per fronteggiare un pericolo che relegò gli abitanti dell’isola di Roanoke alla fine del secolo sedicesimo nel novero dei più grandi misteri insoluti della storia umana, un demone che potrebbe anche tranquillamente essere lo stesso che è protagonista de La tempesta del secolo di Stephen King. A partire dal numero successivo (l’ottavo) e fino al quindicesimo ci troviamo di fronte ad un duo affiatato: Carlo Recagno ai testi e Sergio Giardo ai disegni. I personaggi che ritroviamo in questi albi intermedi sono in successione: il Divin Poeta Gabriele D’Annunzio alle prese con i misteri legati al crollo del Campanile di Venezia del 1902 ne L’isola che giaceva in fondo al mare; Dracula ne Il principe che tornò dalle tenebre, in cui il mantello tetro del Conte Transilvano cala come una gigantesca cortina ad offuscare l’incoronazione di Edoardo VII: a combattere il Conte sanguinario viene chiamato da Mycroft Holmes nientemeno che il professore Abraham Van Helsing; Houdini nel già citato Il terrore che venne dallo schermo, che costituisce il limes estremo cronologico della serie (essendo l’albo in questione ambientato nel dicembre 1918, immediatamente dopo la fine del Primo conflitto mondiale) oltre che, a mio avviso, il numero più mediocre di tutta la serie; di nuovo Sherlock Holmes in Colui che inseguiva le ombre, in cui si fa luce sul periodo del Grande Iato holmesiano dal 1891 al 1894, anni che, come apprendiamo tra le pagine dell’albo, il segugio di Baker Street trascorse in Tibet; Einstein ne La donna che rapì Albert Einstein, in cui le vicende di un giovane futuro genio della scienza si intrecciano a quelle di un altro gigante, della letteratura però, vissuto all’incirca un secolo prima: Ugo Foscolo; Edgar Allan Poe ( che era già stato presentato come agente di altrove in alcuni numeri di Zagor con lo pseudonimo di agente Raven) sulle tracce, assieme ad un certo Auguste Dupin, della Creatura creata dallo scienziato Victor Frankestein ne La casa che urlava nel buio (evidentemente le case frequentate dal nostro Allan non erano certo ostelli pacifici della gioventù); Giuseppe Verdi ne La dama che cambiò la storia d’Italia, uscito nel 2011 per celebrare degnamente i 150 dell’Unità ed infine la coppia, nemmeno troppo inedita come potrebbe sembrare (visto che già Leblanc ce l’aveva presentata) Holmes- Lupin ne La dama che incantò Arsenio Lupin. Dal sedicesimo finalmente si cambia registro, anche perché pur essendo alcune delle storie succitate davvero molto belle, vi confesso che dopo otto anni ininterrotti di disegni di Giardo (pur essendo indubbiamente molto bravo, non è il mio disegnatore preferito di Altrove, ritenendolo personalmente dal tratto troppo moderno per rappresentare storie ottocentesche, alla stessa stregua di Palumbo) avvertivo la necessità di un cambiamento ai disegni, di una ventata di freschezza e novità. Tale cambiamento arriva con Il vampiro che fece la rivoluzione, in cui un grandissimo Alfredo Orlandi illustra magistralmente le vicende di un Dracula sulle tracce di una reliquia cercata anche dagli agenti di Altrove e più che mai a suo agio nel bagno di sangue del periodo più violento della rivoluzione Francese, quello giacobino durante il quale Ropesbierre lo ridimensiona quasi a fanciullino innocente, dimostrando di essergli superiore per sete di sangue (l’albo è ambientato infatti nel anno 1792 e rappresenta il primo albo dopo 15 anni in cui si torna al secolo decimottavo).

Purtroppo per me il sedicesimo numero rappresenta un unicum nella storia della serie: è il solo in cui è presente Orlandi (che mi è piaciuto moltissimo), il quale sarà sostituito a partire dal fumetto successivo da un comunque altrettanto bravo Antonio Sforza. Dal numero 17 Coloro che vivono di morte (che narra di come il principe dei dandy Oscar Wilde viene chiamato durante la sua tournee americana del 1882 ad investigare per conto di Altrove sull’assassinio del Presidente Garfield) fino al numero che esce nei giorni in cui scrivo sarà quest’ultimo illustratore a disegnare i restanti Altrove. Nel diciottesimo albo viene chiamato a collaborare con Altrove Sigmund Freud per fare luce su un mistero in cui è coinvolto anche uno dei primi fumettisti della storia: Winsor Mccay. Siamo in piena Belle Epoque, nel 1907, al tempo della sottoscrizione della Triplice Intesa. Nell’albo seguente, Il ladro che si alleò con Sherlock Holmes, assistiamo alla ricostituzione del duo Lupin-Holmes in piena Prima Guerra Mondiale, nel 1915. Questo è a mio parere il più bel numero di tutta la serie perché unisce due delle mie più grandi passioni: Sherlock Holmes e la storia dell’Impero Austro-ungarico nel suo crepuscolo, così bene descritta sulle pagine di Joseph Roth, Stefan Zweig, Alexander Lernet Holenia, Robert Musil, Arthur Schnitzler, per citare solo i più grandi cantori del declino dell’Impero asburgico. Infatti in questo numero i governi di due potenze della Triplice Intesa (Francia e Inghilterra) decidono di affidarsi a due uomini tra le loro maggiori glorie nazionali per impedire che i piani di una nuova arma segreta cadano nelle mani dell’Evidenzbureau austro-ungarico. Con il penultimo numero, il ventesimo ci rituffiamo nello stesso scenario dell’albo di esordio, la Guerra d’Indipendenza Americana, per far luce su un episodio sovrannaturale in cui viene coinvolto nientemeno che il generale George Washington. Sul numero che esce in questi giorni ovviamente non posso esprimere un parere ma io credo che sarà uno dei più memorabili della storia di Altrove: infatti ne I tre uomini che ridestarono Chtulhu vengono citati tre grandi autori: Jerome k. Jerome, Lovecraft e William Hope Hodgson. Inoltre con mia grandissima soddisfazione viene per la prima volta omaggiata esplicitamente e fin dalla copertina la terza delle mie grandi passioni letterarie, assieme a Holmes e Joseph Roth: l’opera immortale del solitario di Providence, H.P. Lovecraft. Come se non bastasse già solo questo a mandarmi in estasi, a solleticare ulteriormente la mia soddisfazione di bibliofilo appassionato di letteratura horror d’antan ci sarà a collaborare con Altrove il più grande tra gli investigatori dell’occulto: Carnacki, creato dal genio di un marinaio che sarà perseguitato per tutta la sua breve vita dalle visioni delle mostruosità abissali che nascondono i fondali oceanici e che sarà il precursore e dichiaratamente l’ispiratore degli incubi cosmici di Lovecraft, William Hope Hodgson.

Insomma come avrete senz’altro capito anche voi sfortunati che non avete ancora avuto il piacere di lasciarvi trasportare negli incubi ottocenteschi (e non solo) di Altrove ci troviamo di fronte ad una serie dalle eccezionali qualità e meritevole di una lunga e duratura vita editoriale. Orbene lunga vita alla regina delle testate Bonelli! Vivat Storie da Altrove!

Ivan Mecca

Storie Da Altrove: La Recensione

Storie Da Altrove (1998)