“Vorrei tanto arrivare con l’altalena fin sul cielo, fra le nuvole. Potrei volare intorno al mondo intero e così non sentire più i miei fratelli Oliver e Eugene che piangono di notte. Mia madre dice che hanno sempre fame. Anche lei piange di notte.”

 Frank McCourt (1930-2009) 

A metà dicembre:
“Ciao Bartolomeo, tutto ok?”
“Si, Valerio, tutto bene. Cosa vuoi che scriva per Atmosphere? Dopo le visioni di David Sylvian, l’estro di Sakamoto, le melodie senza tempo di Yann Tiersen, quel genio di Nick Drake… passiamo ad un po’ di musica ambient? Un po’ di folk scozzese? Di musica islandese?”
“No, caro Bartolomeo, vorrei un bel pezzo su Sting”.
“Sting?????? Ma sei impazzito? Devo parlare della cornamusa insopportabile in ‘Fields Of Gold?’. Io HO BISOGNO di scrivere di artisti che nessuno conosce, di musica borderline, che se entra in una classifica, stia ben al di sotto della settantesima posizione. Io non posso scrivere su uno che è in ogni radio e che tutti conoscono!!”

“Ma tu lo conosci bene no?”
“Ma si, l’ho anche visto dal vivo nel lontano 1988, ma devo riascoltarlo con uno sguardo diverso, per renderne degna la presenza sul blog…”
“E tu fallo, riascoltalo, e non te ne pentirai fidati…”
La telefonata mi getta nello sconforto, riordino le idee. Sting. E ora cosa scrivo di Sting che non sia stato già detto e scritto migliaia di volte? Da dove deve partire la ricerca di un’idea, di una traccia da seguire? Mi butto a capofitto in un barattolo di una nota crema di cioccolato, così, perché non guasta mai, e penso, penso, ripenso.
Torna alla mente il concerto di Bari, dove io sono a 3 metri dal palco e rivedo Gordon Matthew Thomas Sumner con il suo fisico statuario che fa impazzire le ragazzine presenti allo stadio (ho dovuto minacciare violenza su una che urlava disperatamente strattonandomi). Che tournée era? Ah sì, era uscito “… Nothing Like The Sun” (1987). Che brani c’erano? Mmmmmm, “Englishman In New York”. Mmmmm. Caspita! Ricordo! C’era uno straordinario Branford Marsalis al sax soprano. Ora ricordo bene, un album bellissimo, intriso di venature jazz e melodie indimenticabili. Ehi, hanno rifatto anche “Little Wing”! Ma si, l’immortale volo pindarico di Jimi Hendrix che parla di farfalle e zebre, l’unica versione credibile non suonata dal chitarrista di Seattle. La vado a riascoltare. Magica. Mi torna in mente come rimasi letteralmente estasiato dal sax del citato Marsalis, ma anche dalla grandissima chitarra del giappo/statunitense Hiram Bullock (scopro che non è più tra noi dal 2008, peccato). Una canzone chitarrocentrica, trasformata in una poesia leggera dove lo strumento principale è la voce straordinaria ed inconfondibile di Sting, ma soprattutto il sax di Branford Marsalis che è un sogno volante. Bellissima.
Ma vuoi vedere che quel demonio di Monacò aveva ragione?
Mi butto con un doppio carpiato nel riascoltare tutto e rimettere ordine nei miei pensieri che a questo punto cominciano ad essere impetuosi. Dopo aver sciolto i Police nel 1983, Gordon Sumner, nato nella contea inglese più a nord e confinante con l’Irlanda (non dimentichiamolo), comincia la carriera da solista nel 1985, con la pubblicazione di “The Dream Of The Blue Turtles” che è il primo dei suoi 11 album da studio, se escludiamo un mini-album cantato in spagnolo, a mio avviso poco degno di nota. E’ il prosieguo naturale del percorso iniziato con i Police, anche se comincia ad intravedersi la strada che Sting percorrerà nei futuri 30 anni di attività. Infatti, mentre ci sono brani che potrebbero far parte tranquillamente di un LP dello sciolto gruppo inglese tipo “If You Love Somebody Set Them Free”, “Love Is The Seventh Wave” e “Shadows In The Rain”, sono presenti anche grandi pezzi con venature jazz/fusion come “The Dream Of The Blue Turtles” e quel gioiello notturno di “Moon Over Bourbon Street”. Ma soprattutto c’è il drammatico capolavoro di “Russians”, dove Sting inaugura uno stile compositivo che lo caratterizzerà nel tempo; prende una melodia attingendo dalla musica classica – in questo caso si misura con Sergej Prokofiev e la sua “Lieutenant Kijé Suite, Op. 60” – e ci appiccica un testo straordinario contro la Guerra Fredda e la minaccia del nucleare. Un brano che fa balzare l’intero album ai vertici delle classifiche mondiali.
Passano due anni, e Sting dà alla luce il già citato “… Nothing Like The Sun”. Viene consolidata la precedente esperienza con l’ingresso di altri musicisti che provengono dal jazz. L’abilità di Sting è quella di “far accomodare” tanti strumentisti di fama mondiale senza far prendere loro il sopravvento (scusatemi ma non sopporto il “loro” leziosismo). Il disco è bellissimo, con canzoni che hanno fatto la storia. I brani, già belli di per se, sono arricchiti dalla presenza di artisti del calibro di Eric Clapton, Mark Knopfler, Andy Summers e la Gil Evans Orchestra. “Fragile”, con la sua chitarra che ti entra dentro e non ti lascia più e la già citata “Englishman In New York”, con il suo tempo in levare e il ritornello “I’m an Alien, I’m a legal Alien” (e non “I’m an Animal, I’m an eagle Animal”, come sentii cantare dal vivo…), rendono l’album imperdibile.
Passano 4 anni, gli muore il padre nel 1989, e Sting pubblica “The Soul Cages”, un concept che analizza il rapporto tra se stesso ed il genitore scomparso. Lui dichiarerà che la composizione di questo disco è stata un processo terapeutico, in quanto per il dolore non riusciva a scrivere più niente. Affrontare, grazie a questo album il suo dolore, lo ha portato a superare la comunque dolorosa fase creativa. Il protagonista della storia è Billy, un ipotetico personaggio di Newcastle la cui vita si intreccia con il mare. Lo stile è diverso rispetto a tutto il jazz ascoltato nei lavori precedenti, e qui assume un’atmosfera più intimista. I testi si interrogano sul Bene e sul Male, sulla religione e sulla spiritualità. Spiccano “Why Should I Cry For You”, una specie di preghiera laica dedicata al padre e “Mad About You”, resa famosa in Italia anche da una discutibile versione cantata insieme a Zucchero, in parte nella nostra lingua, che si intitola “Muoio Per Te”.
Dopo questo stupendo e toccante lavoro Sting pubblica “Ten Summoner’s Tales” (1993). E’ l’LP che segna la prima collaborazione, che va avanti da allora, con il suo chitarrista di fiducia, l’argentino Dominic Miller. E’ lo scrigno che una volta aperto regala a tutti noi la splendida “Shape Of My Heart” (indimenticabile nella versione chitarra e voce in un video registrato a casa con il fido chitarrista sudamericano) ma anche la melensa “Fields Of Gold” e la magnifica “It’s Probably Me” scritta con Eric Clapton e Michael Kamen.

Nel marzo del 1996, poi, l’ex Police pubblica “Mercury Falling”, disco non accolto con favore dalla critica ma che ha mantenuto un ottimo volume di vendite. E’ la naturale prosecuzione del precedente, un altro album pop dove però spiccano diversi brani che lasciano intravedere la strada futura del cantante inglese: “The Hounds Of Winter”, “I Hung My Head” (coverizzata magnificamente da Johnny Cash), “Let Your Soul Be Your Pilot”, “I Was Brought To My Senses” e “Valparaiso”, sono brani che hanno gli inconfondibili odori delle campagne irlandesi.
“Brand New Day” (1999), segna una svolta sia a livello compositivo che di vendite. E’ lo Sting intimista dalla voce sognante che conosciamo tutti, che prende in mano anche la produzione avvalendosi della collaborazione del “programmatore sonoro” Kipper, grazie al quale viene offerta una ventata di aria fresca ai suoni che per la prima volta presentano campionature. Famosissima “Desert Rose”, con suoni che arrivano direttamente da un Medio Oriente del futuro. Gustosissime anche “A Thousand Years”, “Perfect Love… Gone Wrong” e la stessa “Brand New Day”.
Nell’album successivo (uscito dopo il live “… All This Time” del 2001), “Sacred Love” (2003), Sting prosegue con la sperimentazione elettronica avvalendosi nuovamente della collaborazione di Kipper, ma contemporaneamente amplia la ricerca di suoni da altri mondi con l’inserimento, ad esempio, di un sitar. Le canzoni, nonostante non spicchino particolarmente, sono davvero belle, merito dei beat ma anche della struttura compositiva, impreziosita dalla chitarra del fidato Miller; “Never Coming Home”, “The Book Of My Life” e “Inside” i brani a mio avviso più belli.
La continua ricerca porta Sting a navigare mari inesplorati, che lo fanno approdare nel 2006 ad un progetto davvero fuori dal comune. La strada aperta con “Russian” viene rielaborata unitamente ad un suonatore di liuto bosniaco che si chiama Edin Karamazov. Insieme, i due musicisti prendono in prestito le composizioni barocche di un compositore inglese del 1500, John Dowland (1563-1626), e Sting si cimenta con i testi di autori sconosciuti in maniera fantastica. Non è sicuramente un album pop, è un vero e proprio lavoro di musica classica, barocca. Stupendo e fuori dal tempo.
Lo stesso percorso di ricerca, tornando però ad una dimensione leggermente meno classica, Sting lo compie con “If On A Winter’s Night…” (2009), che è un disco fatto per chi ama la notte e l’inverno, e per chi ama molto viaggiare, non nel senso turistico del termine, ma più nel senso espresso nei loro libri da Paul Bowles o da Jack Kerouac. Ispirato ad un romanzo che Italo Calvino pubblicò nel 1979 dal titolo “Se Una Notte D’Inverno Un Viaggiatore”, l’album esprime una miscela perfetta di tutti gli ingredienti espressi nella sua lunga carriera dal cantante e polistrumentista britannico: c’è la notte, c’è l’inverno e c’è un viaggiatore; c’è tutta la suspense in questo titolo che fluttua verso chissà quali direzioni. E’ uno Sting particolarmente ispirato, che nel ritiro quieto e innevato del suo podere in Toscana, registra questo nuovo concept album formato da 15 brani, che è talmente particolare che dargli una definizione è davvero difficile. Le melodie cantate nei toni più bassi della estensione di cui è capace la splendida voce di Sting, spaziano tra ballate che ricordano i canoni del Seicento, i canti gregoriani… per poi passare alle ballads della tradizione irlandese, con alcuni ritorni nella musica barocca. Il tema ricorrente è ovviamente la neve: “The Snow It Melts The Soonest”, per gran parte solo voce e liuto, è un brano inglese risalente agli inizi del 1800 il cui tema è la separazione tra due innamorati; chi canta è certo che la separazione non sarà definitiva e al primo disgelo la sua amata tornerà da lui: “Ma devi rimanere, sdraiarti accanto a me, mia amata, baciarmi e poi partire. Ed io aspetterò qui fino al canto della beccaccia. E fino a che il balestruccio prende il volo. Perché le nevi si sciolgono prima quando i venti iniziano a cantare”. In un altro brano l’inverno arriva lentamente, la canzone “Now Winter Comes Slowly”, infatti, è una rielaborazione di un brano di Henry Purcell (fine 1600) e mette i brividi addosso; un quartetto d’archi che con lento incedere intesse fiocchi di note che cadono lentamente. Ma la vera perla è forse “Lullaby For An Anxious Child”, uno dei due pezzi interamente composti da Sting per l’LP. E’ una canzone stupenda che sembra risalire alle stesse epoche dei brani che l’hanno preceduta. Una ballata praticamente tradizionale per suoni, melodie, strumenti ed arrangiamenti. Sting si supera nella sua interpretazione vocale, è un brano dolcissimo, che non ha nulla da invidiare alle più famose “Fragile” o “Shape Of My Heart”.
Nel 2010 esce un altro album in studio, “Symphonicities”, che altro non è se non una riedizione dei suoi vecchi successi riletti con la prestigiosa collaborazione della Royal Philharmonic Orchestra; ovviamente gli arrangiamenti sono sontuosi e la voce dell’ex Police svetta. Un’opera che è un po’ una sintesi dell’attività di Sting, compresa una parentesi che omaggia alcuni brani dei Police, come ad esempio la famosissima “Roxanne”.
Passano gli anni ed arriva l’ultimo suo lavoro ad oggi, intitolato “The Last Ship” (2013). E’ di sicuro tra i miei preferiti, per la dimensione fragile e intimista che traspare attraverso tutti i brani. Di certo è la naturale prosecuzione di “The Soul Cages”, pubblicato 22 anni prima, per la presenza fortissima di mare e di vele. Un po’ come se Sting, dopo un lungo, lunghissimo viaggio, che lo ha portato in giro per il mondo novello Ulisse, fosse tornato a casa, nella sua Newcastle. La struttura è quella ormai rodata di un concept album in cui viene raccontata la storia di alcuni operai di un cantiere navale che stanno costruendo una nave per fare in modo che il cantiere non chiuda. E’ raccontata un’Inghilterra rurale in modo davvero raffinato. L’album è stato trasformato anche in un musical che ha girato a Broadway, con alcuni brani aggiuntivi non presenti nel “The Last Ship” originale (ma recuperabili nella versione “Deluxe” con ben cinque pezzi aggiuntivi). Il disco custodisce diversi gioielli come “Practical Arrangement” o “I Love Her But She Loves Someone Else”, sono storie, raccontate davanti ad un camino in una taverna di un porto di pescatori. Fuori il freddo, dentro il tepore. Ma anche “The Last Ship” e “And Yet” sono brani intimi e nello stesso tempo drammatici, che rimandano a quelle atmosfere raccontate da Frank McCourt in “Le Ceneri Di Angela” (1996).

Termina qui questa ricerca, su tutto ciò che di bello ha scritto e pubblicato Sting, tralasciando ovviamente i numerosi “live” di minore importanza. La conclusione che ne traggo è che di sicuro l’approccio ai suoi album va fatto con riverente rispetto, perché è un fuoriclasse. Ma nel vostro approccio, tralasciate la crema al cioccolato: è possibile nutrirsi di buona musica senza alterare il livello di trigliceridi. Che è meglio.

Bartolomeo Perrotta

Sting, Tra Crema Di Cioccolato E Storie Di Mare

Sting