“Sta l’uomo innanzi a Dio, come egli deve, solo, senza timore. Lo protegge la sua semplicità. Non ha armi né astuzia, finché Dio lo soccorre con l’assenza.”

Friedrich Hölderlin (1770-1843)

SK – SonderKommando

Cortometraggio di Nicola Ragone

NOTE DI REGIA

Primo Levi avvertiva: “Se è successo, potrebbe ancora succedere”. La Storia, come diceva già Giambattista Vico, si ripete, e non perché si ripeta uguale negli atti, ma perché la natura dell’uomo è sempre la stessa. La natura dell’odio e della volontà di “eliminazione dell’altro” perché diverso da sé, non ci ha mai abbandonato ed è questa ragione che ci spinge oggi, a raccontare una storia d’amore così diversa eppure così tristemente uguale. Un frammento lirico, un affresco che ritrae la nascita di un amore tra due uomini, due deportati in un campo di concentramento. Il viaggio, il treno, un canto da Mahler, il suono stridulo di un’armonica rompe il silenzio dei vivi. Emanuele nota Leone, lo guarda da lontano, si fa spazio tra la folla del vagone, vuole avvicinarsi attratto dal sentimento che Leone esprime attraverso le note di quello strumento trovato in tasca ad un morto ritto accanto a lui. Fasci di luce in movimento, bagliori che dall’esterno svelano l’insufficienza dei deportati ammassati in un carro bestiame. Un quadro espressionista che urla il suo messaggio, ma il grido è muto, tutto è paralizzato, nessuno parla, si risparmia il fiato, l’individualismo cresce, la potenza degli sguardi tra i due, l’unica forma di vita. Due profili in silhouette, due volti vicini, è l’amore che sboccia dove gli pare, come un fiore dal letame. Nel buio, le labbra di Leone sono ad un soffio da quelle di Emanuele, dalle grate del vagone filtra una luce che ha il sapore di un arrivo; le due silhouette si perdono nella sovraesposizione del portellone che si apre. Caos, grida, cani che abbaiano, un inferno. Dall’alto tante teste che si dirigono fuori dal vagone. I due destini si dividono, perdiamo Emanuele, inizia l’incubo per Leone. Un corridoio buio, grida, sofferenza, smistamenti, condanne. Leone spia, conosce la mostruosità del Lager. Ma lui è diverso, il suo destino è più crudo: vittima e carnefice in egual misura, o doppiamente vittima. Ed eccolo entrare nella “zona grigia”, quella dei corvi del crematorio. E’ stato selezionato per far parte della squadra speciale dei Sonderkommando. Condurre i fratelli alle finte docce, rimuoverne i cadaveri a braccia dopo pochi minuti e caricarli sui carrelli da infilare nei crematori, questa la routine. Immagini eidetiche, poche pennellate, poca luce ad illuminare gli ambienti angusti del Lager. Più che una ricostruzione, un’interpretazione e una configurazione degli spazi secondo una  sensazione personale, di chi ha visto, ma non vissuto. Non si vedono corpi, tutto è riflesso negli occhi increduli di Leone. La camera a gas è un ambiente oscuro, dove il non-visto evoca ciò che è presente. Lo spogliatoio, rigoroso, geometrico nell’architettura, è sporcato dal gorgo delle file  di chi vive per l’ultima volta. Nel caos generale Emanuele e Leone si scontrano di spalle, si girano… i loro due profili sono vicini come lo erano in treno, in quel bacio rimasto sospeso. Il tempo si ferma (gioia, desiderio, terrore). Un lungo momento di sospensione tra i due, gli occhi negli occhi. E invece tutto è negato da tutto. I due amanti vengono allontanati e divisi dalla folla. Il Sonder deve continuare il suo compito infame ed Emanuele deve procedere verso la camera a gas. La vista ci viene oscurata.
Ma lo sterminio continua… a tutt’oggi.

STUDIO PER LA SCENEGGIATURA DI “SONDERKOMMANDO”

Un viaggio attraverso le fonti, voci di diversa datazione, penne e stili, percorsi antitetici. Un’esplorazione all’interno dell’Universo concentrazionario utile all’acquisizione di informazioni, di interpretazioni che differiscono dal modo in cui siamo abituati a leggere la storia, una visuale ampliata e arricchita grazie alla comparazione tra modelli letterari diversi.
Studio sull’Olocausto, di cui si conosce ancora poco, di cui si è parlato in modo limitato e da tempo esiguo, nonostante sia spesso definito un argomento abusato.
Testimonianza necessaria per ricostruire il non–luogo che definiamo Lager, per farlo diventare un luogo della memoria. Teatro di tragedia, di parole atroci, di racconti “surreali”, luogo che può essere identificato in un modello predefinito, grazie agli interventi di autori o deportati che hanno deciso di raccontare un fenomeno che non ha nulla di terreno. Lager, città inesistente, che mai esisterà, ma già esistita, solo per vita breve, per fortuna. Spazio vuoto, occupato solo dalla vacuità dei suoi interpreti principali, realtà spazzata via dalla storia, tra poco lontana da noi di generazioni. Pochi contatti ancora: deportati sopravvissuti, anziani e ancora in vita, con ricordi ormai morenti da salvaguardare, da conoscere, da divulgare per non dimenticare e posizionare il Lager in un punto preciso della storia dell’uomo.

DEDICA DOPO LA VITTORIA DEL NASTRO D’ARGENTO:

E’ questo il Nastro d’Argento di tutti coloro che hanno avuto coraggio, che hanno scommesso e si sono sacrificati. E’ un premio al progetto, al desiderio di evocare una certa tipologia di cinema, alla sofferenza vissuta per raggiungere un risultato, alla magia che si è creata, alla solidarietà tra colleghi, alla collaborazione tra professionisti e giovani menti, ai volontari, alla polvere, al profumo della “chimica”, alle notti insonni, ai pensieri, ai sogni condivisi, agli occhi di un bambino, allo sguardo di un adulto, ai legni pitturati, alla forza del cinema, al suo essere spietato, al “falso da tradire”, “all’amore che sboccia dove gli pare, come un fiore dal letame”, alla squadra puntuale, ad ogni individuo, ad ogni coscienza, alla Polonia, alla tristezza, alle lacrime, alle amicizie, a Gustav Malher, ad Aloysia Weber, a Sergio Leone…

“E’ un Nastro per dirvi grazie, è il vostro Nastro… grazie per esserci stati…”

Nicola Ragone