Ciao a tutti, prima di iniziare permettetemi una piccola postilla: se quanto segue non è di vostro gradimento la colpa è da ascriversi in maniera assoluta al sig. Valerio Monacò (signore poi…  bah), che mi ha proposto questo ciclo di recensioni; quindi se dovessero sussistere problemi o rimostranze contattate direttamente lui e non me! In realtà questa è soltanto una maniera contorta per ringraziarlo di avermi coinvolto nel progetto di atmosphereblog.com, perché in verità vi dico, che mi sono divertito da matti a scrivere quanto segue.

 

Cominciamo allora. Un bel giorno mi sono deciso a lavorare ad una serie di recensioni sugli scritti di Sir Arthur Conan Doyle (ho accettato la sfida come si suol dire), e, dal basso della mia esperienza che detto tra noi al momento equivale a zero, e con una buona dose di faccia tosta, ho subito pigiato i tasti del mio PC. Ora, il miglior inizio possibile per parlare di questo grande scrittore non può che essere quello di cominciare dalla sua creatura più famosa e forse più odiata (che fa anche morire per poi essere costretto – a furor di popolo – a resuscitare) ossia il più grande detective del mondo, SHERLOCK HOLMES. Conan Doyle, pur avendo sempre avuto ambizioni letterarie, era un brillantissimo studente in medicina, che essendosi laureato ha cercato, con poco successo a dirla tutta, di portare avanti la sua professione. Purtroppo per lui però, e fortunatamente per noi, i clienti erano pochini ed allora ritorna ai suoi sogni e all’età di 26 anni scrive il suo libro d’esordio. E’ in una domenica mattina dell’aprile del 1886 che il giovane Arthur termina la prima storia del grande investigatore, e ancora non  immagina quale impatto avrà ciò che ha appena compiuto sulla sua vita; del resto, non ha fatto altro che creare il mito del più grande detective di tutti i tempi. Poiché Holmes è esattamente questo, un personaggio inventato che per la bravura del suo scrittore esce fuori dai suoi libri e vive di vita propria, diventa reale, infatti basta chiedere a chiunque chi è il miglior investigatore di sempre e sono certo che nella maggior parte dei casi la risposta sarà Sherlock Holmes. E’ esattamente questo quello che capita a me quando leggo i suoi libri, mi sembra di avere Holmes a lato che suona il violino deliziandomi quindi con le sue melodie o magari fumando la pipa, nel qual caso riesco quasi a sentire l’aroma pungente del tabacco; secondo me è questo il motivo principale per il quale bisogna considerare Conan Doyle come uno dei migliori scrittori mai esistiti, proprio perché riesce a coinvolgere il lettore a tal punto da fare in modo che lo stesso si crei tutto un mondo fantastico nel quale ognuno a suo piacimento ambienta le avventure che capitano a Sherlock Holmes, senza riuscire più a distinguere la realtà dalla fantasia. Ma Holmes esiste oppure no?

Il primo di una lunga serie tra romanzi e racconti dedicati al nostro detective è “Uno Studio in Rosso”, che Conan Doyle finisce di scrivere appunto nell’aprile del 1886 e che viene poi dato alle stampe nel 1887, iniziando così una saga letteraria costellata di enormi successi e incredibile longevità. Il romanzo comincia con il Dottor John H. Watson che è appena tornato in Inghilterra dall’Afghanistan, dove prestava servizio come aiuto chirurgo nell’Esercito di Sua Maestà. Il buon dottore rientrato in patria a curare la sua salute malferma a causa di una ferita alla spalla, sceglie di stabilirsi a Londra, prendendo alloggio in un albergo. Resosi conto dell’eccessivo costo della sistemazione inizia a cercarne un’altra ed in una fortunatissima (per noi) girandola di eventi e grazie ad un suo amico, il giovane Stamford, che aveva lavorato con lui come infermiere e che gli parla di un’altra persona da lui conosciuta in cerca di alloggio e interessata a dividere le spese di un appartamento, Watson arriva ad incontrarsi con… squillino le trombe: Sherlock Holmes. L’acuto investigatore da subito stupisce il dottore (che mai aveva visto prima) dicendogli, e cito Conan Doyle testualmente: “Vedo che è stato in Afghanistan…”, questa affermazione colpirà molto Watson e solo in seguito lo stesso Holmes gli spiegherà come ha fatto a dedurre il suo immediato passato; ma voi sarete costretti a leggervi il libro se volete conoscerne il metodo! E’ dunque così che inizia la loro fortunata convivenza al 221B di Baker Street ed è inoltre così che i due diventeranno amici inseparabili e praticamente colleghi, visto che il dottore vestirà i panni di una sorta di investigatore in seconda, nonostante il fatto che parallelamente aprirà un suo gabinetto medico.

Holmes in un batter di ciglia comincia ad incuriosire il dottore, lui è infatti una persona molto singolare e di difficilissima catalogazione, non vi dico altro e come sopra se volete saperne di più leggete il libro, dove, per di più, vi è raccontato che da subito il detective inizia a ricevere a casa visite da parte delle persone più disparate, facendo sì che la curiosità del povero Watson continui a crescere fino a che lo stesso Holmes chiarirà tutto dicendogli quel che fa per vivere. E’ una mattina a colazione che il medico legge su di una rivista un articolo sulla scienza della deduzione, sostenendo dopo averlo letto che sono tutte fandonie ed è allora che interviene Sherlock dicendo che il pezzo è opera sua e che proprio sull’uso della deduzione si fonda tutto il suo lavoro, lui è infatti un investigatore-consulente. Holmes viene quindi consultato sia dalla polizia quando nel corso di una indagine si arriva ad un punto morto e non si riesce più ad andare avanti, e sia da privati cittadini quando succede loro qualcosa di spiacevole e vogliono venirne a capo. Tutto ciò che lui fa è applicare il suo metodo fatto di indagini precise basate sulle sue amplissime conoscenze delle più svariate materie scientifiche e sulla estrema conoscenza di Londra e dei suoi anfratti, connubio questo, che permette al detective di trarne le dovute conclusioni e immancabilmente di portarlo alla deduzione, appunto. Inutile dire che Conan Doyle nel suo libro fa una descrizione dettagliata e molto esplicativa del metodo usato dalla sua creatura e il modo semplice in cui Holmes spiega a Watson l’essenzialità del suo modus operandi è una delle cose più belle dell’intera saga. Ma torniamo alla storia, e nella fattispecie ad una mattina nella quale un “fattorino molto speciale” e non dico altro, consegna una lettera indirizzata al nostro detective preferito. Il messaggio altro non è che una richiesta d’aiuto da parte di Tobias Gregson, Ispettore di Scotland Yard, per un delitto che si è consumato a Lauriston Gardens, dove è stato rinvenuto il corpo senza vita di Enoch J. Drebber di Cleveland, Ohio, Stati Uniti. Da un primo esame della scena del crimine è subito chiara la complessità del caso, ed ecco che Sherlock Holmes viene chiamato in causa ed insieme al Dottor Watson si reca sul luogo del delitto, dove ivi giunti, vi trovano insieme a Gregson un altro agente di Scotland Yard, ossia l’Ispettore G. (Greg o George?) Lestrade, che in questo modo viene presentato al pubblico e che sarà uno dei più presenti nel futuro del celebre detective. Holmes esamina tutto, ma proprio tutto, non soltanto la scena del delitto ma anche gli immediati dintorni con l’attenzione e la maniacale cura di cui solo lui è capace, traendone le sue conclusioni chiarendo fin da subito che si tratta di omicidio e non di suicidio, spiegando poi che si tratta nella fattispecie di avvelenamento. A questo punto Lestrade segna un punto a suo favore richiamando l’attenzione dei presenti su una parola impressa sul muro della stanza del delitto: RACHE, andando poi però subito fuori strada sentenziando che probabilmente l’assassino voleva scrivere il nome Rachel e che quindi una donna con questo nome è in qualche maniera coinvolta nell’omicidio. Sarà dunque ancora il nostro investigatore a riportare le supposizioni su giusti binari, spiegando che RACHE è una parola tedesca e che significa vendetta, tenete inoltre a mente che durante le indagini iniziali sul luogo del delitto viene ritrovata una fede nuziale femminile e viene poi appurato che Drebber, non era venuto da solo in Inghilterra, ma era stato accompagnato da quello che risulterà poi essere il suo segretario, Joseph Stangerson. E’ così che prendono il via tre indagini diverse, quelle di Gregson, Lestrade e naturalmente di Holmes… indovinate un po’ chi la spunterà?

Gregson appura che Drebber aveva preso alloggio presso la pensione Charpentier, e recatosi sul posto interroga Madame Charpentier e sua figlia. Dopo aver fatto delle pressioni alle donne, viene a sapere dalla signora che il fu Mr. Drebber, e si capisce subito che tanto vittima non era, aveva effettivamente dimorato nella sua pensione e che era riuscito a creare diversi imbarazzi per via del suo interessamento ossessivo nei confronti della figlia della proprietaria, che a quanto afferma lo stesso Ispettore è una bellissima ragazza. Giunti al culmine della faccenda Drebber aveva cercato letteralmente di trascinare la giovane via con sé e solo l’intervento provvidenziale del fratello della figliuola (un militare) riuscì a dissuadere il nostro futuro cadavere dal suo intento. Il ragazzo era in licenza a casa e con l’ausilio di un solido bastone era riuscito ad allontanare il “brav’uomo” da sua sorella, salvo poi decidere di seguirlo per assicurarsi che non avrebbe avuto dei ripensamenti, dopo di che non si ebbero più notizie ne del ragazzo ne di Drebber, ed in mattinata si sarebbe appresa la notizia della morte di quest’ultimo. Ecco che a questo punto Gregson dà prova di ineguagliabile sagacia e dopo aver scoperto dove si trova il sottotenente Charpentier, lo arresta per l’omicidio. Per Gregson il caso è chiuso, e va al 221B di Baker Street a vantarsi.

Lestrade dal canto suo scopre che Stangerson alloggia all’Halliday Private Hotel, vi si reca e una volta chieste le dovute informazioni scopre il numero di stanza del segretario di Drebber, ed accompagnato da un fattorino va alla camera in questione. Arrivati di fronte alla porta è visibilissimo un rivolo di sangue che scorre da sotto la stessa ed una volta forzata la serratura ed entrati nel locale ecco il cadavere di Stangerson, ahi ahi, la faccenda si complica. Lestrade si precipita a sua volta a Baker Street trovandoci anche Gregson, e riferisce quanto scoperto, facendo apparire subito chiaro che ovviamente il giovane sottotenente è innocente. Purtroppo per lui Gregson ha preso un granchio.

Holmes ovviamente continua per la sua strada ed arriva alle conclusioni, supportate da una serie di prove a carico delle sue geniali deduzioni che si riveleranno più che esatte. Nel mezzo della vicenda ci sarà addirittura una persona che riuscirà a gabbarlo in una data circostanza, per ulteriori chiarimenti, leggere “Uno Studio in Rosso”, romanzo ideato e scritto da Sir Arthur Conan Doyle, ne avete sentito parlare mi pare no? Vi anticipo solo questo, durante le sue indagini Sherlock Holmes da subito mette in mostra i suoi metodi poco ortodossi, infatti per reperire informazioni utili assolda una banda di monelli del quartiere, che paga uno scellino a testa e che di volta in volta spedisce in giro a fare il “lavoro sporco”, ed è anche grazie a loro che condurrà in porto la soluzione del caso; nel libro è ovviamente spiegato perché sceglie proprio i ragazzini e non va lui o manda altri in giro in sua vece.

Il romanzo sembrerebbe finito, ma non è così. Giri una pagina e ti ritrovi a miglia e miglia di distanza ed addirittura in un’altra epoca e parecchi anni prima che gli avvenimenti londinesi assurgano agli onori della cronaca. Conan Doyle ci trasporta nello smisurato nulla del deserto americano, dove due persone vagano solitarie ormai ad un passo dalla morte, sono John Ferrier e quella che diventerà poi sua figlia adottiva Lucy, che vengono tratte in salvo dalla immane carovana dei Mormoni che attraversando il deserto si sta dirigendo nelle terre che il Profeta e il destino hanno loro assegnato. La comunità darà vita a Salt Lake City ed è in questa nuova città che John e quella che è ormai sua figlia Lucy, dopo aver aderito al culto dei Mormoni, si stabiliranno e prospereranno grazie all’abilità dimostrata dall’uomo, che nel giro di una dozzina d’anni diventerà estremamente ricco ed una persona in vista e degna del rispetto guadagnatosi. I due abbracciarono il Culto in tutto e per tutto, solo su un punto John rimase fermo: non volle mai prender moglie e per i Mormoni che praticano la poligamia questo restò un fatto quantomeno singolare. Gli anni passarono e Lucy divenne adulta e molto bella ed una mattina, in giro per una commissione per conto del padre, conobbe in maniera rocambolesca il  giovane che le ruberà il cuore, Jefferson Hope. Hope si dimostrò fin da subito un bravo ragazzo riuscendo anche ad entrare nelle grazie di John, che una volta appurato l’amore che lega i due giovani, dà il suo benestare alla loro unione, anche perché mai avrebbe acconsentito ad un matrimonio tra Lucy ed un mormone; lui era nato americano, libero, e tale era rimasto, in segreto però, perché tenete presente che all’epoca mettersi contro il Credo significava sparire inspiegabilmente senza lasciare traccia. Permettendo però l’unione tra i due giovani, John Ferrier attirò su di se l’interesse del Sacro Consiglio dei Quattro, che pretese che Lucy spossasse un uomo aderente alla vera fede, è il Profeta in persona, Brigham Young, che obbligò John ad una scelta, Lucy avrebbe dovuto decidere chi sposare, indovinate un po’ tra chi? Proprio loro, Drebber e Stangerson, i cui padri erano tra le persone più in vista della comunità. John disperato prese tempo e il Profeta gli concesse un mese. L’ultima speranza dell’uomo per sfuggire alla morsa degli Angeli Vendicatori era il giovane Jefferson Hope, ed allora gli mandò immediatamente un messaggio. Gli Angeli Vendicatori erano l’organizzazione segreta che i Mormoni avevano messo in piedi per far “rispettare” la Legge, quelli che si “occupavano” di coloro i quali non rispettavano il Credo. Con il passare dei giorni l’orrore di John per il futuro non suo ma di Lucy aumentò sempre più anche a causa di un terrificante conto alla rovescia che venne impresso a fuoco nella sua mente. E’ l’ultima volta che ve lo dico, leggete il libro. Giunti ormai agli ultimi due giorni, Ferrier si sentì perso e pronto a morire pur di proteggere la figlia. La notte del penultimo giorno sentì però bussare piano alla sua porta e, afferrato il coraggio, a due mani la aprì, vedendo una figura strisciante che pian piano entrò in casa. Era Jefferson, che aveva risposto alla sua richiesta d’aiuto. Il temerario ragazzo, spinto dall’amore per Lucy aveva sfidato la macchina da guerra mormonica pur di fare qualunque cosa per salvarla e quella stessa notte racimolato il racimolabile decise che era giunto il tempo della fuga. Ferrier e Lucy, aiutati dal giovane riuscirono a passare tra le maglie della strettissima sorveglianza che era stata predisposta per loro, e per un paio di giorni la fecero franca, ma il braccio degli Angeli Vendicatori era toppo lungo e riuscì a raggiungerli. Una notte, mentre Jefferson era a caccia a far provviste per il lungo viaggio, Lucy e John vennero sorpresi, l’uomo ucciso sul posto e la ragazza presa e riportata a Salt Lake City. Il ragazzo quando tornò sul luogo del loro accampamento capì subito quello che era successo, trovò la tomba che i Mormoni scavarono per John, e non trovando quella di Lucy fu sicuro anche della sorte della ragazza. Decise allora di ritornare sui suoi passi, verso la città. Sulla strada incontrò un suo conoscente appartenente al Credo e lo interrogò su ciò che era successo a Lucy. L’uomo pur di non farsi vedere con Jefferson – sul ragazzo infatti pendeva una taglia messa sulla sua testa dal Consiglio – rispose alle sue domande e fu così che il giovane Hope apprese la brutta notizia: la sua adorata è ora divenuta la sposa di Drebber. I già ferrei propositi di vendetta di Jefferson per l’omicidio di John, furono resi ancor più saldi da quanto successo alla povera Lucy, e decise di dedicare la sua vita a far scontare tutto a quei due “galantuomini”; perché è vero che Drebber la spuntò riuscendo a sposare Lucy, non certo per amore ma solo per assommare alle sue ricchezze quelle di John, ma fu altrettanto vero che era stato Stangerson ad uccidere John Ferrier, cosa che Jefferson scoprì sempre dalla chiacchierata avuta con il suo conoscente. La povera ragazza si lasciò andare e nel giro di un mese le sue sofferenze giunsero al termine. La notte della sua veglia funebre, un “fantasma” apparve dal nulla baciandola teneramente sulla fronte, le tolse poi la fede nuziale dal dito e sparì di nuovo nel nulla. Iniziò così l’inseguimento di Jefferson Hope a quei due bastardi che capita la mala parata se la squagliarono in fretta e furia. In queste poche pagine Conan Dyle è bravissimo a far arrivare al lettore la determinazione del ragazzo nel portare avanti i suoi propositi di vendetta, perché l’inseguimento dura una ventina d’anni e copre due continenti, America ed Europa, ed è a Londra che la vicenda trova il suo culmine ed è questa, almeno per me, la parte più avvincente del libro. Lo scrittore è eccezionale a farci simpatizzare per il dispensatore di giustizia, infatti, visti i precedenti, quei due meritavano ben altro e nel libro sarà chiarissimo come in realtà sia stata fatta giustizia. Difatti Watson, non appena vede il volto mortuario di Drebber, fa notare come dalla sua faccia traspaia l’anima nera di un uomo che fa pensare alle peggiori nefandezze compiute effettivamente in vita, e lo stesso Stangerson visto ciò che successe negli Stati Uniti non era certo esente da colpe, ed infatti anche nel suo caso emergerà come addirittura quasi non si tratti di un delitto, bensì di legittima difesa.

In conclusione vi dico che il libro è fantastico, perché alla base di tutto c’è una grande intuizione da parte di Arthur Conan Doyle: secondo me infatti, l’eroe non è Holmes, lui si limita a fare ciò in cui è bravissimo, il numero uno, il vero eroe è un altro ed è mosso dal sentimento più genuino e sicuramente più pericoloso che esista, la vendetta. Instillare tale sentimento in un uomo, come ci dimostra ampiamente lo scrittore scozzese, è davvero molto rischioso. RACHE è la parola chiave di tutto, VENDETTA è il fulcro della vicenda.

Raffaele Mancusi

Ispettore G. Lestrade, Sherlock Holmes, Dottor John H. Watson - Illustrazione di Giorgio Trevisan

Ispettore G. Lestrade, Sherlock Holmes, Dottor John H. Watson – Illustrazione di Giorgio Trevisan