“E’ con cuore molto pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva.”

Arthur Conan Doyle (1859-1930)

 

Silver Blaze – Dicembre 1892

Anche questo libro, come il precedente, è costituito da una serie di avventure sotto forma di racconti. Questa raccolta fu pubblicata nel 1894 e come per la precedente “Le avventure…”, anche in questo caso le storie furono pubblicate prima e singolarmente sulla rivista letteraria “The Strand Magazine”, per poi essere raccolte in due romanzi completi. Il primo grattacapo per il grande Sherlock Holmes riguarda l’assassinio di John Straker, prima fantino e poi allenatore di Silver Blaze che come ovvio, dato il nome, è un cavallino niente affatto male di proprietà del Colonnello Ross e che risulta essere scomparso; i due avvenimenti sono in qualche modo collegati, ed essendo il cavallo il super favorito per la Wessex Cup, ecco che il tutto assume un contorno piuttosto importante. E’ il Colonnello ad inviare un telegramma per chiedere la collaborazione di Holmes (con il prode Dr. Watson a dar man forte, come sempre), visto che l’Ispettore Gregory, purtroppo – nonostante gli sforzi profusi ed a causa di una patologica mancanza di immaginazione, cosa che il nostro non tarda a sottolineare – non riesce a venire a capo della faccenda e arresta soltanto Fitzroy Simpson, sul quale sembrano proprio convergere tutti gli indizi di colpevolezza. La  verità però è un’altra e i due detective di Baker Street la scoveranno; a dir la verità, come sempre la bilancia pende a favore più di uno che dell’altro, ma anche il dottore ha i suoi meriti come accade ormai spesso: il Metodo quasi non ha segreti per lui…! Arthur Conan Doyle stavolta riesce a sorprendere il lettore con una chiusura veramente particolare, ponendo inoltre l’attenzione sull’importanza che ha l’immaginazione anche per arrivare alla soluzione di misteri apparentemente difficili da dirimere. A me è sembrata una lezione di vita: bisogna essere capaci di pensare e conseguentemente uscire fuori dagli schemi quando le situazioni lo rendono necessario.

La Faccia Gialla – Febbraio 1893

Prima di narrarci questa nuova “memoria”, il Dr. Watson fa un piccolo preambolo spiegando come in realtà sono pochi i casi in cui il coinvolgimento del suo amico non da frutti e, praticamente sempre, se il mistero non viene risolto da Sherlock Holmes è destinato a restare tale, solo in una mezza dozzina di essi infatti la soluzione viene a galla spontaneamente e quanto segue ne è un esempio. Grant Munro, residente a Norbury, un piccolo centro poco fuori Londra, si presenta al numero 221B di Baker Street con una storia davvero molto inquietante, che getta un’ombra nerissima sul suo matrimonio poiché al centro degli accadimenti c’è sua moglie Effie e l’apparizione di una “faccia gialla” alla finestra del cottage limitrofo alla loro casa, cosa questa che causa alla donna uno stato di totale agitazione; tenete inoltre presente che l’uomo scopre la moglie a sgattaiolare via di notte dal talamo nuziale per andare nell’abitazione vicina. Il tutto si svolge nel lasso di pochi giorni e Grant chiede consiglio e aiuto ai nostri due eroi al fine di riuscire a venire a capo della faccenda, per porre fine alle sofferenze della moglie e conseguentemente ritornare alla vita serena che avevano condotto per i tre anni precedenti di matrimonio. Dopo aver ascoltato il racconto dell’uomo Holmes si fa un’idea dell’accaduto, ma stavolta (incredibilmente) non ci azzecca neanche lontanamente e la sua teoria è lontana dalla dolcissima verità che contiene un insegnamento molto importante: l’amore e la fiducia sono spesso sentimenti sottovalutati e più spesso ancora completamente dimenticati, che invece quando meritati bisognerebbe non tralasciare mai di accordare alle persone che fanno parte della vita di ciascuno di noi. Il grande detective inglese dal canto suo non si scompone più di tanto, anzi trae a sua volta un prezioso insegnamento e chiude dicendo a Watson: “Se mai lei dovesse accorgersi che ripongo un po’ troppa fiducia nelle mie capacità o che mi dedico ad un caso con meno impegno di quanto esso merita, per favore, mi sussurri all’orecchio ‘Norbury’, e gliene sarò infinitamente grato”.

L’Impiegato Dell’Agenzia Di Cambio – Marzo 1893

Poco dopo il suo matrimonio con Mary ed aver ricominciato ad esercitare la professione, il Dr. Watson una mattina riceve la vista del suo caro amico detective che gli chiede di accompagnarlo a Birmingham per aiutarlo a sbrogliare la vicenda capitata ad un certo Hall Pycroft, un giovane agente di cambio. Mentre viaggiano in treno il ragazzo, su richiesta di Holmes che vuole riascoltare i fatti, narra quanto gli è capitato così che anche il dottore possa farsi un’idea dell’accaduto. Dopo aver perso il lavoro a causa di bruschi risvolti del mercato Pycroft, dopo tante ricerche, viene assunto da “Mawson & Williams”, una delle più importanti agenzie di cambio di Londra. Ma la sera stessa del giorno della sua assunzione riceve la visita di Arthur Pinner che gli offre un impiego nella ditta sua e del fratello, a condizioni economiche estremamente migliori rispetto a quelle offertegli da Mawson; il giovane accetta e gli viene detto di trovarsi il giorno dopo nella sede di Birmingham dell’azienda ove troverà il fratello di Arthur, Harry, che lo deluciderà circa le sue future mansioni. Ivi giunto viene accolto come da accordo dall’altro titolare, solo che qualcosa non quadra, le stanze della sede sono completamente spoglie di arredo e molto polverose, inoltre, dopo avergli fatto perder tempo con compiti inutili, durante un nuovo colloquio con il principale, Hall si accorge grazie al particolare di un dente d’oro che i due fratelli sono in realtà la stessa persona, cosa questa che lo sconcerta non poco. Ecco il perché della visita ad Holmes con annessa richiesta d’aiuto. A risolvere la faccenda il grande investigatore ci metterà davvero poco, ma ciò che mi ha colpito di più è una qualità che alla lunga emerge chiara e tonda nel racconto, ossia l’essenzialità di cui è capace Conan Doyle, che in sole sedici pagine costruisce una vicenda avvincente e precisa fin nei minimi particolari.

Il Mistero Della Gloria Scott – Aprile 1893

Quello che segue è il racconto della primissima indagine mai affrontata da Sherlock Holmes, è lui stesso a raccontarla a Watson, che poi come da copione la tramanda ai posteri. La storia è importante non tanto per il ruolo avuto dal nostro nello sbrogliare la matassa (Holmes si “limita” soltanto a dare prova dell’eccellenza delle sue doti e del suo metodo) ma perché è proprio durante il susseguirsi degli eventi, e su consiglio di un uomo assennato, che per la prima volta il più grande detective del mondo pensa alla sua passione per la criminologia come ad un pilastro su cui costruire il proprio futuro. Durante i due anni di college il giovane Sherlock strinse amicizia con un ragazzo di nome Victor Trevor che lo invitò a trascorrere un po’ di tempo nella tenuta di famiglia ed a conoscere suo padre, un vecchio Giudice che immediatamente stuzzicò Holmes, che capì sin dal principio di trovarsi al cospetto di un uomo davvero straordinario. Ovviamente non si sbagliava, e quando una disgrazia di nome Hudson, con in mano delle informazioni sul passato bello movimentato del Giudice, si presentò alla loro porta a batter cassa cominciando anche a spadroneggiare a casa Trevor, conducendo praticamente il vecchio alla morte, Victor si rivolse all’amico per chiedergli consiglio e aiuto; ed è su tutto ciò che è fondata Roma e il suo Impero. Il bello di questa storia sta ovviamente nel fatto che il geniale scrittore scozzese ci racconta da dove la sua creatura ha preso l’idea per creare la figura dell’investigatore consulente e, da par suo, lo fa in modo tutt’altro che banale dando vita ad un racconto favoloso.

Il Cerimoniale Dei Musgrave – Maggio 1893

Holmes era in uno dei suoi periodi di magra e l’appartamento di Baker Street sembrava essere stato il teatro dello scatenarsi della furia degli elementi, visto il disordine che campeggiava e data la quantità di roba che era stato capace di accumulare. Watson pur essendo paziente al riguardo, era comunque giunto al limite della sopportazione e chiese all’amico di riordinare un po’. Pur di non farlo quest’ultimo tira fuori un caso capitatogli all’inizio della carriera, al bieco scopo di stuzzicare la curiosità del dottore e scampare quindi all’immane impresa delle faccende domestiche. Anche in questo caso è Holmes a raccontare i fatti a Watson che poi li passa ai posteri. Reginald Musgrave, amico del nostro detective ai tempi dell’Università, si recò da lui in cerca di aiuto dato che al maniero di famiglia successero cose molto strane e nessuno era riuscito a venirne a capo. Il maggiordomo Brunton, dongiovanni impenitente e uomo molto intelligente era scomparso, ed anche una cameriera a lui legata sentimentalmente per qualche tempo era ormai uccel di bosco. Prima di tutto ciò, Musgrave sorprese il suo maggiordomo a ficcare il naso nei documenti di famiglia, intento a consultare proprio il foglio che conteneva il rituale oggetto di tutta la faccenda. Non potendo sopportare oltre una simile offesa Musgrave fu costretto a licenziare l’uomo colpevole di un tale affronto, pur concedendogli una settimana di tempo per andar via e per accampare una scusa a sua scelta al fine di evitare l’onta della vergogna per una condotta così deplorevole. Dopo un paio di giorni dal licenziamento ecco che Brunton e la cameriera sparirono senza lasciare traccia, e ovviamente fu Sherlock a far luce sulla faccenda arrivando alla soluzione del tutto, che Sir Conan Doyle rende davvero unica, dando vita ad un finale storicamente ineccepibile.

L’Enigma Di Reigate – Giugno 1893

Sherlock Holmes è in convalescenza dopo le fatiche patite al fine di risolvere un caso di truffa che coinvolgeva mezza Europa. Viene convinto dal suo dottore di fiducia a trascorrere qualche giorno in campagna, nel Surrey, nella dimora di un ex Colonnello amico di Watson che ripetutamente lo aveva invitato e, vista la necessità di un sano riposo, il dottore ha colto l’occasione al volo e quindi via tutti a rilassarsi in campagna. Tuttavia essendo Holmes una calamita per i guai, i due si trovano loro malgrado coinvolti in un omicidio che giunge a funestare la tranquilla, fino a quel momento, vita a Reigate. E’ ciò che serve al nostro detective preferito per recuperare brillantezza, un po’ di sana azione. Prima dell’omicidio di William Kirwan, cocchiere dei Cunnigam, un altro proprietario locale è stato oggetto delle attenzioni di un malvivente: il signor Acton ha infatti subito un furto con scasso molto particolare, sono state rubate solo delle cianfrusaglie e niente di valore. Poi, dopo qualche giorno, un altro tentativo di furto a casa Cunnigam viene sventato dalla buon’anima del cocchiere che però ci rimette la buccia, ucciso dal ladro a quanto pare. E’ in questa direzione che vanno le testimonianze rese da Alec Cunnigam e da suo padre, che allertati dal fracasso dovuto alla lotta tra i due, hanno fatto in tempo a vedere l’omicida darsi alla fuga a fatti ormai compiuti. Holmes, ovviamente, non si fa fuorviare da false testimonianze e falsi indizi posti in essere per sviare le indagini dai veri colpevoli, che sono proprio i due Cunnigam, e con una serie di stratagemmi molto fantasiosi ed efficaci giunge alla verità facendo ricadere sulle giuste teste la responsabilità di quanto accaduto. Devo confessare che proprio non ricordavo niente di questo racconto, è stato come leggerlo per la prima volta e mi è piaciuto molto, soprattutto gli accenni iniziali alle mirabolanti azioni compiute da Holmes per porre fine alla truffa internazionale che ha coinvolto le polizie di tre Stati e che solo grazie a lui è stata sventata, consegnando il colpevole alla giustizia. Tolto ciò, di questo caso non c’è altra traccia, e penso che così facendo Conan Doyle volesse lasciare in bocca al lettore un buon sapore, un ottimo retrogusto, come accade ad esempio dopo aver mangiato un dolce prima di gustarsi un rum, al fine di apprezzare al meglio la storia che sta per essere narrata.

Il Caso Dell’Uomo Deforme – Luglio 1893

Prima di andare a dormire, raggiungendo l’amata Mary a letto, Watson decide di farsi un’ultima fumatina… se non che a mezzanotte meno un quarto qualcuno bussa alla porta. E’ Sherlock Holmes, che chiede all’amico ospitalità per la notte e aiuto per l’indomani, quando gli necessiterà un testimone per la dichiarazione che dovrà raccogliere. La vicenda riguarda la morte del Colonnello James Barclay avvenuta durante una lite con la moglie Nancy Devoy, e dato che le circostanze dell’accaduto sono poco chiare, Holmes dovrà far luce sulla faccenda tenendo presente anzitutto che in trent’anni di matrimonio i due non avevano mai discusso, partendo dunque dal fatto che è intervenuto qualche nuovo elemento di attrito tra marito e moglie. Il Colonnello viene trovato morto con il cranio sfondato, sua moglie priva di sensi, la stanza della loro casa (ove si è svolta la lite) chiusa dall’interno, la chiave della stessa non si trova da nessuna parte ed infine sono presenti sulla scena delle impronte molto particolari trovate da Holmes, che rivelano sia la presenza di una terza persona sulla scena del misfatto sia una grave deformità di cui quest’ultima sembra proprio essere affetta. I colpevoli a rigor di logica possono essere due: o la signora Barclay o la persona misteriosa. Quale che sia la verità sarà il grande investigatore a trovarla, dimostrando, come se ce ne fosse ancora bisogno,  tanto la sua abilità quanto il suo buon cuore, poiché sceglierà di non nuocere oltre alla memoria di un uomo ormai defunto che il rimorso ha già punito abbastanza.

Il Paziente Interno – Agosto 1893

Sherlock Holmes sa leggere nel pensiero, è quanto apprendiamo dal preambolo che Watson fa prima di raccontare la storia che segue, al centro della quale c’è il signor Blessington e ciò che gli capita. Questi, avendo dei capitali da investire, scommette sul dottor Percy Trevelyan, gli apre uno studio completamente a sue spese e trattiene per se i tre quarti dei guadagni lasciando al dottore il quarto rimanente; la sola condizione che pone e di vivere insieme a lui come suo paziente interno, visto che ha dei problemi di salute che vanno monitorati. E’ Trevelyan a recarsi al 221B di Baker Street, perché le stanze del suo padrone di casa hanno subito una visitina indesiderata e la cosa ha gettato l’uomo nello sconforto più totale. Holmes capisce subito che dietro l’effrazione c’è molto altro e che Blessington mente al riguardo. Infatti il giorno dopo la visita di Trevelyan ad Holmes, questi viene trovato impiccato e sembra proprio trattarsi di suicidio. I nostri due amici si recano sulla scena del possibile delitto e Sherlock raccoglie indizi osservando tutto minuziosamente e giungendo alla conclusione che si tratta di omicidio e non di suicidio, e a commetterlo sono state due persone spacciatesi per pazienti del dottor Trevelyan e aiutati da una terza non ancora identificata. Il finale è ancora più ricco di particolari… se volete scoprine i dettagli consiglierei la lettura de “Le memorie di Sherlock Holmes”; fidatevi, come al solito ne vale la pena.

L’Avventura Dell’Interprete Greco – Settembre 1893

Se Sherlock Holmes può essere considerato una persona singolare, non è nulla a confronto di suo fratello Mycroft, di cui facciamo la lieta conoscenza durante lo svolgimento dei fatti che seguono. Questi è un individuo davvero unico e, a detta dello stesso Sherlock, molto più dotato di lui di intelligenza e di quelle stesse doti che ne hanno fatto il grande detective che conosciamo. Ma poiché si tratta di una persona infinitamente pigra, il buon Mycroft è conseguentemente incapace degli sforzi necessari a portare avanti una professione complicata come può essere quella dell’investigatore. E’proprio Mycroft a fornire al fratello l’input iniziale della storia, che coinvolge un interprete greco che suo malgrado si trova invischiato in un sordida vicenda: nonostante le minacce ricevute ad opera di due farabutti e a rischio della vita, l’interprete cerca in tutti i modi di salvare un pover’uomo, anche lui greco, caduto nelle grinfie dei due furfanti e da loro seviziato al fine di cedere al ricatto posto in essere ai suoi danni, comprendente anche il futuro della sorella dell’uomo. Mycroft (in un impeto di energia), Sherlock, l’Ispettore Gregson e, naturalmente Watson (che come al solito riferisce i fatti) verranno a capo della vicenda, anche se non saranno loro a dispensare giustizia. Ma alla lunga questa verrà ottenuta con piena soddisfazione per il lettore, partecipe sicuramente divertito dell’intera vicenda.

Il Trattato Navale – Ottobre/Novembre 1893

All’inizio del racconto, il buon dottore si trova nel dilemma di dover scegliere quale storia narrare, e per alterni motivi ci riferisce di quanto accaduto a Percy Phelps, un suo vecchio compagno di scuola ora impiegato in carriera al Foreign Office. A rovinare i progetti lavorativi e la vita stessa dell’uomo giunge una disgrazia: a causa di un po’ di superficialità e di una buona dose di sfortuna, Phelps si fa rubare da sotto al naso un trattato navale di grandissima importanza stipulato tra Italia e Inghilterra e affidato alle sue cure per essere copiato, ma che deve rimanere assolutamente segreto per un certo lasso di tempo. Conseguentemente all’accaduto, la sua carriera sembra finita e la sua stessa esistenza viene messa a dura prova, poiché a risultanza del tutto e delle conseguenze che non tarderanno a verificarsi viene colpito da una violenta febbre cerebrale ed è solo dopo essersi ripreso in parte dal male che chiede aiuto al suo amico, pregandolo di portare Holmes al suo seguito al fine di far luce sulla vicenda. Il detective ascolta il singolare racconto della sera del furto, interroga tutti gli interessati, anche quelli solo marginalmente interessati, raccoglie indizi. E come sempre ha già in mente la soluzione del caso quando a corroborare la sua tesi accade un fatto importante, ossia un tentativo di scasso alla finestra della stanza da letto di Phelps. Il sinistro fuga ogni dubbio residuo al nostro amico, che mettendo in atto un bel trappolone agguanta il bricconcello al centro di tutta la faccenda e recupera il trattato, non perdendo infine occasione per divertirsi un po’ alle spalle del malcapitato Percy Phelps. Come è ormai sua abitudine Sir Arthur Conan Doyle ingarbuglia una storia assolutamente particolare, trasportando chi legge nel mondo della diplomazia di fine ‘800, tra intrighi, complotti e quant’altro e dove l’unico in grado di districarsi sembra proprio, come al solito, la sua creatura, la cui fama ormai esula dai confini nazionali e cartacei grazie alla potenza narrativa di cui è capace lo scrittore scozzese.

L’Ultima Avventura (O Il Problema Finale) – Dicembre 1893 

“E’ con cuore molto pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva”. In questo modo John H. Watson sceglie di cominciare quello che pensa essere l’ultimo racconto delle sue avventure con il più grande detective del mondo (Batman non me ne voglia!). La perdita di Holmes, la SUA perdita, va ben oltre ciò e dal racconto traspare in ogni pagina l’orgoglio e il dolore che prova per l’amico scomparso, l’amico di tante avventure. Ma Watson non sa ancora che la storia non finisce qui, il suo lavoro è tutt’altro che giunto al termine. Fiuuuuuuu! Meno male. Al centro della faccenda c’è la più grande canaglia che il crimine abbia mai potuto vantare, ossia il professor James Moriarty. Mai più, questi si paleserà in altra avventura anche se, se non ricordo male, ci sarà qualche altro accenno all’accaduto, ma mai più apparirà diciamo fisicamente; meno male, una volta basta e avanza viste le conseguenze. Watson un giorno chiede al suo amico Holmes cosa sarebbe mai successo se avesse rivolto le sue doti al crimine invece che alla giustizia, bene, la risposta è in queste pagine ed in quello che riesce ad architettare il professor Moriarty, vera nemesi di Sherlock Holmes. E’ lo stesso detective ad affermare che il suo nemico numero uno è dotato di un intelletto pari al suo, la verità però è un’altra: Moriarty è avvantaggiato dal fatto che non ha le remore morali di Holmes; Sherlock mai, al fine di perseguire i suoi scopi, metterebbe in pericolo persone innocenti, problema questo che non sfiora manco di striscio la mente criminosa di cui è dotato il caro prof., che dal canto suo per attuare i suoi loschi piani non si ferma davanti a niente. La storia è praticamente il racconto di uno scontro tra titani a colpi di intelletto, furbizia e sagacia, alla fine, ovviamente, la spunterà Holmes. Ma ad un prezzo altissimo. Quando si renderà conto che l’unico modo sicuro per avere la certezza di togliere dalla circolazione una tale canaglia sarà quello di sacrificare se stesso, il detective non si tirerà certo indietro, e da par suo afferrerà l’arcinemico e avvinghiato a lui si precipiterà nelle turbinose acque sottostanti presso le cascate di Reichenbach, avendo tra l’altro già consegnato alla giustizia belli impacchettatati i numerosi complici del Professore. Conan Doyle, stufo di venire eclissato da un personaggio di fantasia da lui stesso creato, architetta una fine epica per il grande investigatore, salvo poi essere costretto, dietro pressanti richieste da parte del suo editore ed a furor di popolo, a farlo resuscitare. A dire il vero sembra anche che lo scrittore navigasse in cattive acque a livello economico e che avesse dunque bisogno di capitali, comunque quale che sia il motivo, l’essenziale è che Holmes ritornerà dalla morte, anche se a me piace pensare che l’intenzione dell’autore fosse quella sin dall’inizio; non a caso i due corpi non saranno mai ritrovati. Anche quando un giorno arriveremo all’ultima riga non sarà certo quella la fine. Basterà infatti ricominciare i libri ed ecco di nuovo la magia, il mondo di Sherlock Holmes, così come tutte le storie in esso contenute, non sparirà mai. Chi scrive regala ai personaggi e agli universi che crea l’immortalità, e i libri se ben tenuti sono praticamente eterni… abbiatene cura. Alla prossima.

Raffaele Mancusi

Dottor John H. Watson, Sherlock Holmes - Illustrazione di Giorgio Trevisan

Dottor John H. Watson, Sherlock Holmes – Illustrazione di Giorgio Trevisan