“Io non sono un ammiratore incondizionato del gentil sesso, come lei ben sa, Watson, ma la mia esperienza di vita mi ha insegnato che assai poche sono le donne che si lascerebbero convincere dal primo venuto a non accorrere presso il cadavere del marito.”

Sherlock Holmes

 

Il romanzo di cui mi appresto a parlarvi avrà per me sempre un’importanza, e un fascino, tutta particolare, poiché è proprio grazie a “La Valle della paura” che ho scoperto ed iniziato ad apprezzare il fantastico mondo costruito da Sir Arthur Conan Doyle; “La Valle Della Paura” è infatti il primo libro che ho letto con i nostri due amici come protagonisti. L’edizione inedita del componimento narrativo risale ormai al lontano 1915, ed è l’ultimo romanzo che vede Sherlock Holmes e il Dr. John Watson a deliziarci con le loro imprese, visto che i prossimi due tomini, “L’Ultimo Saluto” e “Il Taccuino” sono entrambi raccolte di avventure. Dando vita a questo racconto Conan Doyle ha precorso ancora una volta i tempi, infatti a mio avviso, quest’opera può essere vista come un vademecum da seguire per chiunque voglia scrivere un thriller coi fiocchi. Nell’opera convivono con il solito stile scorrevole ed avvincente, suspense, avventura, inseguimenti, agenti segreti ed altro ancora che generano nel lettore uno stato di coinvolgente tensione rendendo il complesso della vicenda un bocconcino prelibato per chiunque decidesse di leggere quest’altro grande capolavoro dello scrittore scozzese.
Lo spunto iniziale della storia è una lettera contenente un messaggio cifrato spedita ad Holmes niente popò di meno che da uno degli scagnozzi del non ancora compianto Professor Moriarty. Proprio così, Conan Doyle ci riporta indietro al 1889, qualche annetto prima del rendez-vous alle Cascate Reichenbach, e il caro diabolico Prof. nella storia ci entrerà, di “squincio”, ma ci entrerà, poiché non è a lui che Holmes darà la caccia. Il tirapiedi di Moriarty di cui sopra dice di chiamarsi Fred Porlock, nome inventato ovviamente, ed è una persona alla quale comincia a rimordere la coscienza, ragion per cui contatta, di quando in quando, il nostro detective passandogli informazioni preziose, e nella sua ultima nota il messaggio cifrato in questione, che però non accompagna con la chiave di cifratura ma con un’altra missiva con la quale chiude la collaborazione per paura delle ripercussioni cui si sta esponendo. Conoscendo Moriarty c’è poco da sperare di sopravvivere se dovesse essere scoperto, d’altronde tenergli nascosto qualcosa è pressoché impossibile. Inutile dire che il messaggio cifrato ha i minuti contati e con il valido aiuto di Watson viene decifrato in quattro e quattr’otto. Poco dopo arriva a badda allazzata a Baker Street l’Ispettore Alec MacDonald di Scotland Yard, che non appena vede il messaggio resta basito; in esso sono presenti due parole: Douglas e Birlstone, ossia rispettivamente nome e luogo di un omicidio. John Douglas infatti è stato assassinato nella sua casa, che poi è un castello con tanto di ponte levatoio e fossato, nella campagna del Sussex, a Birlstone. Ed è qui che la piccola combriccola dopo un riassunto di Holmes sulla situazione Moriarty si reca. L’omicidio ha aspetti molto peculiari, è avvenuto di sera con il ponte levatoio alzato e con l’assassino che prima si nasconde in casa lasciando tracce visibili – ossia impronte belle e definite, tutto pane per denti adatti allo scopo – e poi dopo aver fatto saltare la testa al povero John con una fucilata, sembra si sia dato alla fuga attraversando il fossato dopo aver rubato la vera nuziale al morto. Il dottore ci presenta inoltre gli attori della scena: oltre alla vittima che è un emigrante di ritorno dalla California dove pare aver fatto fortuna con le miniere d’oro, ci sono la moglie (donna molto riservata), Cecil Barker, amico del defunto, il maggiordomo Ames (per me è stato lui!), la signora Allen, una specie di governante e tutto lo stuolo di domestici. Altri due  particolari da dover rimarcare, sono la presenza sul braccio della vittima di un segno: un cerchio con al suo interno un triangolo, risultato di una marchiatura a fuoco, e uno strano biglietto da visita trovato vicino al morto con su scritto “V.V. 341”. Il primo rappresentante delle forze dell’ordine ad arrivare sulla scena del delitto è il Sergente Wilson, che ci capirà ben poco e così pure il suo diretto superiore White Mason, ed è proprio costui a mandare la sua richiesta d’aiuto all’Ispettore MacDonald chiedendogli di condurre con se Sherlock Holmes che a occhio e croce con tutta questa marea di indizi ci metterà sei secondi a risolvere la faccenda.
I nostri tre amici, giunti a Birlstone, si mettono subito al lavoro e recatisi al castello si confrontano con White Mason circa le prime impressioni ricevute; Holmes come al suo solito non si sbilancia (lui non fa mai congetture ma espone solo fatti che ancora necessitano di ulteriori prove) ma segna però subito due punti a suo favore, chiarendo immediatamente dove sia stato costruito il fucile usato per l’omicidio, poiché tutti sono d’accordo che di questo si tratta, e scorgendo per primo un manubrio nella stanza incriminata. Interrogato il maggiordomo al riguardo, questi afferma che era parecchio che non li vedeva poiché in realtà i manubri avrebbero dovuto essere due. Mistero…. Dopo aver dato un’occhiatina alla scena del delitto seguono gli interrogatori delle parti in gioco, e se il maggiordomo e la governante si limitano a confermare il loro ruolo avuto nella vicenda, dei particolari interessanti invece emergono dai colloqui con Barker e con la signora Douglas. Il primo parla di un possibile pericolo incombente sul capo della vittima che ne ha causato la fuga dagli Stati Uniti, la donna dal canto suo certifica la cosa asserendo che lei si era certo accorta delle sofferenze che gravavano il marito, e racconta che interrogatolo in merito questi aveva sempre glissato sull’argomento asserendo di non voler preoccupare oltre la donna, limitandosi però a dire: “La valle della paura, sono stato nella valle della paura e non ne  sono ancora uscito”, ed inoltre, durante il delirio causato da una febbre, l’uomo ha pronunciato con orrore un nome, Gran Maestro McGinty. Lo dicevo che siamo di fronte ad un thriller coi nastrini colorati, la suspense, l’atmosfera di attesa fremente per ciò che di nefasto potrà ancora accadere pervadono ogni singola pagina, poi il biglietto misterioso lasciato a bella posta che Sherlock (chi altri se no) chiarisce trattarsi di un avviso rivolto ad altri, il Gran Maestro e ancora la “Valle della Paura”, luogo reale o solo un’iperbole per meglio definire uno stato d’animo? Tutti elementi questi fatti coesistere magistralmente al fine di catturare a pieno il lettore in questa fantastica avventura. Ah, dimenticavo, che sbadato! Un’altra cosuccia da niente: Holmes scopre subito a chi appartengono le impronte insanguinate sul davanzale della finestra nella stanza fatidica, bene, nientepopòdimenoche a… (rullo di tamburi) Cecil Barker! Al che White Mason esclama sfregandosi le mani: “Le avevo detto io che era un rompicapo, e che razza di rompicapo”. A questo punto il nostro caro dottore lascia i tre investigatori alle loro faccende e va a farsi una passeggiatina per rilassare i nervi tesi allo spasimo dall’accaduto, in giardino per puro caso si imbatte nella signora Douglas e in Barker che fanno i piccioncini, ed un uomo tutto d’un pezzo come lui non può che trarre una pessima impressione dal segreto incontro appena avvenuto, e confidato l’accaduto ad Holmes, vede avvalorati in una certa misura i suoi appena nati sospetti; infatti anche il grande detective ha buone ragioni per credere che i due hanno avuto un ruolo ben più rilevante in tutta la faccenda di quello che in realtà vogliono far credere, la sua tesi supportata da valutazioni alquanto precise, come sempre, è che l’omicidio sia avvenuto prima dell’ora dichiarata, che i due abbiano concordato le loro dichiarazioni, che abbiano poi avuto un rendez-vous con l’assassino e che per qualche ragione ancora ignota ne abbiano coperto le tracce ed infine favorito la fuga. Nel frattempo anche i due tutori dell’ordine non sono certo rimasti con le mani in mano e fatte le dovute ricerche hanno scoperto in un albergo di un paesino limitrofo tracce di un fantomatico americano di nome Hargrave, che purtroppo aveva già lasciato il nido vuoto, ricavandone tuttavia una descrizione piuttosto precisa che forse servirà a catturalo. Ha dunque inizio la caccia all’uomo, e l’identità dell’assassino non è già più un mistero, le altre domande avranno tra breve una risposta, per chi si prenderà la briga di leggere il libro, ovviamente.
Le due indagini parallele proseguono e mentre il nostro Sherlock cerca fatti inoppugnabili che avvalorino le sue teorie, i due investigatori ufficiali fanno di tutto per rintracciare il ciclista scomparso al quale addebitano tutto l’accaduto. Inutile dire chi ci guiderà verso il provvisorio epilogo presso il Castello di Birlstone, poiché prima di poter mettere la parola fine alla faccenda tutta si rende necessario un viaggio spaziotemporale, in quanto le ragioni dell’accaduto hanno radici profonde – è in America vent’anni prima che i motivi di tutto quanto verificatosi nel Sussex vanno ricercati, avvenimenti assolutamente fantastici ci aspettano –. Anche stavolta, come al suo solito, Holmes riesce a sconcertare i suoi compagni di avventura con i suoi metodi e mai come in questo caso non è tanto quello che fa, quanto quello che intuisce ad essere sbalorditivo; sia chiaro, le sue intuizioni sono supportate sempre da precise osservazioni: il manubrio scomparso avrà importanza vitale per la temporanea conclusione, solo che mai come ora quello che è il suo metodo: “Una volta fatte le osservazioni del caso e prese in esame tutte le ipotesi basta scartare quelle inesatte, ciò che resta per quanto improbabile deve essere la verità” (frase questa che per chi ama i fumetti italiani sarà lieto di ritrovare, con i dovuti accomodamenti, in “Dylan Dog”. Ma di questo ne riparleremo prossimamente). Bene, ciò è ne più e ne meno quello che si “limita” a fare nella fattispecie Holmes, certo, sembra facile… il difficile è applicarle le sue teorie, d’altronde se non ci riesce lui chi altri? Inutile precisare che nel libro le descrizioni dei processi mentali holmesiani sono, al solito, precise ed esaustive; Conan Doyle ci racconta di una nuova impresa facendo ricorso al suo repertorio più classico e come accaduto finora senza timori di smentita, nella maniera più classica possibile. C’è dentro di tutto, anche le bonarie prese in giro dei tutori dell’ordine White Mason e Alec MacDonald, cui non resta altro che assistere in silenzio alla manifestazione del genio, in più il colpo di scena con cui i nostri amici entrano in possesso dei documenti contenenti il racconto degli avvenimenti americani, è da maestro del genere, ed indovinate un po’ chi degli attori é l’unico a non restare a bocca aperta? Ma bando alle ciance e via di corsa dallo Zio Sam a scoprire che diavolo è successo di interessante da quelle parti.
“Altri consigli per le vacanze”, è così che si apre il racconto delle vicende americane, infatti dopo la brughiera del Devonshire, teatro delle gesta del Mastino di cui dovreste sapere già tutto, apprendiamo dell’esistenza di un altro luogo “paradisiaco” ove sarebbe bello recarsi per le ferie, ossia la Valle di Vermissa e la cittadina omonima. A recarvisi in cerca di lavoro è un focoso giovane di nome Jack McMurdo, che per sua stessa ammissione se l’è svignata a rotta di collo da Chicago a causa di guai con la legge. Jack apparteneva alla Loggia 29 dell’Antico Ordine degli Uomini Liberi e viene immediatamente indirizzato presso la Loggia del luogo, a capo della quale troviamo il Gran Maestro Jack McGinty di cui sopra, detto Jack “il nero”, che a quanto pare non deve essere una persona molto raccomandabile. Il buon McMurdo, evidentemente accompagnato passo per passo dalla fortuna più sfacciata, qual è la prima persona che conosce? Ettie Shafter, figlia del locandiere da cui alloggerà e che sempre per sua stessa ammissione è la creatura più bella su cui abbia mai posato gli occhi. Vien da se che la valle ispiratrice dell’intera vicenda è un luogo reale a tutti gli effetti, che a causa dei Vendicatori di Jack “il nero” è nota come “Valle della Paura”. Chi siano questi ultimi e quali siano le cose terrificanti da loro compiute lo scopriremo tra poco. Da irlandese qual è, Jack McMurdo non è certo tipo da farsi crescere l’erba sotto i piedi, e già dal giorno successivo al suo arrivo dichiara il suo amore incondizionato ad Ettie e costei, nonostante le remore iniziali, non è certo dispiaciuta della cosa. La complicazione sta nel fatto che la ragazza è già promessa, e ad un capo dei Vendicatori per giunta, un certo Ted Baldwin, ed il primo incontro dei due pretendenti, come potete ben immaginare, è tutt’altro che amichevole; si rende, dunque, necessaria una visita al Gran Maestro al fine di entrare nelle sue grazie per evitare ripercussioni, visto che il giovane ha tutta l’intenzione di spuntarla con la ragazza. Chiarisco che Jack pur non essendo uno stinco di santo non è certo un delinquente della risma dei fantomatici Vendicatori, è semplicemente costretto a fare di necessità virtù e si adegua alla situazione. A lui viene subito spiegato che la Loggia Vermissa è un’associazione a delinquere della peggior specie e di come i suoi adepti siano in realtà assassini che con la paura e il terrore spadroneggiano, eliminando chiunque li ostacoli nella Valle, e McGinty è l’augusto capo di questa empia congrega. Anche il primo incontro con il gran capo è tutt’altro che tranquillo e verrà ravvivato ulteriormente dall’irruzione di Baldwin, con in mente la sola idea di perorare la sua causa; ma anche il nostro irlandese ha delle frecce al suo arco e dimostrerà da subito di che pasta è fatto. Niente da dire, c’è riuscito ancora una volta, il libro lo ricordavo bene avendolo già letto diverse volte, ma come sempre Sir Arthur è stato capace di risucchiarmi completamente nella vicenda: il ritmo incalzante, la quantità di avvenimenti che si succedono… ora come se non bastasse si aggiunge anche l’aura di terrore ispirata dai Vendicatori con la precisa sensazione che sta per accadere qualcosa di ineluttabile. Sono tutti questi elementi che mi hanno fatto e che mi fanno tanto amare questo romanzo, e non mi stancherò mai di leggerlo. Il caro irlandese sin da subito scala le preferenze dei suoi nuovi confratelli, tra bevute e scazzottate varie comincia a raccogliere consensi immediati, in più si è venuto a sapere quello che aveva combinato a Chicago e che lo aveva costretto ad un repentino cambiamento di vita. Aggiungeteci infine il talento di cui è dotato e che gli ha reso ancor più facile conquistarsi il consenso della gentaglia del posto e il gioco è fatto. Sin dalla sera della sua ammissione alla Loggia si rende utile alla causa partecipando all’intimidazione ai danni di un anziano giornalista di Vermissa, resosi colpevole di aver detto la verità sui crimini commessi dai confratelli, in più l’uomo, essendo recidivo se le va proprio a cercare. La presenza di McMurdo tuttavia a qualcosa serve, poiché è proprio il giovanotto ad evitare che il pestaggio si trasformi in omicidio, infatti Baldwin si stava facendo prendere un po’ troppo la mano e solo il suo intervanto ha evitato al povero vecchietto una fine peggiore di quella comunque capitatagli. Il giorno successivo all’aggressione per gli esecutori ci fu qualche piccolo grattacapo, in quanto McMurdo, Baldwin ed un altro paio di sfaccendati furono arrestati e finirono per passare una notte al fresco. Solo che la notte in prigione si trasformò in una notte di baldoria grazie a whisky e carte da gioco fatte arrivare in cella all’occorrenza, ed anche il giorno successivo il passaggio in tribunale d’innanzi al giudice divenne una sorta di passerella conclusasi con l’assoluzione degli accusati, che ricevettero anche le scuse della Corte per l’iniquo trattamento e l’abuso di potere della polizia locale, ciò grazie ad alibi creati per lo scopo dal resto di quell’allegra marmaglia. Il potere dei Vendicatori era troppo radicato per essere vinto così facilmente. Durante quello sciagurato inverno del 1875 molte altre persone furono assassinate dai Vendicatori, il loro potere crebbe a dismisura ed anche Jack fece la sua parte; vi avevo detto che almeno all’inizio non condivideva i metodi della Loggia, tuttavia si fece coinvolgere dal clima regnante nella zona e proprio lui si rese colpevole dell’omicidio di Charles Wilcox, direttore di una delle miniere della zona la cui unica colpa fu di licenziare due suoi pigri sfaccendati lavoratori che però appartenevano alla Loggia e che quindi erano intoccabili per intercessione divina. Nemmeno Ettie, ormai perdutamente innamorata di lui nonostante tutto, riuscì a convincerlo ad abbandonare quella vita e scappare insieme.
Alla fine succede quanto era in effetti inevitabile: i Vendicatori avevano tirato troppo la corda spezzandola, e se anche la brava ed onesta gente della valle ormai stufa del giogo cui era assoggettata da troppo tempo si era alla fine svegliata e si stava organizzando contro di loro, erano altri i grattacapi all’orizzonte; infatti le grandi compagnie minerarie stufe anche loro di vedere i propri interessi intaccati dalla banda di assassini, si erano infine mosse inviando nella zona un agente molto capace di nome Birdy Edwards, con il compito di reperire informazioni allo scopo ultimo di porre fine all’atroce dominio della Loggia. Proprio McMurdo è il latore delle cattive notizie a lui giunte per interposta persona, e sempre lui pone in essere un piano per far cadere in trappola il povero agente. Come si concluderà il tutto? Sarà la fine dei vendicatori o la spunteranno di nuovo facendo fare una brutta fine ad Edwards? Tutte domande che troveranno risposta nel libro di cui vi ho parlato fin’ora, da me non saprete più niente… ci ho ripensato, un altro piccolo spoiler ve lo scrivo, quindi se non volete sapere altro smettete di leggere qui.
Il Professor Moriarty ci metterà ancora lo zampino prima della conclusione della vicenda sollecitando a suo modo Holmes a porre fine al suo “inesistente” regno criminale.
Da buon thriller, il colpo di scena finale non manca di certo, ve lo assicuro, e tutte le tessere del puzzle che Conan Doyle ha creato per noi andranno al loro posto. Il romanzo è praticamente la storia di una caccia all’uomo che dura una ventina d’anni – che pazienza! – incorniciata in un altro capolavoro che pagina dopo pagina si svolge sotto gli occhi del lettore arricchito inoltre da tali e tanti particolari che rendono impossibile lasciare il libro senza averlo prima divorato. Ad esempio le descrizioni degli attori del dramma e dei loro stati d’animo, dei luoghi (su tutti la Valle di Vermissa ed il castello di Birlstone) sono fantastiche, e così ben tratteggiate da riuscire a creare un affresco preciso nella mente di un lettore attento, che così facendo ha l’opportunità di partecipare appieno allo svolgersi delle vicende senza neanche pagare il prezzo del biglietto d’ingresso al cinema. Cosa che è riuscito a fare con me il grande scrittore scozzese: mi ha regalato una pellicola fatta di pagine ed inchiostro sulla quale io ho immortalato la mia interpretazione delle avventure da lui ideate, e sono sicuro che se gliene darete la possibilità farà lo stesso con ognuno di voi.

Raffaele Mancusi

Sherlock Holmes - Illustrazione di Giorgio Trevisan

Sherlock Holmes – Illustrazione di Giorgio Trevisan