“Peccato che la natura abbia fatto di te un sol uomo. In te c’era la stoffa di un santo e di un furfante.”

Johann Wolfgang Von Goethe (1749-1832)

Eccoci ancora a raccontare delle avventure del nostro investigatore preferito e vediamo un po’ se questa volta si “sbatte” di più, visto che nell’episodio precedente, “Uno Studio in Rosso”, non è che si sia proprio ammazzato di lavoro; è infatti lo stesso Holmes che dice al fido Dr. Watson, che a sua volta puntualmente prende nota, di come in soli tre giorni era riuscito a risolvere il mistero, dato che la situazione gli si era palesata chiara praticamente da subito… erano quindi altre implicazioni della storia a risultare davvero molto interessanti. Per quanti di voi non lo sapessero, è praticamente sempre il Dr. Watson a “scrivere” e poi a “dare alle stampe” le peripezie di Sherlock Holmes, perché vuole, anche se a posteriori, vederne riconosciuti i meriti, visto che puntualmente la risoluzione dei casi o viene ascritta agli ispettori di Scotland Yard o è lo stesso investigatore a sminuire il suo operato. Meno male che ci pensa il dottore a consegnare alla storia la sacrosanta verità, altrimenti ora saremmo qui a parlare di cosa? Praticamente tutti i racconti di Sir Arthur Conan Doyle, che peraltro all’epoca non era ancora Sir, ma di questo parleremo prossimamente, sono strutturati in questo modo: Watson racconta la storia, tranne in quattro avventure, due narrate dallo stesso Holmes e due in terza persona, ma anche di questo parleremo o meglio ne scriveremo a tempo debito.

Veniamo a noi, il secondo romanzo nel quale incontriamo i nostri due amici è “Il Segno dei Quattro”, che venne pubblicato nel 1890 e che ci dimostra ancora una volta quanto Holmes sia una figura assolutamente fuori da ogni logica e di quante sfaccettature, nel tratteggiare la sua personalità, ha creato per lui il suo ideatore. Il libro, infatti, inizia con Sherlock Holmes che si fa un bella pera di quella che a precisa domanda da parte di Watson affermerà essere cocaina. Il nostro inciampa in questa discutibile abitudine, che si tratti di cocaina o morfina è lo stesso, quando capitano periodi di “magra” e di misteri da risolvere neanche l’ombra, gettando così il povero dottore nello sconforto più totale perché per un bel po’ di tempo non riuscirà mai ad interrogarlo in merito, cercando conseguentemente di farlo desistere visto che è pur sempre un medico ed è a conoscenza dei danni creati alla salute da tali malsani vizi. Watson una volta rotti gli indugi affronta Holmes e dopo avergli chiesto le ragioni del suo uso di stupefacenti gli dice anche che ancor prima che medico è un suo amico e che di conseguenza gli dispiace vedere una persona cara, per di più dotata di tali capacità, rovinarsi. Perché poi? Per evadere un po’ dalla realtà? E’ ovviamente questa la semplicissima spiegazione, è lo stesso detective a fornirla, la sua mente geniale ha bisogno di problemi, misteri, enigmi da risolvere altrimenti è come tentare di  frenare una cascata con uno scolapasta, troppa la sua intelligenza per poterla far rimanere inutilizzata. Secondo me Conan Doyle cerca in qualche modo di demistificare la sua creatura, in fondo non l’ha mai amata più di tanto, ed era forse già stufo di venire messo in ombra da un personaggio da lui stesso creato; da qui l’idea di attribuire tutta una serie di difetti al povero Holmes che lo rendono meno una specie di superuomo capace di cose impensabili per un individuo comune, ma più reale. Ed è anche grazie a tutto questo che mentre scrivo mi sembra ci sia lui dietro di me che osserva ciò che faccio. Speriamo di riuscire a sorprenderlo in qualche modo allora!

Il buon Watson, per distrarre il suo amico e tenerlo così lontano dalle droghe, lo interroga in merito alle sue capacità e al suo metodo dicendosi ancora molto colpito per come abbia condotto l’indagine nel caso precedente. Holmes lo ribadisce ancora una volta: non ha fatto altro che osservare tutto. Il dottore, stanco della saccenza con la quale il detective gli narra quanto fatto, cerca di coglierlo in fallo mostrandogli un orologio del quale è entrato in possesso da poco e che era appartenuto precedentemente ad un’altra persona, sfidandolo quindi a scoprire il più possibile sul vecchio proprietario semplicemente osservando attentamente l’oggetto in questione. Holmes dà ancora una volta prova del suo metodo infallibile e delle sue eccelse capacità, sorprendendo il dottore con dei dettagli talmente precisi da indurlo ad accusarlo di aver fatto precedentemente delle ricerche in merito, ma ovviamente così non è. Anche qui la descrizione del ragionamento all’interno del libro è una chicca da non perdere, oltretutto è grazie all’orologio che Sherlock viene a conoscenza di dettagli importanti riguardanti la vita del Dr. John Watson.

Il loro tran tran pomeridiano viene interrotto dalla padrona di casa, Mrs Martha Louise Hudson, che reca un messaggio da parte della signorina Mary Morstan nel quale, presumibilmente, viene chiesto l’aiuto di Holmes visto che la giovane donna viene fatta accomodare e sarà proprio lei a fornire al nostro investigatore del sano carburante per il suo cervello. La fanciulla espone così il suo caso: è figlia, orfana di madre, del Capitano Morstan di stanza in India e già da piccola fu rimandata in Inghilterra per studiare e costruirsi un futuro. Il Capitano, ottenuta una licenza di dodici mesi, tornò in Patria – all’epoca dei fatti narrati da Miss Mary si era nel 1878, dieci anni prima del pomeriggio con Holmes e Watson –. L’Ufficiale, appena arrivato a Londra, telegrafò alla figlia dicendole che alloggiava in un Hotel e lei di conseguenza vi si precipitò immediatamente, solo che una volta giunta a destinazione e chieste notizie del padre scoprì che sì, effettivamente il Capitano aveva una stanza in quell’albergo, ma che la sera prima era uscito senza poi avervi fatto ritorno, e così, da quel momento, non si ebbero più notizie dell’uomo. Dopo aver fatto denuncia di scomparsa alla polizia furono fatte delle indagini, ma senza alcun risultato apprezzabile. Qualche tempo dopo la giovane iniziò a ricevere, annualmente ed in data precisa, delle perle che una volta fatte valutare si dimostrarono essere di grandissimo valore. La fanciulla si è convinta a chiedere l’aiuto di Holmes, dopo aver ricevuto una lettera da parte di uno sconosciuto nella quale le si chiede un incontro per le sette di quella stessa sera, nel quale le verrà resa completamente giustizia per quanto subito fin’ora. Nella missiva viene inoltre precisato che non si gradisce nessun intervento di Scotland Yard, altrimenti va tutto a monte. Lei però potrà portare con se due amici… ed allora chi, meglio dei nostri due eroi? Miss Mary Morstan viene così presentata ai lettori, avrà in futuro un ruolo importantissimo nella vita di uno dei due inquilini di Baker Street, ma ci arriveremo. Fin da subito Mary, per la gentilezza dei suoi modi e per il suo aspetto genuino e sincero, colpirà il dottore, Holmes dal canto suo non si smentisce mai ed interrogato al riguardo dal suo buon amico affermerà di non aver dato peso all’aspetto in generale della ragazza essendo per lui solo una cliente; zero coinvolgimento, ne risentirebbero le indagini (Watson lo chiama automa, si sarà poi mica sbagliato di tanto?).

I tre si recano così all’appuntamento e vi trovano un servitore che con una carrozza li conduce presso il domicilio del suo padrone, in questo breve passaggio del libro, Conan Doyle è davvero molto bravo a farci comprendere i differenti stati d’animo dei protagonisti: Miss Morstan e Watson chiacchierano per far passare il tempo mentre Holmes analizza ciò di cui è venuto a conoscenza fin’ora. Giunti a destinazione si viene a scoprire che a mandare le perle e la lettera a scopo riparatorio, come sarà chiaro poco dopo, è stato Thaddeus, uno dei due figli (gemelli) del Maggiore John Sholto, commilitone e amico del Capitano Morstan, circostanza questa che il detective aveva già appurato ancor prima di recarsi all’appuntamento delle sette, e il suo ragionamento a riguardo è un’altra perla da aggiungere alla già ricca collezione. All’epoca dei fatti del 1878 anche il Maggiore fu interpellato circa la sparizione del suo amico, ma disse che non aveva avuto sue notizie e di non sapere neanche che fosse a Londra. La verità però era un’altra e proprio Thaddeus la spiega ai nostri tre amici. Sholto e Morstan avevano prestato servizio insieme in India ed erano riusciti ad impossessarsi di un tesoro che era poi abilmente stato riportato in Patria al fine di goderne i frutti. Appena arrivò a Londra il Capitano si recò subito a casa del suo amico per spartire il malloppo, solo che tra i due sorse qualche attrito circa la divisione e volarono parole grosse; al che Morstan ormai da tempo malato di cuore cadde a terra stroncato da un infarto. Sholto, spaventato da ciò che era appena successo e con l’aiuto di un servitore, occultò cadavere e tesoro fino al giorno che sul letto di morte confessò egli stesso ai suoi figli cosa successe realmente e fece loro promettere di consegnare la parte del tesoro che le spettava alla figlia del Capitano. Da qui l’invio delle perle. La salute già cagionevole del Maggiore si aggravò improvvisamente a causa di una lettera che una mattina arrivò dall’India e che gettò su Sholto un’ombra minacciosa, fino ad arrivare all’ultima sera ove venne spaventato a morte dall’apparizione di un uomo alla finestra della sua camera. I figli precipitatisi fuori non trovarono niente se non una sola impronta umana sotto la finestra in questione, e così il Maggiore esalò il suo ultimo respiro per lo spavento preso e non fece nemmeno in tempo a rivelare loro l’ubicazione del tesoro. Il giorno seguente i due ragazzi trovarono la stanza messa a soqquadro, scoprendo però che non era stato rubato niente. La novità era un biglietto con su scritto: “Il segno dei quattro”, che campeggiava sul petto della salma. Holmes si era già imbattuto in un foglio con la stessa dicitura, fu Mary a farglielo vedere; era una mappa e venne ritrovata all’epoca della sua sparizione tra gli averi del Capitano Morstan. E’ in base a questo racconto che la fanciulla apprende le circostanze circa la morte del padre, ed è inoltre stata convocata, con la lettera di cui sopra, perché il fratello di Thaddeus, Bartholomew, è riuscito finalmente e dopo tante ricerche a trovare il tesoro che era stato nascosto nel sottotetto della casa padronale Pondicherry Lodge.

Lo scrittore fin’ora è bravissimo a fare un parallelo tra due epoche diverse e a narrare fatti non coevi come se fossero un tutt’uno, facendo risultare la lettura davvero accattivante e fornendo oltretutto tanti particolari che rendono l’insieme delle vicende ancora una volta come assolutamente reale e tangibile. La piccola comitiva si reca dunque a casa Sholto e ivi giunti si trovano a dover affrontare un piccolo intoppo: il portiere McMurdo ha ricevuto ordini di non far passare sconosciuti e così ecco che Holmes, Watson e Miss Morstan – per Thaddeus nessun problema ovviamente – sono impossibilitati ad entrare. Se non che, grazie alla presenza del nostro detective, il problema viene velocemente risolto: McMurdo era un pugile ed in una serata in suo onore sostenne un incontro indovinate un po’ contro chi? Proprio lui, Holmes, che si diletta nell’esercizio della noble art. In realtà il Nostro è ben più di un dilettante, infatti è lo stesso portiere a chiarire la circostanza, ricordandosi benissimo di lui e dei suoi colpi, aggiungendo che avrebbe potuto tranquillamente intraprendere quella carriera. Ma così non è stato, ne ha scelta un’altra. Conan Doyle inserisce così ancora una tessera nell’infinito mosaico che definisce pezzo dopo pezzo la figura di Sherlock Holmes. Superato il piccolo ostacolo grazie alla comune passione pugilistica dei due, tutti vengono introdotti a Pondicherry Lodge e subito si subodora una tragedia, la governante infatti sta piangendo. Il signor Bartholomew è in camera sua dalla sera precedente e non ha dato notizie di se. Holmes, Watson e Thaddeus si recano di sopra e nel tragitto il nostro investigatore comincia già a cercare indizi. Giunti alla porta della camera, sbirciando dal buco della serratura è visibilissimo il cadavere dell’altro gemello e dopo averla buttata giù ed essere entrati sono evidenti due cose: la prima, che vicino al morto c’è uno strano bastone di legno ed un foglio con su scritto ancora una volta “Il segno dei quattro”; la seconda, che il forziere contenente il tesoro è stato rubato. Come ovvio il detective fa il suo e raccolti gli indizi necessari disegna un quadro davvero molto accattivante dell’accaduto, vi anticipo solo che l’omicidio, perché naturalmente di questo si tratta, è avvenuto con una spina avvelenata e per commetterlo ci sono volute due persone, una con la gamba di legno e una molto piccola di statura, Watson parla addirittura di un bambino. Poco dopo arriva la polizia, allertata su consiglio di Holmes da Bartholomew stesso. Ci viene presentata la figura di un altro Ispettore che si dimostrerà degnissimo dei suoi colleghi già conosciuti, Athelney Jones. Questi, ignorando ciò che il nostro investigatore preferito gli dice di aver già scoperto, ne sminuisce le capacità e illustra la sua arzigogolata teoria circa la colpevolezza del fratello della vittima, arrestandolo immediatamente. Sherlock a questo punto interviene e lo rassicura, ci penserà lui stesso a scagionarlo completamente. Assistiamo così ancora una volta alla contrapposizione tra il metodo scientifico usato da Holmes, che non salta mai a conclusioni affrettate, anzi, e la troppa foga dei tutori dell’ordine che per la fretta fanno incetta di crostacei; anche Jones come Gregson prima di lui ha preso un enorme granchio. Nelle fasi immediatamente precedenti alla scoperta del cadavere poi, Conan Doyle è ancora una volta eccellente nel rendere partecipe il lettore della situazione di tensione che si  vive sul luogo del delitto, attraverso descrizioni dettagliate sia dell’ambiente sia degli stati d’animo degli astanti. John e Mary trarranno conforto reciproco tenendosi per mano, in maniera che ad entrambi sembrerà molto naturale, piccolo indizio sul segreto di Pulcinella a cui accennavo prima, così facendo a chi legge dovrebbe veramente sembrare di venir catapultato nella campagna londinese. Il prosieguo delle indagini è un’ulteriore dimostrazione di sagacia e anticonformismo da parte di Sherlock Holmes, che con Watson e l’ausilio del bravissimo segugio Toby, segue le tracce lasciate inavvertitamente da uno dei due uomini fino ad un attracco sul fiume dove entrambi si sono imbarcati su una lancia a vapore, l’Aurora. Il detective allora, vista la difficoltà che comporterebbe portare avanti una ricerca lungo il fiume, ricorre ancora una volta ad una delle sue numerose risorse, ossia la banda di Baker Street, e sguinzaglia di nuovo i suoi monelli al fine di rinvenire la barca per poter dunque porre il sigillo alle indagini, visto che l’identità dei due uomini colpevoli di tutto per lui non è più un mistero. E’ infatti già riuscito ad identificarli grazie agli indizi trovati lungo il corso degli avvenimenti; per lui ora si tratta solo di dover assicurare i veri colpevoli alla giustizia, visto che oltretutto la collezione di granchi è cresciuta, Athelney Jones, oltre a Thaddeus Sholto, ha pensato bene di arrestare anche il custode McMurdo, il servo indiano e la governante di Pondicherry Lodge. Ora le persone da scagionare sono ben quattro. Holmes procede nella sua caccia e Conan Doyle è come sempre molto abile nel mettere in luce i meriti della sua creatura disegnando uno scenario davvero unico fatto di travestimenti, infiltrazioni notturne e come sempre di brillanti deduzioni, tutto al fine di raggiungere l’obbiettivo, ossia catturare i due malviventi.

Prima della scena finale il Nostro, ben sapendo di aver bisogno di aiuto, telegrafa ad Athelney Jones e gli dice di recarsi a Baker Street e di attendere lì il suo ritorno. L’Ispettore dal canto suo ha il merito di continuare nella sua indagine e una volta scoperta l’estraneità ai fatti delle persone da lui arrestate, riconosce i suoi errori e le rimette in libertà. Prima di giungere alla conclusione di tutto ci sarà tempo per un emozionante inseguimento sul Tamigi, durante il quale Watson ritornerà a provare emozioni ormai dimenticate, cosa che peraltro gli capita durante tutto l’arco del romanzo grazie ad una certa persona, ed i nostri due eroi rischieranno anche la vita uscendo dalla faccenda entrambi vivi e vegeti per un soffio. Il libro si conclude con il racconto molto avvincente e fantasioso della canaglia in questione e illustra come si arrivi agli avvenimenti che hanno dato luogo al fortunatissimo “secondo romanzo del dottor Watson”, narrando di come i “quattro” riuscirono ad impossessarsi del tesoro e come poi lo persero, fino a giungere al culmine della vicenda che Holmes ha così brillantemente risolto. Inutile nascondere, visto che oltretutto in seguito Miss Mary sarà presente in diverse altre avventure, che il Dottor John H. Watson, armatosi di coraggio, chiede alla giovane di sposarlo. Lei accetterà con trasporto. Ecco allora che il vero tesoro sarà lui a trovarlo, visto che quello vero, con un colpo di scena, sarà perso forse per sempre. Nell’inserire questo coup de théâtre lo scrittore, secondo me, segue forse una sua logica; infatti il tesoro ha sempre creato problemi a chi lo possedeva, e facendolo andar perduto, ha regalato ai due novelli fidanzatini un luminoso futuro insieme al riparo dalla sua nefasta influenza.

Il romanzo si conclude con Watson che ha ottenuto la “ricompensa più grande” e Jones che si è visto regalato il merito della conclusione delle indagini. E Holmes? A precisa domanda da parte di Watson, il più grande detective del mondo risponde, e cito testualmente: “A me rimane sempre la cocaina”… assolutamente geniale. Ho un’ultima cosa da dire in merito a questo romanzo: a mio parere nel suo secondo libro Conan Doyle sceglie di continuare a tratteggiare la figura Sherlock Holmes rendendolo sempre più difficile da classificare, poiché in lui convivono tante anime diverse, in questo modo cerca forse di tenerlo disancorato dalla realtà, così facendo ogni lettore può definirne a suo piacimento i contorni creandosi un proprio Holmes, che di volta in volta vive le avventure che lo scrittore scozzese è così bravo ad inventare per lui e noi rendendolo in definitiva più reale che mai. A me piace pensare di averlo qui accanto mentre scrivo questo finale e di avergli strappato un sorriso.

Raffaele Mancusi

Sherlock Holmes, Dottor John H. Watson - Illustrazione di Giorgio Trevisan

Sherlock Holmes, Dottor John H. Watson – Illustrazione di Giorgio Trevisan