“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.”

Italo Calvino (1923-1985)

Mai definizione fu più appropriata di quella di Italo Calvino riferita al libro di cui vi sto per parlare. “Il Mastino dei Baskerville” è infatti un classico senza tempo e, indubbiamente, l’avventura più famosa nella quale sono coinvolti i nostri due grandi amici. E’ in questo modo che Arthur Ignatius (non lo sapevate il suo secondo nome?) Conan Doyle sceglie di resuscitare la sua creatura… non siamo ancora giunti al Sir, ma manca poco. Sherlock Holmes è morto! Sì, alla fine de “Le Memorie…”, nell’ultimo racconto, il grande detective si sacrifica per salvare il Mondo dalle grinfie del terribile professor Moriarty. Ma quella ne “Il Mastino dei Baskerville” in realtà non è una vera resurrezione; Holmes infatti ritornerà in carne, ossa e cervello solo nella prima avventura della prossima raccolta di racconti, questa cupa vicenda che ci accingiamo ad analizzare ora ci è stata tramandata postuma dal Dr. Watson e riguarda un caso di cui si occuparono prima del fatale scontro di Holmes con Moriarty. Come per tutti i precedenti romanzi, anche questo libro venne pubblicato per la prima volta a puntate su “The Strand Magazine” tra il 1901 e il 1902 e solo in un secondo momento venne dato alle stampe nel formato a noi più consono.
James Mortimer, medico chirurgo, si reca a Baker Street per esporre il suo problema, solo che è sera e trova il nido vuoto, i due uccellini sono usciti a passeggio. Nell’andar via però Mortimer ha la felice idea di dimenticare il suo interessantissimo bastone da passeggio, che sarà il fulcro di un’accesa dissertazione tra i nostri due eroi. Il medico chirurgo farà ritorno al numero civico 221B il mattino successivo, vi troverà Holmes e Watson e inizierà a narrare avvenimenti sinistri assolutamente sensazionali che riguardano la fine del suo caro amico e paziente Sir Charles Baskerville. La morte dell’uomo sembra proprio essere strettamente connessa ad una maledizione che pende sul capo della nobile famiglia come risultanza del comportamento tenuto in una data circostanza da un suo empio e vecchio esponente, Hugo Baskerville. Il dottor Mortimer legge ad Holmes e Watson un vecchio resoconto scritto del 1742, nel quale un discendente di Sir Hugo mette a parte i suoi cari della maledizione, avvisandoli quindi della spada di Damocle che pende inesorabilmente sulla loro testa. Il galantuomo in questione innamoratosi non corrisposto di una ragazza del luogo (siamo a Dartmoor nel Devon) pensa bene, aiutato dai suoi compari, di rapirla e tenerla imprigionata per poi convincerla a capitolare. La giovane si mostra piena di risorse e riesce a scappare nella tetra brughiera. Hugo imbestialito si getta al suo inseguimento sguinzagliandole dietro i cani da caccia, e persino gli sfaccendati che lo hanno aiutato prima si rendono conto della gravità della cosa e si precipitano a loro volta all’inseguimento della ragazza e dell’uomo, con l’intenzione di evitare quella che ha tutti i presupposti per essere una tragedia annunciata. Troppo tardi! Ritroveranno entrambi ormai morti, ma c’è una sorpresa, sul corpo di Hugo incombe una bestia spaventosa dalle fattezze di un cane gigantesco e mostruoso che gli sta dilaniando la gola. Questo è il resoconto nel quale si parla anche della nascita del cucciolo in questione, e solo Holmes, grazie alla sua logica, rimarrà immune al fascino sovrannaturale della storia, pur essendo in seguito costretto ad ammettere la straordinarietà degli avvenimenti successi in tempi recenti, visto che il dottor Mortimer ha letto loro il documento per meglio illustrare quanto successo da poco a Sir Charles, che è stato trovato morto lungo il Viale dei Tassi al Maniero Baskerville mentre era in attesa di qualcuno presso un cancelletto che affaccia sulla brughiera, e dopo essere scappato da qualcosa di terribile a gambe levate. E’ lo stesso dottore, accorso per primo sulla scena, a riferire dell’espressione di assoluto terrore sul volto dell’uomo ed è sempre lui, ad una cinquantina di metri di distanza dal corpo, a trovare delle impronte che riferisce appartenere ad un cane gigantesco. Mortimer, essendo al corrente della leggenda, ha poi svolto delle indagini per conto proprio chiedendo in giro; tre uomini hanno riferito di aver visto una bestia sensazionale, fosforescente e quant’altro, aggirarsi per la brughiera, poi dopo il fattaccio più niente. Sparita nella notte. Ora che l’unico erede di Sir Charles è stato rintracciato e sta per entrare in possesso dell’eredità il dottore, essendo anche l’esecutore delle ultime volontà dell’uomo, si è recato a Baker Street, nell’accogliente e caldo studio di Holmes, per un consiglio su come comportarsi con il nuovo Sir. Sherlock gli chiede ventiquattro ore di tempo, nelle quali rimuginerà su tutti i fatti di cui é a conoscenza, e poi vuole incontrare l’erede Sir Henry Baskerville di persona, per una chiacchierata tra amici. Il preambolo a quanto succederà poi nel racconto è straordinario, Conan Doyle stavolta sceglie uno scenario poco consono per la sua creatura, mettendola al cospetto delle potenze sovrannaturali, ma, come lo stesso Holmes terrà a precisare al suo amico dottore, non è poi detto che gli emissari del Diavolo non possano essere fatti di carne e ossa. Andiamo dunque a verificare l’entità della forze in gioco in questa meravigliosa avventura.
Puntuali, Holmes e Watson, la mattina seguente si presentano a colazione. Sir Henry è accompagnato dal dottor Mortimer per discutere sul da farsi; ad ulteriore dimostrazione della particolarità della vicenda tutta il neo baronetto mostra al detective e al suo amico una lettera appena recapitatagli presso l’hotel (dove peraltro nessuno sapeva avrebbe soggiornato vista la scelta assolutamente casuale, il Northumberland) contenente un avvertimento: “Se ci tiene alla vita e alla ragione si tenga lontano dalla brughiera”, la missiva è anonima e tutte le parole tranne “brughiera” sono state ritagliate da un giornale. Per il Sir ancora all’oscuro di tutto è un mistero ed anche per i due dottori la lettera non dice altro che l’ovvio, Holmes dal canto suo è invece capace di leggerci praticamente tutta la storia del genere umano lasciando strabiliati gli astanti con le sue logicissime deduzioni. Il baronetto, esortato dal detective, riferisce di un altro episodio strano capitatogli di recente: gli è stata sottratta una scarpa delle due che aveva lasciato a pulire la sera precedente, scarpe nuove e mai indossate peraltro, poi Henry, nonostante l’aver ascoltato il racconto della storia da Mortimer, si dimostra pieno di spirito e proclama di voler ugualmente prendere possesso delle proprietà di famiglia. Dall’insieme dei fatti Holmes deduce che gli spostamenti del dottore e del baronetto sono stati attentamente tenuti sotto controllo e, come ovvio, cerca di scoprire l’identità e le intenzioni (buone o cattive) del pedinatore ricorrendo ad un suo trucchetto, in questo caso però, come qualche volta gli è capitato in passato, viene buggerato dall’uomo che gli scappa da sotto al naso, vedremo poi chi avrà l’ultima parola.
Non so voi, ma io grazie ai suoi libri, immagino il buon Ignatius come una persona davvero piacevole con la quale trascorrere un po’ di tempo; doveva essere alquanto interessante la sua compagnia vista la fantasia e l’intelligenza di cui ha più volte dimostrato di essere dotato, penso sarebbe bastato lasciarlo parlare a briglia sciolta per rimanerne incantati, quasi quasi contatto un o una medium e poi vi faccio sapere. Tornando al Mastino… così come pattuito precedentemente i quattro amiconi si incontrano per il pranzo per fare il punto della situazione. A Sir Henry è stata rubata un’altra scarpa, vecchia stavolta. Il dottor Watson lo accompagnerà personalmente nel Devonshire, presso il Maniero Baskerville, per supporto e aiuto in caso di necessità. Nel frattempo la scarpa nuova rubata fa il suo misterioso ritorno, a quanto pare da sola, ed Holmes scopre che a pedinare i due uomini è stato nientemeno che lui stesso! Sdoppiamento di persona inteso letteralmente dunque, per i dettagli riferirsi al libro in esame. Il nostro Sherlock fatte le ultime raccomandazioni al suo amico lo spedisce a far da balia al baronetto e a fare le sue veci chiedendogli di osservare e riferire di chiunque e qualunque cosa lo insospettisca, il detective si defila così lasciando il proscenio al dottore che come vedremo si dimostrerà pienamente all’altezza della situazione. Le descrizioni fatte dei luoghi e delle emozioni che suscitano in Sir Henry il ritorno a casa dopo aver tanto vagato in giro per il Nord America, sono favolose e come sempre si ha la percezione di essere con loro in viaggio per il Devon. A me è onestamente sembrato di sentire le foglie che scricchiolano sotto le ruote del calesse che li accompagna durante l’ultima tappa del viaggio. Watson e Sir Henry, giunti all’antica dimora nobiliare, trovano il maggiordomo Barrymore e sua moglie ad attenderli e dopo aver visitato l’enorme maniero ne subiscono, non solo loro peraltro, un senso di oppressione ed angoscia dovuto al suo aspetto lugubre accentuato dalla onnipresente penombra. Come se non bastasse, nella notte si sente distintamente il pianto di una donna, onestamente chi avrebbe più chiuso occhio. Interrogato al mattino il maggiordomo, questi mente, spiegando che le donne in casa sono solo due, una sguattera che dorme in un’altra ala e sua moglie che certo non stava piangendo. Watson però incontra la donna in giro per la casa ed è chiaro che la verità è un’altra: i segni del pianto sono inconfondibili. Fedele agli ordini ricevuti il nostro dottore comincia ad indagare e cerca di appurare se sia stato proprio il maggiordomo (e come ti sbagli, è un classico!) a seguire a Londra le tracce del suo nuovo padrone ricavandone sospetti precisi ma non del tutto esplicativi al riguardo. Tornando al maniero dopo una passeggiata nella brughiera, Watson incontra casualmente Mr. Jack Stapleton, vicino di casa dei Baskerville e, sempre ossequioso alle disposizioni avute, accetta la compagnia dell’uomo che lo invita a Merripit House per fare la conoscenza della sorella. Mentre sono insieme, dalla brughiera giunge quello che sembra un grido disumano. Al riguardo Stapleton aggiunge benzina sul fuoco, asserendo che la gente del posto considera quel lugubre urlo il latrato del Mastino. Anche il primo contatto con Beryl Stapleton non è da meno, infatti la ragazza, approfittando della momentanea lontananza del fratello, avverte il dottore, pensando che si tratti di Sir Henry, di darsela a gambe e tornare a Londra, se non vuol seguire il destino che sembra proprio essere stato scritto col sangue per la nobile casata che rappresenta. Mamma mia che casino, non so se è chiaro ma mi sto divertendo da matti a rileggere il libro, mai come stavolta seguite un consiglio spassionato: se non c’è l’avete, compratelo immediatamente e leggetelo, ancor più che per le altre opere di Conan Doyle, ne vale la pena, è spettacolare.
Il resoconto di quanto sta per succedere ci arriva dalla viva penna di Watson che sceglie di pubblicare le lettere che ha mandato ad Holmes per ragguagliarlo sugli avvenimenti così come si sono succeduti. Il nostro dottore appena arrivato nel Devonshire insieme al collega e Sir Henry apprende dell’evasione di un forzato: trattasi nientemeno che del famigerato assassino di Notting Hill, Selden, come se non bastasse già tutto il resto. Questo problema però sembra essersi risolto da solo, dell’uomo non si hanno notizie da parecchi giorni e forse se l’è svignata e alleluia. Il resoconto continua con un gossip: ovvero di come Sir Henry sembra essersi invaghito, ricambiato, di Beryl Stapleton cosa questa che proprio non va giù al fratello di lei che fa di tutto affinché i piccioncini non restino mai da soli, e considerando il buon partito scelto dalla ragazza John non capisce il motivo di siffatte remore, in più i due fratelli pur essendo affezionati l’un l’altra nascondo qualche cosina che il nostro dottore non riesce ad afferrare a pieno. Un altro vicino, poi, non è più un mistero, hanno infatti conosciuto il signor Frankland che per quanto persona singolare, non sembra essere pericoloso. Si arriva al dunque: il maggiordomo Barrymore, proprio non convince il buon dottore, che non lo perde d’occhio un attimo e infatti lo sorprende una notte a sgattaiolare in giro per entrare infine in una stanza vuota e con una candela accesa e rimanere qualche tempo ad una finestra della stessa. Watson è poi sempre più convinto che a mandare il telegramma a Londra al Sir sia stato proprio lui ed ha sorpreso sua moglie più di una volta con evidenti tracce di pianto sul viso. Parlandone col giovane Baskerville si accordano per andare in fondo alla faccenda; si appostano all’erta di notte ed attendono il maggiordomo per coglierlo sul fatto. E’ così che scoprono che la candela è un segale proprio per l’evaso che necessita di assistenza per continuare la latitanza e ad aiutarlo è Barrymore perché l’uomo è suo cognato. Nonostante tutto sua moglie non ha avuto il cuore di abbandonare il proprio sventurato fratello al suo destino. John e Sir Henry decidono allora di catturarlo e cercano invano di attuare il loro intento, Selden riuscirà a scappare ed a loro non rimane che denunciarne la presenza nella brughiera. Mentre sono a “caccia” i due sentono di nuovo il terrificante latrato del cagnaccio che getta il temerario baronetto nello sconforto più totale e Watson scorge su uno spuntone di roccia la spettrale apparizione di un uomo alto e statuario che sembra interessato agli avvenimenti che si stanno consumando nella brughiera. Il dottor Watson ci mette poi a parte di un ulteriore capitoletto nella saga amorosa di Baskerville con la bellissima signorina Stapleton, per gli amanti del romanticismo mi sembra proprio il caso di andarsi a leggere il tutto così come il dottore lo tramanda ai posteri. “Il Mastino dei Baskerville” è ricco di tanti dettagli e succedono così tante cose che a leggerlo quasi non si riesce a star dietro appieno agli avvenimenti che via via si verificano, il racconto è talmente realistico da far risultare il tutto assolutamente vivo, giuro che guardando fuori dal mio balcone in pieno giorno ho riconosciuto una candela accesa chi sa perché e chi sa da chi. Ritornando alla loro avventura notturna sulla faccenda di Selden, il maggiordomo riesce a convincere il suo padrone a non denunciarne la presenza, visto che l’uomo sta per imbarcarsi per il Sud America lasciando così definitivamente in pace i poveri abitanti di quelle lande desolate; vista la benevolenza concessagli Barrymore rivela al Sir e a Watson, presente alla discussione, un segreto del compianto Sir Charles. Il vecchio baronetto la fatidica sera si trovava presso il cancelletto nell’attesa di una donna le cui iniziali sono L. L.; i nuovi dettagli sono importanti e degni di approfondimento così il nostro dottore chiede al suo collega Mortimer, che certo conosce tutti nelle vicinanze. A chi queste iniziali possono appartenere? Bene, una sola donna risponde ai requisiti, Laura Lyons, originariamente Frankland e figlia del vicino di Sir Charles che dopo il matrimonio con un pittore, Lyons appunto, cambia il suo cognome per esser in fine abbandonata dal farabutto vai a sapere perché. Indaga che ti indaga, Watson ormai divenuto un esperto in materia, scuce a Barrymore altre informazioni riguardanti però un’altra faccenda in sospeso, anche il maggiordomo sa di un altro uomo che si aggira per la brughiera, a riferirglielo è stato proprio Selden accortosi di questa ombra misteriosa mentre si aggirava per le colline circostanti la dimora dei Baskerville. Non essendo riuscito assolutamente a capirne le intenzioni, l’unica cosa più o meno sicura è che non ha l’aspetto di un evaso con la legge alle calcagna. Il nostro apprendista detective fa passi da gigante, vi avevo detto che si sarebbe dimostrato all’altezza, d’altronde con un tale maestro!!!
Le indagini del nostro nuovo investigatore preferito continuano e lo portano ad appurare due fatti importanti. Il primo che effettivamente la signora Lyons aveva scritto al compianto Sir Charles, e dopo essere stata, diciamo, sollecitata da Watson si sbottona ed ammette che con una lettera aveva dato appuntamento al baronetto la sera della sua morte per chiedergli aiuto personalmente, ma che avendo ricevuto il necessario da un’altra fonte non si era infine recata all’appuntamento. Il Dr. Watson però è convinto che gli è stata raccontata solo metà della messa. L’altro punto che segna è l’aver scoperto l’identità dell’uomo misterioso che si aggira per la brughiera: questi altri non è che Sherlock Holmes, che mai avrebbe lasciato l’amico in balia di un tale spietato assassino come si è dimostrato essere chi ha architettato il piano ancora in svolgimento. Il detective si era solo defilato dalla scena per poter agire liberamente, ma ha tenuto sempre tutto sotto controllo e grazie a questa sua strategia ha infine scoperto che dietro tutto c’è effettivamente un uomo in carne ed ossa che a quanto pare si serve di un cane un po’ particolare e anche l’identità di questi non è più un mistero. Per voi invece se non leggete il libro tale resterà. Mentre i due amici si ragguagliano sulle risultanze delle indagini che hanno condotto parallelamente, dalla brughiera si ode il grido lancinante di un uomo morente e subito dopo il latrato sinistro del Mastino, un omicidio è stato perpetrato. I due accorrono ma per l’uomo non c’è niente da fare, il povero Sir Henry ha fatto la fine del suo predecessore, sono infatti riconoscibili le sue vesta, sgomento assoluto. Ma fortunatamente arriva la luna e con la sua luce illumina una ispida barba… non è il baronetto ma Selden il forzato, evaso condannato a questa sorte proprio perché indossa gli abiti smessi ed a lui consegnati da Barrymore del suo padrone. Come precisa lo stesso Sherlock la rete è ormai tesa e bisogna solo aspettare che il pesciolino vada ad invischiarsi nelle sue maglie. La parte finale del piano verrà posta in essere rendendo per’altro necessario usare l’inconsapevole Sir come esca, il colpevole di molti misfatti troverà la sua fine nella melmosa palude che circonda quest’angolo di Paradiso e i due amici se ne torneranno a Baker Street al quartier generale in attesa di altri misteri da risolvere.
Come vi ho già scritto qualche riga più su il libro è infarcito di tantissimi dettagli dei quali però non ho parlato per lasciare a chi ha intenzione di leggerlo tanto altro da scoprire, alla fine tutto troverà la quadratura e i suddetti dettagli servono a conferire ulteriore valenza alla narrazione. Il grande scrittore scozzese è soprattutto bravissimo a rendere lo scenario delle vicende quasi surreale. Le descrizioni della brughiera, della palude, dell’atmosfera lugubre, delle istallazioni risalenti ai primi uomini sulla Terra, lo stesso Maniero Baskerville e la nebbia che alla fine arriverà a complicare un po’ le cose, fanno si che chi legge venga catapultato in un universo oscuro dal quale sembra realmente difficile riemergere, tale è la sua bravura nel rendere ancora più coinvolgente il racconto, più che nei suoi altri romanzi; con “Il Mastino dei Baskerville” il grande talento di cui Conan Doyle è dotato ha trovato la sua massima espressione, anche se, ad onor del vero, “La valle della paura”, prossimamente su questi schermi, non sarà certo da meno. A me personalmente, come credo sia stato chiaro sin da subito, questo libro ha lasciato un segno in più rispetto ai precedenti. Non dovete però pensare che il lavoro di Arthur Conan Doyle sia frutto solo del suo talento e della sua immaginazione, dietro c’è un certosino lavoro di ricerca con in più la complicazione dell’assenza ai tempi di Internet o altri strumenti atti a facilitare parecchio le cose; certo la valanga di informazioni necessarie a scrivere ben nove romanzi su un universo complesso come quello che ha creato per Holmes doveva essere enorme. Lui stesso infatti grazie alle sue ricerche aveva sviluppato una certa abilità: in uno dei casi di cui si è occupato realmente, ha difeso un pover’uomo accusato ingiustamente di redigere delle lettere minatorie e di praticare delle mutilazioni su poveri animali. L’uomo, l’avvocato George Edalji, fu scagionato grazie al nostro scrittore, che mettendo in pratica il metodo creato per il suo personaggio, si convinse per primo della sua innocenza poiché osservandolo attentamente si accorse che leggeva tenendo il giornale praticamente attaccato al naso, con l’ovvia conseguenza che con la scarsa vista che si ritrovava, la talpa in questione mai sarebbe stata in grado di sfuggire alla polizia durante gli inseguimenti notturni che pure ci furono all’epoca. Questo non è il solo caso di cui si occupò ma è quello che ebbe maggior risalto dato che all’epoca l’opinione pubblica fu toccata parecchio dalle inopinate torture cui furono assoggettate quelle povere bestiole. Questo solo per specificare quanto lavoro c’è dietro la perfezione, ed ecco perché i suoi libri sono tutti molto belli, poi come ovvio, le preferenze di ciascuno si rivolgono all’uno o all’altro ma il lavoro nel complesso resterà per sempre assolutamente eccezionale… ragazzi ci ha regalato Sherlock Holmes!

Raffaele Mancusi

Dottor John H. Watson, Sherlock Holmes - Illustrazione di Giorgio Trevisan

Dottor John H. Watson, Sherlock Holmes – Illustrazione di Giorgio Trevisan