Cenni biografici

Nato a Milano l’11 ottobre 1932, Sergio Toppi abbandona gli studi di medicina per il disegno negli anni Cinquanta, entra nel mondo dell’illustrazione lavorando per Mondadori, Garzanti e UTET.
Dopo un apprendistato agli studi Pagot inizia, negli anni Sessanta, a pubblicare sulle pagine del “Corriere dei Piccoli”, rivista alla quale collaborerà per molti anni, disegnando prevalentemente storie di soggetto storico su testi di Mino Milani.
Ma è nel 1974, con le storie per la rivista cattolica “Messaggero dei Ragazzi”, diretta da padre Giovanni Colasanti e, successivamente, con i lavori realizzati per “Alter Alter”, che il suo stile si personalizza, conducendolo a collocarsi fin da subito tra i maggiori autori del fumetto italiano.
I racconti di “Sacsahuaman”, “L’Uomo delle Paludi”, “Sharaz-de”, “Myetzko”, e la serie de “Il Collezionista”, sono solo alcuni tra i suoi lavori più ammirati.
Il 1975 è l’anno in cui Toppi riceve il primo prestigioso premio Yellow Kid come “Miglior Disegnatore Italiano dell’Anno”, da parte del Salone Internazionale dell’Illustrazione e del Cinema d’Animazione di Lucca.
Sul finire degli anni Settanta inizia la collaborazione con il settimanale cattolico “Il Giornalino”, che durerà fino a qualche anno prima della sua morte, avvenuta nell’agosto del 2012 all’età di 79 anni; intanto comincia a farsi conoscere all’estero, grazie alla realizzazione di episodi disegnati per le collane francesi “L’Histoire de France en Bandes Dessinées” e “Le Dècouverte du Monde en Bandes Dessinées”, delle Case editrici Larousse e Mesquito, ma anche per la Planeta DeAgostini in Spagna e per la Eckart Schott Verlag in Germania.
Tra gli anni Ottanta e Novanta iniziano le collaborazioni con “Orient Express”: qui crea e disegna le vicende, ristampate poi su “L’Eternauta” e “Comic Art”, de “Il Collezionista” l’unico personaggio seriale da lui creato, e di “Sharaz-de”, risalente al 1977; in questo periodo disegna anche per il fumetto seriale italiano, realizzando episodi di “Nick Raider” (1997 e 2001), “Julia” (1999) e una storia breve di “Martin Mystère” pubblicata su “Ken Parker Magazine”. Inoltre le sue illustrazioni appaiono anche su riviste e quotidiani come “Famiglia Cristiana”, “Corriere della Sera”, “Le Figaro” e “Times”. Successivamente realizza disegni per la Mondadori e il capitolo “Americani” della “Storia del Popolo a Fumetti” di Enzo Biagi.
Tra i principali riconoscimenti ricevuti da Toppi nella sua intensa carriera, vanno ricordati, oltre al già citato premio Yellow Kid del 1975, i premi Caran D’Ache e ANAFI nel 1992, Cartoomics nel 2000 e nel 2003. Infine, nel 2005, riceve il Premio Micheluzzi “Quarant’anni di Riviste d’Autore”.

Sergio Toppi: un artista del fumetto

Una carriera lunga oltre cinquant’anni, riconosciuto e rispettato in Italia e all’estero come un grande maestro della comic art, attraverso il suo tratto inconfondibile è riuscito nella difficile impresa di trovare un equilibrio dialettico tra immagini e testo.
Osservando le storie a fumetti di Sergio Toppi, emergono gli elementi innovativi e le caratteristiche peculiari del suo linguaggio, che lo rendono immediatamente riconoscibile e che hanno fatto di lui un “artista del fumetto”. Caratteristiche come la libertà nell’impaginazione, l’accentuata verticalità delle vignette, l’uso personalissimo dei colori e l’equilibrio fra verosimiglianza storica ed elaborazione fantastica, sono i presupposti che a mio avviso rendono la produzione di Toppi più vicina alla sfera dell’arte che a quella della produzione culturale di massa in senso lato.
La verticalità rimane uno degli aspetti più rivoluzionari dello stile di questo disegnatore; essa, contrapponendosi all’orizzontalità tipica della struttura tradizionale del fumetto, permette di eliminare o interpretare con maggiore libertà i contorni che incorniciano e organizzano la narrazione. In questo modo, la pagina stessa si propone come spazio unitario, in cui le immagini si distendono appieno, superando la rigidità della “griglia”. Singolare in Toppi è anche l’utilizzo anticonvenzionale dei colori; le tonalità elettriche, per esempio, sono spesso finalizzate a trasmettere ai lettori sensazioni ed atmosfere che anticipano fin dalle immagini di copertina il contenuto delle storie. Ma soprattutto il bianco e il nero sono predominanti nelle tavole dell’artista, assumendo una valenza non solo stilistica ma anche simbolica, come contrapposizione tra presenza e assenza e tra pieno e vuoto.
La sua produzione racchiude tre modelli principali del genere narrativo: quello storico, quello avventuroso e quello fantastico; quest’ultimo particolarmente amato dall’artista, secondo quanto afferma lo stesso Toppi nell’intervista concessami nel 2010 per la mia Tesi di Laurea, e pubblicata in appendice a questo articolo. Amante di Dino Buzzati e del suo “Realismo magico”, nonché di quelle atmosfere sospese, ricche di elementi irrazionali e fantastici, decide, dalla metà degli anni Settanta in poi, di realizzare una serie di favole in cui subentra l’onirico e il magico, ove fate, orchi e folletti cominciano ad essere i co-attori delle sue trame, in racconti pubblicati su riviste come “Linus” (“Saint Acheul ’17”), oppure “Alter Alter” (“Little Big Horn”, “Sharaz-de”).
Con “Sharaz-de”, per esempio, Toppi riprende i temi e le atmosfere della celebre raccolta di novelle orientali del X secolo “Le mille e una notte”, di varia ambientazione storico-geografica e composta da differenti autori. In particolar modo l’artista s’ispira alla novella del Re persiano Shāhrīyār, il quale, tradito da una delle sue mogli, decide di ucciderle tutte all’alba della prima notte di nozze. Tra le spose, soltanto la bella Sharāzād riesce a salvarsi, grazie alla sua fantasia geniale: ogni sera racconta al Re una storia, rimandando il finale al giorno dopo. Va avanti così per mille e una notte; e alla fine il Re, innamoratosi, le rende salva la vita.
Osservando alcune tavole del racconto, (tav. da 1 a 3), possiamo individuare gli elementi principali, sia grafici che narrativi, a cui Toppi ricorre per immergersi nel “realismo fantastico” della storia: la narrazione attinge a leggende e motivi folkloristici, l’elemento spazio-temporale pare sospeso e inoltre, come sempre, prevale la verticalità delle immagini, le quali si distendono senza il limite della cornice fino a sovrapporre i diversi piani narrativi.
Nella scena qui riportata alla tav. 1, le situazioni narrative si moltiplicano in un’unica sequenza: un demone, per allietare le sue veglie, si accinge ad assaporare da una fiasca un antico kumis, bevanda che a nessun mortale è concesso bere. Un’analoga situazione la ritroviamo nella tav. 2, nella quale sono presenti quattro sequenze divise da una diagonale in un unico riquadro. L’elemento di collegamento fra i due triangoli che prendono vita dal taglio della diagonale è la figura della prima vignetta.

 

A “Sharaz-de”, pubblicata originariamente a puntate su “Alter Alter” nel 1979, seguiranno altre storie di Toppi improntate sul “Realismo magico”, da “Puppenherstellerstrasse 89” (1982) a “Un’idea difficile da mandar giù” (1983), da “Krull” (1984) a “I tarocchi universali” (1987), nelle quali ritroviamo non solo atmosfere misteriose e ricche di elementi paranormali, già presenti nelle storie citate, ma anche un’altra caratteristica, di maggiore originalità per il genere fiabesco, ossia l’elemento ironico.

Sicché, a conclusione di questo articolo, è doveroso ricordare a tutti che “il fumetto non è un genere”, citando Tito Faraci nella prefazione al saggio “DizioNoir del fumetto”; “il fumetto è un mezzo espressivo, il fumetto è un’arte. Come il cinema, come il teatro, come la musica”.
E Toppi, dunque, ha saputo veicolare questa “potenza” comunicativa in modo da farne uno strumento espressivo soggettivo e, nonostante il fumetto sia un mezzo piuttosto “rigido”, dovendo sottostare a certe imposizioni, egli è riuscito a non scomparire dietro a regole e confini, anzi ha saputo oltrepassarli e reinventarli, trasformandoli in strumenti tramite i quali poter dare piena espressione alla sua personalità.

Mariangela Rado


INTERVISTA A SERGIO TOPPI (8/03/2010)

Mariangela RadoQuando avviene l’incontro con il mondo dei fumetti e cosa ricorda dei primissimi lavori da illustratore che ebbe modo di affrontare professionalmente?
Sergio Toppi – Ho iniziato molto presto, partendo da zero; infatti, i miei primi lavori, sono delle semplici illustrazioni, poi ho cominciato a lavorare nel campo dei disegni animati su cui si basavano, a quel tempo, la televisione e la pubblicità.
Per una serie di motivi, per niente romanzeschi, mi hanno proposto di fare dei fumetti; non avendo alcuna esperienza, ho iniziato prendendo esempio da altri fumettisti. Bisogna ricordare, inoltre, che negli  anni Sessanta e Settanta, si è assistito ad una grossa fioritura di talenti nel campo del fumetto italiano. In questo mio processo di imitazione ho cercato di capire come funzionasse il meccanismo del fumetto, così per gradi sono arrivato a trovare una cifra che mi rendesse riconoscibile.
Questo credo che sia un risultato molto importante per qualsiasi disegnatore.

M.R. – Quando la sua “cifra stilistica” raggiunge piena maturità, la ritroviamo espressa liberamente soprattutto in opere scritte e disegnate da lei, come “Sharaz-de” e “Il Collezionista”. Quanto, dunque, della sua personalità è racchiusa in queste due opere?
S.T. – Nel nostro lavoro ognuno cerca di dare forma a ciò che sente di poter fare e voler dare. Pensavo, osservando anche il lavoro degli altri, che non appena avessi potuto, avrei creato un fumetto che si distaccasse dall’impianto tradizionale, senza la tipica inquadratura fissa simile allo schermo televisivo e senza quella serie di azioni e avvenimenti messi in una determinata sequenza per quadrettini.
Questo perché mi interessava la verticalità, utile per uscire dai margini alterando la prospettiva classica.

M.R. – I suoi disegni sono realizzati in bianco e nero, i colori simbolo del suo stile. Cosa racchiude tale contrapposizione?
S.T. – Mi sono ispirato all’espressionismo tedesco e a certi illustratori e disegnatori d’inizio Novecento che mi hanno sempre affascinato.
Ad esempio Ernst Ludwig Kirchner, al quale in questi giorni è stata dedicata una mostra qui a Milano, è, a parer mio, un grande disegnatore.
Mi hanno colpito in modo particolare la qualità del suo segno e la sua particolare impostazione che fuoriesce dai margini classici.

M.R. – Tra gli anni Sessanta e Settanta, il suo lavoro fu particolarmente intenso. Quali autori e colleghi sono stati un punto di riferimento, artisticamente parlando? E perché?
S.T. – Nel nostro lavoro qualsiasi cosa può essere un riferimento, siamo dei divoratori d’immagini e bisogna osservare tutto. Nonostante non sia stato un grande lettore di fumetti, ho sempre osservato il lavoro di molti disegnatori stranieri ed anche colleghi italiani, che peraltro stimo molto, da Hugo Pratt a Guido Crepax e in particolar modo Dino Battaglia, del quale apprezzavo molto la qualità grafica; credo che ciò sia importante per qualsiasi disegnatore, perché serve da stimolo per tirar fuori dalle nostre possibilità quanto di meglio c’è in noi.

M.R.Quali sono i temi che l’hanno ispirata maggiormente?
S.T. – La scelta dei temi è legata alla singola personalità di ogni disegnatore. Qualsiasi tema è stato fonte d’ispirazione, ma con il genere storico ho cercato di esprimere un tipo di realismo che avesse connotazioni magiche, fantastiche.
Ho amato molto il cosiddetto “Realismo magico” che realizzava la storia come soggetto per delle lavorazioni fantastiche.
Un riferimento in questo senso è Dino Buzzati: quando leggevo i suoi racconti non ero ancora un disegnatore professionista, e mi affascinava quel suo taglio “angoscioso”, forse specchio di alcuni suoi aspetti caratteriali.
Inoltre mi è sempre piaciuta la natura, che nei miei racconti viene rappresentata quasi sempre come un co-attore della storia.
Amo il racconto breve, nonostante la difficoltà che comporta creare storie valide ma allo stesso tempo riassuntive, così come difficile è la scelta del soggetto.

M.R.Nei racconti storici realizzati con il grande Mino Milani, c’era spazio per la fantasia?
S.T. – Ricordo con piacere le collaborazioni con Milani.
Lui è non solo un bravo scrittore, ma anche un grande sceneggiatore e autore, che lasciava molto spazio al disegnatore.
I racconti erano strettamente storici e non c’era spazio per la fantasia.

M.R.Molto affascinanti sono anche i racconti legati al tema della cultura nipponica, come nasce questa passione?
S.T. – È una passione che mi accompagna da sempre, l’incontro avvenne da ragazzino quando, prima dell’ultima guerra, ci fu un’esposizione – “L’Italia delle arti con il Giappone” – dove vidi per la prima volta il disegno e la pittura giapponese da cui rimasi molto affascinato.
Poi, con gli anni, ho cercato di approfondire certi aspetti della loro cultura che da ragazzino non potevo conoscere.
Ero letteralmente affascinato dalla loro assoluta precisione e dal rigoroso ordine. Inoltre offrivano numerosi temi per creare nuovi racconti.

M.R.Oltre alla passione per la terra nipponica, c’è sicuramente anche quella per la terra irlandese. A testimoniarla sono i 12 disegni ispirati a racconti tradizionali irlandesi, realizzati per le Edizioni Crapapelada nel 2008. Quando andò sull’isola per la prima volta?
S.T. – L’Irlanda, come il Giappone, è una Nazione molto interessante per un disegnatore per ciò che concerne le tradizioni e i temi folkloristici.
Il primo viaggio risale a molti anni fa; era uguale a come la immaginavo: affascinante soprattutto per la sua gente ed i suoi paesaggi naturali e autentici. Quando ritornai successivamente in un secondo viaggio, la ritrovai cambiata, contaminata dall’uomo.

M.R.Cosa ricorda dell’amico e collega Dino Battaglia?
S.T. – Mi dispiace che non ci sia più e credo anche che sia andato via troppo presto, perché poteva dare ancora molto. L’ho conosciuto quando era già affermato, mentre io ero ancora all’inizio della mia carriera e fu, senza dubbio, un punto di riferimento. Dino non era solo un collega ma anche un grande amico ed una persona di grande spessore e cultura. Ho studiato molto i suoi disegni e ciò che più mi affascinava era il suo modo di disegnare.

M.R. C’è stata un’influenza stilistica?
S.T. – Molti lo pensano, al contrario di me: alla base c’era una profonda differenza caratteriale che traspariva anche dai disegni.
Infatti, Dino aveva un tratto gentile e raffinato che si estendeva anche ad immagini di per sé forti, invece il mio tratto era molto più forte e violento.

M.R.Lei è stato, ed è ancora tuttora, un “maestro del fumetto”, punto di riferimento di questa Nona Arte, secondo molti critici del settore, e tanti sono stati i riconoscimenti: a partire dal prestigioso premio Yellow Kid nel 1975 come Migliore Disegnatore Italiano. In passato ha sentito il peso di questa responsabilità?
S.T. – Riconosco di aver avuto un posto importante nel panorama fumettistico italiano ma non mi considero assolutamente un “maestro”.
Ho sentito spesso il peso di questa responsabilità perché il mio lavoro è un esame continuo, soprattutto con noi stessi. Cerco di dare il massimo in ogni occasione senza mai accontentarmi, poiché in me è presente una forte dose di autocritica continua.

M.R.Secondo lei, nell’odierno panorama fumettistico italiano, esiste un suo erede?
S.T. – Non credo di saper rispondere a questa domanda, però mi auguro e spero ci siano nuovi talenti.
I disegnatori della mia generazione hanno dato molto alla forma espressiva del fumetto, spero quindi che i nuovi talenti possano fare altrettanto.
Bisogna però precisare che la situazione attuale non credo sia favorevole, date le esigue opportunità.
La mia generazione ha operato in un periodo in cui il futuro sembrava “sorridere” ed era tutto da costruire, oggi non credo sorrida molto.

M.R.Inoltre la tecnologia a disposizione degli attuali fumettisti, agevola o limita la vena artistica del disegnatore?
S.T. – Nel campo del fumetto ormai sono molto diffusi i nuovi mezzi elettronici e computeristici per la grafica che hanno portato non poche variazioni nel nostro lavoro.
Non credo che ciò limiti la fantasia, anzi, un buon utilizzo di questi strumenti potrebbe giovare alla fantasia, anche perché, o che la si esprima con il pennino, o con l’inchiostro, o con i programmi di grafica, rimane la stessa.

M.R.Oggi, quanto è ancora presente il fumetto nella sua vita?
S.T. – L’interesse per il mio lavoro è ancora vivo, dedico al disegno gran parte del mio tempo e credo sia importante riuscire a conservare di se stessi l’idea di poter continuare ancora ad esprimere qualcosa di valido.
In questo periodo sto lavorando ad alcuni racconti liberi, inoltre sto pubblicando dei libri in Francia e mi sto preparando alla realizzazione di alcune cartelle per il Centocinquantenario dell’Unità d’Italia.