Apartheid. Una parola che riassume uno Stato. La storia recente del Sudafrica sembra essere inevitabilmente legata a questo termine, che in lingua afrikaans significa separazione. Prima di questo, sono pochi altri i lemmi che la cultura occidentale normalmente associa alla nazione: ottentotti, zulu, Bartolomeu Dias, Capo di Buona Speranza, Compagnia Olandese delle Indie Orientali, dominazione inglese, Mondiali 2010 e “Waka Waka” (che in realtà deriva da un gruppo camerunense). La nazione ha iniziato a camminare, come quasi tutto il resto del continente, abbastanza tardi nel sentiero cinematografico. Mandela è stato certamente la maggiore fonte di ispirazione, sfruttata recentemente anche da Clint Eastwood nel suo epico “Invictus”. A questi, si affiancano qualche brutto film d’azione, certi blockbuster non degni di nota e poco altro. Ma, come il Lesotho spunta indisturbato all’interno dei confini sudafricani, così una recente opera di Neill Blomkamp, prodotta da Peter Jackson, emerge tra la mediocrità filmica e ci immerge in maniera decisa nell’atmosfera di questa strana nazione. Un mix di benevoli costumi locali, supertecnologie anglofone, influenze criminali limitrofe e mescolanze linguistiche euro-africane. Tra chi abbraccia l’innovazione a pieno e chi si avvinghia con forza alle radici, la soluzione non può che essere un futuristico passato (1982), un miscuglio tra documentario e fiction, tra collettivo e intimo, e un protagonista tra bene e male. La confusione che ne deriva sfocia nella separazione, nella ghettizzazione. A meno che qualcosa, o qualcuno, ti spinga pian pianino verso una obbligatoria ibridazione offuscata, che ti porta a vedere il diverso, l’alieno, da un’altra prospettiva.

District 9

ATTRAZIONE: “Tra la sorpresa generale la nave non si fermò su Manhattan, o su Washington o Chicago. Ma procedette fino a fermarsi esattamente sulla città di Johannesburg”. Non una guerra dei mondi, non un ultimatum, non un nuovo giorno dell’indipendenza, non un solenne e finale incontro ravvicinato… niente “musica dal cielo o bagliori accecanti”, ma il sudicio ritrovo di un milione di creature denutrite e disorientate. Gli occhi del mondo sono tutti puntati sul Sudafrica, non si possono commettere passi falsi. Ben presto, il provvisorio campo d’accoglienza adibito al di sotto della gigantesca astronave, viene recintato e militarizzato. Un luogo unico, indefinibile, nuovo.
CONVIVENZA: A cui l’umanità non era preparata, ma con la quale deve necessariamente fare i conti. Troppo facile cercare un extraterrestre nascosto, o combattere un mostruoso alieno dello spazio profondo, un predatore mimetico militarizzato o qualunque altra cosa. Sartre diceva che “l’inferno sono gli altri”, è la diversità. Gli ospiti si moltiplicano e generano confusione, criminalità, disastri. Allora l’umanità si unisce, il Sudafrica è tutto insieme per scacciare i gamberoni, a favore di un nuovo conveniente Apartheid. “Venissero da un altro paese capirei, ma non sono neanche di questo pianeta”.
ESTRANEITA’: Vent’anni più tardi, la giustificata ipocrisia storica umana vince e si personifica nel sostenuto Wikus Van De Merwe, incaricato da suo padre e dalla MNU di sottoporre ordini di sfratto agli ospiti. Ma il Distretto 9 è zeppo di segreti: nella bidonville, i traffici di cibo per gatti (una curiosa ossessione culinaria per i gamberoni), bio-armi aliene, rottami di ricambio e prostituzione interspecie sono gestiti dai nigeriani, che praticano anche la stregoneria curativa tramite parti corporali. L’eco alienante dello sporco, del sangue, dei cavi elettrici e del metallo si rivive nell’armatura robotizzata, nei lanciafiamme e nelle uova che scoppiettano come popcorn. Nonostante i crostacei si ubriachino, vomitino, piscino senza controllo, non sono disorganizzati, hanno un piano. I bambini scavano tra i rifiuti alla ricerca del misterioso fluido, ma è l’arrogante Wikus ad incapparvi, costretto al suo ultimo compleanno in famiglia.
METAMORFOSI: La sporca e repellente trasformazione kafkiana comincia dalle unghia, prosegue con l’intera mano… in un attimo le prospettive si ribaltano, i nemici si invertono. I verosimili e spietati interessi economico-militari si palesano con un voltafaccia intimo e inaspettato. Il sapore del tradimento pubblico e dell’abbandono totale è amaro, la fuga in un altro mondo necessaria. La battuta di caccia all’“uomo più prezioso del mondo”, l’unico in grado di utilizzare le bio-armi aliene, è feroce. Il meticcio vaga disgiunto e disperato per il Distretto e si nasconde vittima della sua disprezzata ibridazione.
SINTONIA: Il grigiore raggiunge anche il cervello e qualcosa cambia in lui. La prossimità biologica aliena incombe e l’unica salvezza è riposta in un crostaceo di nome Christopher. L’amato dal mondo diventa disprezzato, l’odiato diventa prode. La somiglianza è sempre sgradevole, – “Non è vero, non siamo uguali” – ma crea complicità. L’obiettivo è il medesimo: il fluido.
AFFIATAMENTO: La guerra, così come la speranza di tornare a casa, è comune, oltre che necessaria. Facile trovare armi in un Distretto dove sguazzano squallidi criminali. L’azione è incalzante, violenta, esplosiva, splatter… toccante. In ballo entrano la paura di perdere le “persone” care (la moglie per Wikus, il figlio per Christopher), la voglia di salvezza della propria gente, ridotta a cavie da laboratorio. L’indecenza storica finalmente è anche agli occhi dell’ibrido.
CONFUSIONE: L’alienazione è assoluta quando riemerge la piccola astronave dal sottosuolo, per poi crollare giù come un falco nero. La vicinanza, merito anche del piccolo, è effettiva e divertente. L’azione ricreativa, sorprendente, oltre che cinematograficamente erudita. Dalla fortunata confusione politica del Distretto 9, Wikus ne esce ancora vivo, rafforzato, combattivo, deciso. Gli uomini sono tutt’altro che uniti, semplicemente convivono forzatamente.
BILINGUISMO: L’avanzata tecnologia aliena è wireless e diventa l’arma(tura) di Wikus. Il carburante è la rabbia per l’ingiustificata violenza su un amico. Il roboalien è un epico mezzosangue che scopre la comprensione razziale, spazzando via ogni egoismo, senza però rinunciare all’individualistico desiderio di completezza. L’ascesa è completa, gli amici sono salvi, l’ultimo stronzo ha quello che si merita. La contaminazione avanza, rendendo Wikus visivamente solenne. Telecamere pubbliche… pensieri intimi esplorano i dubbi di un’attesa lunga tre anni. Idee comuni… camere personali. Camminiamo tutti sul sentiero tra uguaglianza e alienazione, comunicazione e solitudine, destino e speranza. Come fiori fatti d’immondizia.
HIDING: I found your shadow in the District. 06-27-09 i lost you behind the cathedral of Milan, due to a bad knee. I could not shake your hand, like my friends, but i saw perfection in a concert. Nine Inch Nails. 09-25-09 i don’t know if your shadow was haunting the movie, but i laughed because i saw the signs everywhere. Cameraman’s name is Trent, the District is Nine, MNU is like NIN, Sharlto could be you. Throughout the film i doubted that he was not you, because of your ongoing desire to hide away. As a presence, you probably hovered only in my head. But i believe in strange coincidences. Sorry Reznor… let me do an elaborate dream in the bed of the movie.
HOPE… nascosto.

 

Angelo Locatelli

Nine Inch Nails