Quando oggi si sente parlare di hip hop, l’immaginario collettivo corre impazzito in ogni direzione, reclutando immagini e concetti che possono risultare fuorvianti o stereotipati. Jay-Z, Rihanna, Beyoncé, nei migliori casi. O nei peggiori, a seconda di come si osserva il fenomeno. Oggi l’hip hop è uno dei generi maggiormente seguiti dai giovani dell’emisfero nord occidentale del globo, Italia compresa, ma troppo poco spesso si è in grado di riprendere le fila del discorso allacciando all’etichetta il suo retaggio storico. Un retaggio che si perde nella contaminazione con il soul, il rhythm and blues, il gospel, gli anni Settanta, la strada, le Pantere Nere, il razzismo, l’orgoglio black, il ritmo prima di tutto e molto molto altro.

Saul Stacey Williams, classe 1972, appartiene a questo mondo molto più di tanti altri suoi apparenti compagni di avventura, e forse proprio per questo la sua familiarità con l’hip hop può sembrare in realtà un’estraneità. Williams è uno dei casi più singolari ed interessanti offerto da questo mondo musicale, capace di guadagnarsi moltissima attenzione anche al di fuori dei contorni di settore, senza però essere mai riuscito a conquistare il posto al sole di cui si fregiano tanti suoi illustri colleghi. Williams nasce a Newburgh, nello Stato di New York. Fin da giovanissimo si avvicina al mondo delle arti espressive e dopo il Diploma al college, si guadagna un master universitario in recitazione. Le sue passioni sono la poesia, la musica, il teatro, l’espressione dell’umano, la rappresentazione del sentire e la condivisione delle emozioni. Anche per questo uno dei suoi primi banchi di prova sono le performance come open mic poet, quelle rassegne a microfono aperto in cui i partecipanti declamano i propri versi. Il giovanissimo Saul inizia subito a distinguersi e fa incetta di numerosi riconoscimenti che gli guadagnano l’attenzione del regista Marc Levin, che lo scrittura per il ruolo di protagonista nel suo “Slam” (1998). Il film si aggiudica un premio al Sundance Film Festival e le quotazioni di Williams salgono, ma lui non si accontenta. Decide di entrare anche nel mondo della musica ed inizia a collaborare con una buona schiera di artisti tra cui Zack De La Rocha e Erykah Badu, arrivando sempre nel 1998 a pubblicare il suo primo singolo, “Elohim”, cui seguono una serie di EP. Il ragazzo ha un indubbio talento compositivo, poggiato su uno spirito critico e di osservazione molto marcato. Il notevole bagaglio culturale e di istruzione coltivato nel percorso educativo e formativo gli permettono poi di aggiungere sempre un gradiente di spessore contenutistico nient’affatto trascurabile. “Hip hop colto”, lo etichettano in molti, ma per Saul è solo il suo punto di vista sul mondo.
Per produrne il debutto sulla lunga distanza si muove nientemeno che Rick Rubin in persona, e così l’8 maggio 2001 “Amethyst Rock Star” esce per l’American Recordings. Brani contaminati, sofferti, energici, mondi che si riflettono in specchi di realtà, le citazioni di Nine Inch Nails (“Eraser”) e Rage Against The Machine (“Born Of A Broken Man”), i numerosi duetti con altre voci. La critica accoglie questo lavoro in maniera generalmente positiva, ma il suo secondo album omonimo pubblicato tre anni dopo raccoglie ancora maggiore successo.
Interamente scritto da lui, “Saul Williams” (2004) vede le partecipazioni di Zack De La Rocha e di Serj Tankian dei System Of A Down. Basta un brano come “Act III, Scene 2 (Shakespeare)”, pregno di manipolazioni e distorsioni, fremiti elettronici e violente scudisciate per rappresentare al meglio l’atmosfera che si respira in questo gioiello. Williams non è qui per intrattenere, e si sente! Su tutti i notevoli pezzi svetta la potentissima “List Of Demands”.
Il nome di Saul Williams inizia a circolare con sempre maggiore insistenza anche al di fuori del circuito hip hop e dopo The Mars Volta e la partecipazione addirittura al Lollapalooza nel 2005, è Trent Reznor a volerlo presente in “Year Zero” e “Y34RZ3R0R3M1X3D” (2007) dei Nine Inch Nails, album complessi, difficili e ricchi di fuoriuscite stilistiche dall’alveo abituale in cui si muove il genio della Pennsylvania. Reznor rimane colpito dal talento iconoclasta di Williams e decide di produrne il successivo lavoro in studio, “The Inevitable Rise And Liberation Of NiggyTardust!” (2007), concordando persino con l’artista un innovativo sistema di free download che consente al pubblico di decidere liberamente il prezzo da corrispondere per il download, compresa l’opzione gratuita. L’operazione consente a Saul Williams più che altro di raggiungere una fetta ancora più ampia di pubblico, dando in pasto agli ascoltatori un disco ancora più stratificato, ricco di influssi, dalle tematiche complesse ed impreziosito in più punti dalla presenza dello stesso Reznor. Williams e i Nine Inch Nails si presentano insieme sul palco in più occasioni e l’accostamento non è così fuori luogo, perché l’osservazione della società di Williams e la distopia offerta dai NIИ nel loro “Year Zero” si sposano alla perfezione. Non deve quindi sorprendere troppo di trovare Williams a scrivere sul “New York Times” o su “Esquire”. Le sue poesie e le sue dichiarazioni trovano sempre più spazio sia nelle università che sulla carta stampata, aiutandolo a raggiungere quella parte di pubblico attenta ai contenuti della sua poesia piuttosto che alla sua musica. Anche di questo è frutto “NGH WHT: The Dead Emcee Scrolls With The Arditti Quartet” (2009), un libro di reading in collaborazione con Thomas Kessler. In tutto questo c’è anche un momento di gloria commerciale: quando la Nike sceglie un suo brano, “List Of Demands”, come commento sonoro di un suo spot. Nel frattempo Williams non arresta neppure la sua attività come attore e sono numerose le pellicole su grande e piccolo schermo in cui compare in ruoli tutt’altro che marginali.
Saul Williams è uno che ama sorprendere e quando il 10 maggio 2011 esce “Volcanic Sunlight”, i suoi fan si trovano per le mani qualcosa di sostanzialmente nuovo rispetto al passato. Le tredici tracce prodotte da Renaud Létang e con la partecipazione di CX KiDTRONiK, respirano un’aria decisamente dance, con forti richiami alla disco music anni Ottanta. Williams è sempre lontano dall’apertura commerciale e ad un’analisi attenta emerge il profilo di un album che è una rilettura dei canoni passati della disco, ma riattualizzati in chiave post industriale. Nessuna conversione alla classifica, solo un modo diverso, più luminoso, di approcciare la composizione, aspetto ulteriormente ribadito dalla folta schiera di backing vocals reclutate per l’occasione.

La battaglia per le cause civili e la contrarietà ad ogni forma di guerra caratterizzano anche il suo impegno a favore dell’Occupy Movement ed il suo attivismo non solo ideologico contro le guerre che vedono gli Stati Uniti coinvolti in Afghanistan ed Iraq. Williams non è un artista politicamente schierato come lo possono essere tanti altri, ma usa la sua arte e la sua cultura per esprimere le proprie idee con un linguaggio mai banale, mai propagandistico e scevro da slogan ad uso e consumo bovino delle masse. L’atmosfera respirata gli fa partorire una nuova idea, “MartyrLoserKing”, che stando alle anticipazioni di Williams stesso dovrebbe uscire tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016; un concept imperniato sulla storia di un minatore del Burundi trasformatosi in hacker, che dà il via alla propria rivoluzione personale dal suo computer. Il titolo, come spiega Williams, parte dalla considerazione sulla perdita di identità delle persone nell’era moderna: “Ormai pensiamo solo alle macchine e alle donne”, racconta, “qui invece volevo parlare di globalizzazione, genere, identità, tecnologia. Parlare di tutto ciò che succede sotto la superficie”. Il poeta, cantante e musicista americano attacca a testa bassa, immette in rete messaggi simil hacker per ribadire il suo credo. Tutti si aspettano l’imminente affondo, che c’è da starne certi avrà poco da spartire con i suoi predecessori ed invece avrà molto in comune con la drammatica attualità che sta investendo il mondo in questo inizio di 2016. E nessuno meglio di Saul può essere in grado di raccontarla.

Giovanni Rossi

Saul Williams/Niggy Tardust

Saul Williams/Niggy Tardust