Parlare del progetto Rome di Jérôme Reuter è come descrivere l’anatomia della sua irrequietezza. Potrebbe apparire una negatività esprimersi in questi termini, ma tenterò di spiegarne e vederne la sola reale positività. Sì, perché è grazie al suo non saper rimanere fermo se qui, oggi, posso parlare della sua prolificità, della sua monumentale, ricca e preziosa produzione musicale.

I primi passi, il cantautore lussemburghese, li muove nel 2006 e nell’arco di quasi dieci anni, il suo lascito ha deliziato gli ascoltatori con ben undici album, undici pietre miliari che raccontano i grandi eventi del passato politico-militare europeo; attacchi al lato oscuro del capitalismo macina risorse umane; corposi richiami alla libertà, quella vera, che non sta da una parte sola. Ma procediamo con ordine.

Le prime proposte dei Rome, nome derivato dall’abbreviativo di Jérôme e reso pseudonimo d’arte, appartengono a quel genere musicale comunemente definito, all’interno della scena, “Folk Apocalittico”; “Dark Folk”; “Neo Folk”; “Martial Industrial”. Un gruppetto di parole che danno l’impressione di trovarsi di fronte ad un orizzonte in fiamme!

Dark; Apocalisse; Militarismo. Cosa vogliono dirci la musica e i testi di Jérôme Reuter? Che dobbiamo prepararci alla guerra, se in pace vogliamo vivere? Come già suggerivano i latini?

I Rome percorrono, nei primi anni della loro carriera, scenari apocalittici di rievocazione marziale legati a vicende della Seconda Guerra Mondiale. L’incedere della musica imponente, dura, decisa di “Berlin” (2006), EP d’esordio (con il sorprendente cambio di direzione sul brano finale “Herbstzeitlose”), immediatamente seguito dal monumento ai caduti di El Alamein “Nera” (2006), lascia intendere un collegamento con l’Asse Roma-Berlino di inizio conflitto. Flashback di storia che vengono rafforzati da spoken word in italiano che fluiscono tra le rovine della battaglia, come con la memorabile “A noi è mancata soltanto la fortuna, non il coraggio!” di “A La Faveur De La Nuit”.

“Confessions D’Un Voleur D’Âmes” (2007), sembra un Best Of, ricco com’è di canzoni meravigliose: “Querkraft”, “The Torture Detachment”, “The Joys Of Stealth”, “This Twisted Crown”, “Wilde Lager”, “L’Adieu Aux Anciens”.

Il contenuto marziale viene riproposto anche nei dischi successivi “Masse Mensch Material” (2008), “Flowers From Exile” (2009) e l’ultimo recentissimo lavoro “A Passage To Rhodesia” (2014), in cui Jérôme si schiera dalla parte degli sconfitti, inneggiando alla Libertà! Anche qui ricorrono frequenti i tipici spoken word, talvolta come inviti ad attendere tempi migliori: ascoltare passaggi di “Masse Mensch Material”… da “Die Nelke” a “Neue Erinnerung” – in quest’album anche il sorprendente omaggio a Tom Waits di “Die Brandstifter”. Tempi diversi da quelli in cui le “masse”, come suggerisce il titolo, vengono impiegate solo come “materiale”, carne al macello, inanimata, sfruttata e poi dimenticata. Ed è qui che un primo colpo viene sferrato a parte di quel capitalismo occidentale, divoratore insaziabile della risorsa umana sempre più fagocitata da un sistema avido e bramoso di ricchezze! Come ebbe a dire Jérôme stesso in un’intervista di qualche tempo fa: “Temo che il capitalismo non sia ancora finito. È solito sopravvivere a questo genere di crisi. L’ingordigia degli uomini non è semplice da fermare e finché la gente starà ancora così bene, sarà sempre troppo pigra per mettere in atto dei reali meccanismi di cambiamento.”

I Rome proseguono con un biennio di ricerche tra le rovine della Storia europea che portano Reuter a scrivere e cantare le vicende della Guerra Civile Spagnola, col già citato album “Flowers From Exile”, chiamando in causa una delle sue più illustri vittime, Federico García Lorca. Jérôme utilizza un passo di scrittura del poeta e drammaturgo per meglio riassumere il momento storico: “Los muertos llevan alas de musgo. El viento nublado y el viento limpio son dos faisanes que vuelan por las torres y el día es un muchacho herido”. Si susseguono momenti di pathos condensati in brani come “To Die Among Strangers” e “Swords To Rust – Hearts To Dust”, canti che tendono a sminuire le morti meschine provocate.

Ed è di questo periodo anche “Nos Chants Perdus” (2010), il capolavoro da cantautore con la peculiarità di avere tutti i titoli in francese e il cantato in inglese. In questo album sono esemplari gli ultimi quattro brani, “Les Îles Noires”, “Un Adieu À La Folie”, “La Rose Et La Hache”, un omaggio al periodo bohémien francese e alla musica tzigana e la romantica ballata finale “Chanson De Gestes”.

Attraversate le macerie del dopoguerra, l’attenzione si sposta sul tema della resistenza e della libertà. I Rome escono con un concept album mastodontico. Con un occhio, insieme critico e curioso, al romanzo di Peter Weiss “L’estetica della resistenza” (1975-1981), l’imponente opera suddivisa in tre dischi identificati col titolo unico “Die Æsthetik Der Herrschaftsfreiheit” (2011) scandagliano brano dopo brano l’estetica della libertà dal dominio, dell’autonomia e dell’anarchia. L’autore compone tre “croci”, una di grano (“A Cross Of Wheat”), che sta a simboleggiare il ciclo delle rinascite, in un certo senso l’uscita delle anime dall’ombra del dominio; una di fuoco (“A Cross Of Fire”), indicativa dell’energia con la quale le anime tendono a riconquistare l’autonomia, ed i passaggi musicali di “Seeds Of Liberation” e “Little Rebel Mine” sono significativi rispetto a questo; ed infine una croce di fiori (“A Cross Of Flowers”), validi per esprimere quei sentimenti che a parole non si riescono a comunicare. La musicalità di questo lavoro è, come sempre, incentrata sui toni vocali di Jérôme, caldi, profondi e intensi (tra Nick Cave e Leonard Cohen), ma anche strumentalmente meno campionata e più suonata del solito.

Tra l’ultima release, “A Passage To Rhodesia”, e questo omaggio alla Libertà, si pone “Hell Money” (2012), una dannazione del denaro e di tutti i Mali che arreca, svuotatore di valori nobili e tormentatore di popoli. “A Passage To Rhodesia” è dedicato ancora una volta al tema della libertà dagli invasori, all’importanza dell’individualismo. La musicalità con la quale i Rome raccontano le vicende della guerra del 1964 è figlia della piena maturità del cantautore che padroneggia melodie malinconiche e marziali. Col brano conclusivo, “The Past Is Another Country”, Jérôme Reuter vuole lasciare un messaggio da interpretare per il futuro: un cambiamento dei temi trattati e delle sonorità a lui care? Lo scopriremo presto, considerando che la sua irrequietezza è sempre sveglia!

Cos’altro aggiungere a questo racconto di una delle figure cruciali della recente storia musicale?

Trascurare il suo apporto significa consegnare all’oblio importanti pagine di una particolare cronologia di guerra. Pagine che invece consentono di stabilire una fondamentale connessione tra presente e passato.

Donato Ramaglia

Rome, Il Vento “Incondizionato" Del Neofolk

Rome – Hell Money (2012)