“Prepararono una cena speciale. Anche se in realtà nessuno di loro due la sapeva cucinare. Non ricordo che cosa prepararono. Roba da mangiare. Io mangio tutto. Ma non era granché.”

Roberto Bolaño (1953-2003)

Questa frase può sembrare ai più un’esibizione di nonsense, se tolta dal contesto narrativo. Io l’ho scelta per far conoscere una cosa che a me è parsa incredibile della narrativa di Roberto Bolaño: la descrizione riflessa. Facendo assumere al verbo riflettere il significato arbitrario di flettersi dentro (interiormente), vogliamo significare che la descrizione di Bolaño si slancia e si flette dentro di noi, come un boomerang che l’autore lancia dalle aride steppe messicane, e fluttuando nell’animo del lettore, torna sulla pagina in forma di germoglio. Lo scrittore e poeta cileno sembra tracciare confini da colorare, come in quei quadernoni che da piccolo ognuno di noi ha avuto. E questo paesaggio nascosto tra le righe è un paesaggio di inconsistenze, di fragilità, in cui tutto è o non è come sembra (si guardi la fine del libro per capire quanto sia importante, in questo testo, la ricerca che non trova appagamento, e che più sfugge e più diventa agognata). Paesaggio che nel caso del succitato frammento ci ricorda l’ambiguità di ogni specchio e ci fa conoscere il substrato psicologico del protagonista, raccontando lo svolgersi delle sue sensazioni su di una linea del tempo, dall’attesa della cena speciale alla fondamentale delusione; questa linea del tempo, invero, è utile soltanto allo scopo di creare un’immagine consequenziale per il lettore, che sembri coerente, ma che in realtà è essa stessa la contraddizione, poiché colui che parla in prima persona, narra di questo episodio dal presente. Tutto ciò non è casuale: chi parla, ovvero il Quim Font de “I detective selvaggi” (1998), è un ex paziente psichiatrico, uscito da poco dal manicomio. Questo il lettore lo sa e Bolaño gioca con la sua abilità al fine di cesellare la psiche dei suoi infiniti personaggi per forgiare qualche contraddizione in chi è evidente ne debba avere qualcuna in mente. E questo è soltanto un personaggio. Immaginate cento persone sedute su di una spiaggia, il fruscìo del mare, la sensazione della sabbia che vi secca le mani. Anche se chiudete gli occhi, il sole vi scotta la faccia, e quando li riaprite notate i gabbiani per niente spauriti che cercano rimasugli di cibo, in mezzo al nostro consumismo che non si risparmia in sbriciolamenti. Queste persone raccontano la loro storia, e come le loro storie si sono intrecciate. Uno alla volta, ricevono un microfono, o una penna – non fa differenza – e descrivono cosa è successo loro in quelle giornate, quelle giornate in cui discussero, videro o parteciparono alla nascita di una avanguardia poetica nel Messico corroso dai poeti “istituzionali”. E le voci di quegli infiniti personaggi, caratterizzati e realistici a livello psicologico, contribuiscono (senza metafora) a scrivere ognuno la sua pagina de “I detective selvaggi”, costruendo un romanzo polifonico fino alla soglia dell’ipertestualità, tracciando con le penne dei vari personaggi, che si fanno scalpelli, dei calchi più che sfumati: ogni pagina sgrezza il blocco di marmo della narrazione tracciando i profili sfuggenti dei due veri protagonisti del romanzo: Ulises Lima e Arturo Belano, che camminano nel deserto fino a scomparire, nascondendosi in un soffio rovente di sabbia o in tutto ciò che è opposto alla gloria, poiché nel Messico di quegli anni chi raggiunge la gloria nelle lettere o è un tirapiedi o un lecchino di Octavio Paz. Insieme alla polvere, vediamo pian piano i nostri due scellerati farsi adulti, da giovinastri corrosi dall’ideale alcolico della poesia a ciò che diventa chiunque non sia incapace di abbandonare i sogni sulla soglia della vita reale senza disilludersi. Scorgiamo dunque un romanzo di formazione sulle illusioni che seppur appagando i nostri occhi, i nostri sensi, i nostri istinti che ci conducono alla povertà, alla miseria, alla dannazione, all’alcolismo, all’epatite, alla marijuana, alla cachessia, all’elemosina, ai furtarelli, ai piccoli reati: finché vediamo sgorgare all’improvviso, dal tenebroso immaginario collettivo di cui sopra, il classico scheletro che balla, squisito, e guardandoci negli occhi – con le tenui fosse oculari pervase dal buio, simili a quelle oceaniche – pare sorriderci.
Ho sentito sillabare qualcosa al riguardo del realismo viscerale.
FINE

Come è sempre stato, tutto ciò che scrivo, scaturisce dalla mia emotività polimorfa, che a volte inventa, altre volte prende la forma di penna, inchiostro o digitazione, altre quella di una piuma sospesa. Sarei grato a colui che legge, perciò, di mantenere la piuma in sospensione con il suo alito. Quell’alito è la vita.

Giacomo Grignetti

Roberto Bolaño