Quando si parla di Roberto Baggio si rischia sempre di cadere nella retorica o addirittura nella banalità, o peggio ancora, si rischia di non riuscire a definirlo con le parole. Forse è stato il giocatore più forte di tutti i tempi a livello nazionale, quantomeno è stato quello che gli italiani hanno amato di più. Vederlo giocare (a prescindere dal colore della maglia) è stato uno spettacolo, una goduria… quasi estasi. I suoi dribbling, le sue aperture, i suoi calci piazzati, le sue traiettorie sinuose hanno ispirato giornalisti e presidenti delle squadre di calcio che lo hanno definito in ogni modo: da “Raffaello” a “Divin Codino” finanche a “Coniglietto bagnato” in alcuni momenti della carriera. C’è chi, sotto il profilo squisitamente tecnico, lo ha paragonato e messo sullo stesso piano di Diego Armando Maradona e se solo non fosse stato condizionato dagli infortuni alle ginocchia, avrebbe vinto più di quanto non abbia fatto in carriera. Per i tifosi di calcio, è stato semplicemente Roberto Baggio, un artista del pallone. Roberto nasce il 18 febbraio 1967 a Caldogno, in provincia di Vicenza, da una famiglia come tante. E’ il sesto di otto figli, tra cui anche Eddy, suo fratello che proverà a fare carriera da calciatore fermandosi però alla Serie C. La sua infanzia è piuttosto tranquilla e la vita scorre serena nella provincia veneta. Suo padre è un grande appassionato di ciclismo e prova a trasmettergli il suo amore per questo sport, ma Roberto è attratto dal gioco del calcio. La sua carriera comincia nelle giovanili del suo paese, il Caldogno. A 13 anni viene notato da alcuni osservatori del Vicenza che individuano immediatamente le sue doti tecniche straordinarie e oggettivamente fuori dal comune, cosicché approda in biancorosso in cambio di un conguaglio di 500mila lire alla società di appartenenza. A Vicenza fa tutta la trafila nelle giovanili, e negli anni metterà a segno qualcosa come 110 gol in 120 apparizioni. Un talento come il suo non può essere “confinato” all’interno della Berretti ed infatti spesso si allena con la prima squadra, andando anche diverse volte in panchina la domenica. La sua fama a Vicenza si diffonde in pochissimo tempo, tant’è che molte volte c’è più gente a vedere le partite delle giovanili (si parla di 2000 persone a gara) che la prima squadra in Serie C. A soli 16 anni, il 5 giugno 1983, Baggio fa il suo esordio da professionista in Vicenza-Piacenza, gara persa per 0-1. Un anno dopo, il 3 giugno 1984, segna su rigore il suo primo gol da professionista al Brescia. Da questo momento non finirà più di gonfiare reti e fornire assist ai compagni di squadra. E di regalare magie. Nella stagione 1984-1985 il suo allenatore Bruno Giorgi decide che è giunto il momento di inserirlo in pianta stabile nella prima squadra. Roberto ricambia la fiducia con 12 reti in 29 presenze di Campionato a cui si sommano le 2 reti in 5 partite di Coppa Italia, dando così un contributo essenziale per la promozione del Vicenza in Serie B. Il 5 maggio 1985 però, durante una partita contro il Rimini si fa male gravemente al ginocchio destro. La diagnosi è tremenda: rottura totale del legamento crociato anteriore destro con interessamento del menisco. Il primo atroce infortunio di una lunga serie purtroppo. Praticamente una sentenza di non attività nella stagione successiva che lo avrebbe, in teoria, fatto sbarcare in Serie A, alla Fiorentina. Si affida alle cure di medici specializzati che provano a farlo recuperare a tempi di record, ma l’infortunio è grave e non si può compromettere una carriera di un talento così puro solo per accelerare il passo per vederlo di nuovo in campo. In questo periodo Baggio soffre tanto sia fisicamente che sotto il profilo mentale. E’ in questo momento che si affaccia alla cultura e alla religione buddhista. Attraverso la meditazione riesce ad alleviare la sua enorme sofferenza. Sta praticamente fermo per un anno. Ha da poco firmato con la sua nuova squadra, la Fiorentina, ma non può scendere in campo e così una stagione intera se ne va tra terapie e visite di controllo al malandato ginocchio. Operato a Saint-Étienne, l’intervento riesce ma sulla sua gamba rimane una cicatrice lunghissima, per i 220 punti applicati dopo l’operazione. Vive il primo momento terribile della sua giovane carriera, si ritira in isolamento e per ben cinque mesi si autosospende lo stipendio che la società gigliata gli deve elargire per contratto. Nella stagione ’85-’86 riesce a mettere insieme appena 5 presenze in Coppa Italia e partecipa nel mese di febbraio al Torneo di Viareggio con la Primavera. Il 21 settembre 1986 è la data del suo esordio in Serie A con la maglia della Viola, contro la Sampdoria. La Fiorentina vince per 2-0 con doppietta di Ramón Díaz e tutto sembra andare per il verso giusto. Una settimana dopo però, nel match esterno sul campo del Brescia, subisce la rottura del menisco ed è costretto a stare nuovamente fuori per diversi mesi. Della sua assenza ne risente tutta la Fiorentina che disputa un Campionato anonimo, galleggiando per lo più a metà della classifica. Roberto rientra alla fine della stagione e il 10 maggio 1987 accadono due cose in contemporanea: la Fiorentina è ospite allo Stadio San Paolo di Napoli contro gli azzurri di Maradona che si giocano lo Scudetto. Al 29’ Bruno Giordano scambia con Andrea Carnevale che si presenta a tu per tu con il portiere Marco Landucci e lo trafigge con un rasoterra chirurgico. Napoli in vantaggio. Dieci minuti più tardi la Fiorentina usufruisce di un calcio di punizione dal limite: Baggio si incarica del tiro, che aggira la barriera e con una traiettoria ad effetto si va ad accomodare nell’angolino alla sinistra di Paolo Garella, 1-1. E’ il suo primo gol in Serie A nel giorno in cui il Napoli grazie a questo pareggio festeggia il primo Scudetto della sua storia. La stagione per i viola è deludente, solo 10° posto e niente coppe europee. Non resta che preparare l’annata del rilancio, e la stagione 1987-1988 comincia bene: alla seconda giornata la Fiorentina gioca a San Siro contro il grande Milan di Arrigo Sacchi. Nel secondo tempo il punteggio si sblocca a venti minuti dalla fine: Baggio si incunea in area e calcia in diagonale, il portiere rossonero Giovanni Galli respinge, ma nulla può sul tap-in ravvicinato del solito Díaz. Una manciata di minuti più tardi Roberto conquista palla sulla trequarti e galoppa via passando in mezzo a due difensori rossoneri, mette a sedere Galli e deposita in fondo al sacco per lo 0-2 finale, contro quella che mesi più tardi sarà la squadra Campione d’Italia. Nonostante un ottimo avvio tuttavia, Baggio fa la spola tra campo e panchina: le sue presenze saranno 26 in Campionato, corredate da 6 reti a cui si aggiungono le 7 partite in Coppa Italia con 3 gol. La Fiorentina chiude all’ottavo posto, ancora una volta fuori dalle competizioni europee. Il talento del suo fantasista però è oramai universalmente riconosciuto e il Commissario Tecnico della Nazionale Azeglio Vicini lo convoca per l’amichevole del 16 novembre 1988 contro l’Olanda, che rappresenta il suo esordio assoluto con la maglia dell’Italia. Sulla panchina della Fiorentina intanto è arrivato un allenatore svedese, Sven-Göran Eriksson, che vede in Baggio un talento purissimo da valorizzare nella maniera più assoluta. Il tecnico stravede per il giovane fantasista ed in pratica lo schiera sempre in campo. In maglia gigliata è arrivato un nuovo attaccante, Stefano Borgonovo, con il quale Roberto si intende e si completa a meraviglia. I tifosi chiamano questa nuova coppia la “B2”. E loro si trascinano a vicenda firmando 29 delle 44 reti totali messe a segno in Campionato dai viola. Per Baggio la stagione 1988-1989 è quella della definitiva consacrazione: in Campionato sono 30 le presenze e 15 le reti. Una delle quali è una meraviglia, un capolavoro nel tempio di Maradona, lo Stadio San Paolo di Napoli. Il punteggio è fermo sullo 0-0 e a metà del primo tempo la viola orchestra un contropiede con Baggio che conquista palla nella sua metà campo e inizia una corsa leggera come quella di un cerbiatto che salta tra i cespugli del bosco. Fa fuori il roccioso Alemão, evita con una finta Giancarlo Corradini, e una volta entrato in area mette a sedere il portiere Giuliano Giuliani depositando la palla in rete. Di fronte a quella perla, che ricorda proprio il gol di Diego all’Inghilterra ai mondiali messicani del 1986, la folla napoletana si alza in piedi ad applaudire. Qualche minuto più tardi Roberto trasforma anche un rigore per lo 0-2 momentaneo. La partita finirà con la rimonta del Napoli che vincerà per 3-2, ma negli occhi di tutti rimarranno le sue gesta. La Fiorentina chiude al settimo posto e dopo lo spareggio contro la Roma (vinto per 1-0) si qualifica per la Coppa UEFA. Per il giovane Baggio c’è finalmente la possibilità di potersi mettere in luce anche in campo internazionale. La Fiorentina elimina nell’ordine: Atlético Madrid, Sochaux, Dinamo Kiev, Auxerre e Werder Brema conquistandosi il diritto di disputare la Finale, tutta italiana, contro la Juventus. Per Roberto Baggio è il primo appuntamento di un certo rilievo della sua carriera. Si gioca sul doppio confronto: il 2 maggio le squadre si trovano al Comunale di Torino. Dopo tre minuti Roberto Galia porta in vantaggio i bianconeri, ma al 10’ Renato Buso riporta il punteggio in parità. La partita è bella e combattuta, al quarto d’ora della ripresa Pierluigi Casiraghi segna il gol del nuovo sorpasso della “Vecchia Signora”, e nel finale Luigi De Agostini mette il timbro sul 3-1 definitivo. Tutto rimandato al 16 maggio 1990 per la Finale di ritorno che si gioca per l’occasione allo Stadio Partenio di Avellino. La Fiorentina deve vincere con due reti di scarto e fin dai primissimi minuti attacca a testa bassa. La Juve soffre, ma riesce a tenere botta. Per tutti i 90’ è un assedio viola, solo qualche volta interrotto dal contropiede bianconero, ma nonostante una decina di palle gol per i gigliati il fortino juventino resiste e lo 0-0 finale consegna la Coppa UEFA alla “Vecchia Signora”. Le prestazioni di alto livello di Baggio gli valgono il Trofeo Bravo del Guerin Sportivo destinato al Miglior Calciatore Under-23 delle manifestazioni europee. In Campionato le cose non vanno meglio visto che la Fiorentina aveva puntato tutto sulla competizione europea, sfuggita di mano solamente all’ultimo atto. Nonostante le 17 reti di Baggio, i gigliati chiudono con un deprimente 12°posto. L’estate del 1990 è magica prima e ricca di infinite polemiche poi. Nei mesi di giugno e luglio si svolgono i Mondiali di calcio proprio in Italia e la Nazionale di Vicini è una delle favorite alla vittoria finale. In rosa ci sono campioni affermati come il portiere Walter Zenga, i difensori Franco Baresi, Paolo Maldini e Giuseppe Bergomi, a centrocampo regnano la fantasia e i piedi buoni con Giuseppe Giannini e Roberto Donadoni, e i polmoni di Fernando De Napoli e Carlo Ancelotti; l’attacco è a di poco stellare con Roberto Mancini, Gianluca Vialli, Salvatore Schillaci, Andrea Carnevale, Aldo Serena e ovviamente Roberto Baggio. L’esordio degli azzurri è il 9 giugno allo Stadio Olimpico di Roma contro l’Austria. Baggio sta in panchina per tutta la partita, che viene risolta nel finale da una “zuccata” di Schillaci su assist di Vialli. Stessa sorte nella seconda gara contro gli USA, decisa da una rete di Giannini in avvio e con Vialli che manda sul palo il rigore del possibile due a zero. La qualificazione agli ottavi è ormai in tasca e contro la Cecoslovacchia si gioca per il primato nel girone. Questa volta Roberto viene schierato da titolare. In avvio ancora una volta Schillaci in mischia, di testa, sblocca il punteggio per l’Italia. Nel secondo tempo gli azzurri vogliono mettere il lucchetto al match: Baggio sulla fascia sinistra scambia due volte con Giannini. Triangolazione veloce che taglia fuori tre giocatori slovacchi, il fantasista sul centro-sinistra accelera il passo, evita di slancio altri due difensori avversari che provano a chiuderlo in sandwich, avanza e una volta arrivato al limite dell’area con una finta sbilancia un terzo difensore e con una rasoiata impallina il portiere, 2-0. Lo stadio esplode in un boato fragoroso di fronte alla prodezza di Baggio che verrà poi eletta come la rete più bella di Italia ’90. La Nazionale elimina nell’ordine: Uruguay agli ottavi e Irlanda nei quarti. In semifinale gli azzurri si arrendono solo ai calci di rigore contro l’Argentina, che va in Finale e se la gioca contro la Germania Ovest. L’Italia il 7 luglio 1990 affronta l’Inghilterra a Bari per il 3° e 4° posto. La partita viene sbloccata da un gol di Baggio: su un retropassaggio di un suo difensore, il portiere inglese Peter Shilton non si avvede che Roberto sta sbucando alle sue spalle e con una “zampata” gli ruba tempo e pallone. La palla viene raccolta però da Schillaci che con un guizzo la serve di nuovo a Baggio che evita un difensore con una finta e a porta vuota insacca. Seconda perla per lui nella manifestazione iridata. Dieci minuti più tardi una girata di testa di David Platt batte Zenga per il momentaneo 1-1, ma una ulteriore manciata di minuti più tardi, Schillaci si procura e trasforma il calcio di rigore del definitivo 2-1. L’Italia e Baggio chiudono al terzo posto, medaglia di bronzo. L’estate del 1990 è caldissima per Roberto anche sotto altri fattori. Il Presidente della Fiorentina Ranieri Pontello, lo cede per 18 miliardi di lire (una cifra da capogiro per l’epoca) alla Juventus, suscitando la rivolta dei tifosi viola che organizzano delle vere e proprie sommosse popolari che creano tafferugli e feriti per contatti con la polizia. Nonostante la violenta manifestazione dei tifosi gigliati contro il loro Presidente, Baggio passa alla Juventus. Lui non è convinto della scelta, perché nei mesi precedenti aveva rinnovato il contratto in scadenza nel ’91 e aveva sempre manifestato la voglia di rimanere in riva all’Arno. Un passaggio di maglia tra le polemiche perché anche durante la conferenza stampa di presentazione, qualcuno gli mette al collo la sciarpa bianconera che però lui si sfila immediatamente di dosso. Un gesto che mette in imbarazzo anche il suo procuratore dell’epoca, Antonio Caliendo, che anni dopo tornerà sull’accaduto affermando: “Il gesto di Roberto va capito, si sentiva come un figlio a cui è stata tolta la mamma. Fu un gesto istintivo, non nego che in quel momento mi sentii in imbarazzo anch’io ma fu un gesto che ho capito solo tempo dopo”. Baggio approda in una squadra ed in una società completamente rivoluzionata in tutti i settori. La nuova dirigenza ora fa a capo ad un imprenditore rampante come Luca Cordero di Montezemolo che manda subito via Dino Zoff, fresco vincitore della Coppa UEFA e della Coppa Italia per chiamare alla guida della squadra un allenatore di tutt’altra filosofia come Luigi Maifredi. Montezemolo era un estimatore della “zona sacchiana” che tanto aveva fatto bene al Milan, e amava il gioco dei rossoneri, sempre all’attacco, velocità e pressing. Per questo decide di puntare sul tecnico del Bologna che negli anni precedenti aveva fatto benissimo sotto la Torre degli Asinelli raggiungendo la qualificazione in Coppa UEFA con una squadra “media”, ma che era capace di esprimere un gioco frizzante e divertente. In pratica la nuova Juventus doveva essere la risposta al Milan dell’epoca, con la stessa filosofia di calcio. La squadra viene rivoluzionata, arrivano Marco De Marchi e Gianluca Luppi, due giovani difensori molto promettenti, lo stopper brasiliano Júlio César e il “peperino” tedesco Thomas Häßler, il regista Eugenio Corini e il fortissimo e talentuoso Paolo Di Canio. In attacco c’era già il giovane Casiraghi, Capocannoniere ad Italia ’90, Schillaci e Baggio, che rappresenta la ciliegina sulla torta di un mercato sontuoso. In pratica la convinzione di tutti è che se Maifredi era riuscito a far esprimere su ottimi livelli una squadra non di prima fascia come il Bologna, chissà cosa sarebbe riuscito a “tirar fuori” da una rosa come quella della nuova Juventus. Le premesse per una stagione da sogno ci sarebbero tutte. Il primo appuntamento ufficiale è rappresentato dalla Supercoppa Italiana che vede di fronte il 1° settembre 1990 allo Stadio San Paolo, il Napoli Campione d’Italia e la Juve detentrice della Coppa Italia (vinta contro il Milan, 0-0 a Torino e 0-1 a San Siro). La prima uscita dei bianconeri però, è un’autentica disfatta. Dopo venti minuti il punteggio vede gli azzurri già sul doppio vantaggio grazie ai gol di Andrea Silenzi e Antônio Careca. A cinque minuti dall’intervallo Baggio segna su calcio di punizione, ma è una piccola illusione. Prima del riposo il Napoli va a segno altre due volte con Massimo Crippa e ancora con Silenzi. Nella ripresa la “seconda firma” personale di Careca fissa il punteggio sul definitivo 5-1. Dopo quella di Coppa UEFA persa a maggio proprio contro la Juve, per il fantasista arriva la seconda sconfitta in una Finale. La stagione dei bianconeri è tutt’altro che esaltante come si pensava ad inizio Campionato: la difesa non è abituata a difendere a zona e fa acqua da tutte le parti, il resto della squadra fatica a tirar fuori qualunque giocata. Il Campionato sembrerebbe tuttavia partire bene con la vittoria di Parma (con Baggio a segno su rigore nel 2-1), ma è solo un “fuoco di paglia”. I pareggi contro Atalanta (1-1), Cesena (1-1) e Sampdoria (0-0) rallentano la marcia iniziale anche se Roberto va in gol tre volte nelle prime quattro giornate. Il successo di Lecce (0-1 con gol di Di Canio), il pari (0-0) casalingo contro la Lazio, i successi con Inter (4-2), a Bologna (0-1) e la goleada contro la Roma (5-0) sembrano rilanciare le quotazioni bianconere. Ambizioni che vengono ridimensionate dal KO di Bari (2-0) alla decima giornata e alla quattordicesima, quando la Juve perde lo scontro diretto a San Siro con il Milan (2-0). Baggio sembra riuscire a trascinare nuovamente la sua squadra verso la risalita: i bianconeri si prendono la rivincita contro il Napoli, battendolo 1-0 a Torino (gol di Casiraghi all’87’) e andando a passeggiare a Pisa dove nell’1-5 finale il “Divin Codino” ci mette la firma due volte. Al giro di boa però, il KO casalingo contro il Genoa (0-1) fa capire che la Juve non può ambire alla vittoria dello Scudetto. La compagine bianconera è troppo incostante. Infatti si alternano giornate spumeggianti come il 5-0 al Parma o il 3-0 al Cesena a giornate deludenti come lo 0-0 di Bergamo contro l’Atalanta o il pari casalingo contro il Lecce (0-0). Tra la ventunesima e la venticinquesima la “banda Maifredi” perde tre volte in cinque gare: a Genova contro la Sampdoria (1-0), a Roma contro la Lazio (1-0) e a Milano contro l’Inter (2-0), e dice definitivamente addio al sogno tricolore. Il 6 aprile 1991 è una data particolare: per la prima volta Roberto Baggio torna a Firenze da avversario. I viola vanno in vantaggio con Diego Fuser e chiudono il primo tempo sull’1-0. Nel secondo tempo l’arbitro decreta un calcio di rigore per la Juventus: tutti si aspettano che a prendere il pallone e presentarsi sul dischetto sia proprio Baggio, che invece si tira indietro. Non se la sente di calciare, delega i compagni affinché battano il rigore, motivando che il portiere avversario, Gianmatteo Mareggini lo conosce fin troppo bene e potrebbe pararglielo. Dal dischetto va De Agostini, che sbaglia. Poco dopo Baggio viene sostituito e mentre torna in panchina gli piove dagli spalti una sciarpa viola, lui la raccoglie, la bacia e la porta con sé. Un gesto che all’epoca fece discutere, ma che rivisto oggi con altri occhi mettono in evidenza tutto l’amore che il fuoriclasse aveva riservato a Firenze e alla Fiorentina, che era la “sua mamma”, per usare le parole di Caliendo. Non avrebbe mai osato farle un dispetto o recarle un dispiacere. Dopo la sconfitta di Firenze, fanno seguito il KO nel derby contro il Torino (1-2), lo 0-0 di Cagliari e lo 0-3 casalingo contro il Milan. La Juve si gioca le ultime possibilità di entrare in Coppa UEFA nelle ultime tre giornate, ma per farlo deve vincerle tutte. Va a Napoli dove porta via un buon punto (1-1), si sbarazza del Pisa (4-2) e all’ultima se la vede contro il Genoa. Cláudio Branco e Tomáš Skuhravý stendono la “Vecchia Signora” che chiude al settimo posto e rimane fuori dalle competizioni europee, nonostante le 14 reti messe a segno da Roberto in 33 incontri. Una stagione deludente anche in Coppa Italia, che si chiude ai quarti di finale contro la Roma (5 presenze e 3 gol per Baggio). Va un po’ meglio in Coppa delle Coppe, dove sotto i colpi dei bianconeri cadono fra le altre Austria Vienna (doppio 4-0) e Standard Liegi (1-3 e 3-0). In semifinale l’avversario di turno è il Barcellona, che vince al Camp Nou per 3-1 l’andata. Il ritorno a Torino obbliga i bianconeri a vincere con due gol di scarto. Al minuto 61’ una magistrale punizione di Baggio regala la speranza ai tifosi juventini, ma nonostante i tanti tentativi il punteggio non cambia più e il cammino si arresta in semifinale. Per Roberto la soddisfazione platonica di essere eletto Miglior Giocatore dell’edizione e la conquista del Titolo di Capocannoniere con 9 reti. Una stagione senza titoli e senza qualificazione alle coppe europee non può non portare al sollevamento dall’incarico di Gigi Maifredi. Anche in società ci sono diversi cambiamenti: ritorna al capezzale della “Vecchia Signora” un dirigente storico ed ex centravanti degli anni 50’, Giampiero Boniperti. Sulla panchina viene richiamato un altro grande ex come Giovanni Trapattoni, che con l’Inter ha vinto in cinque anni uno Scudetto (’88-’89) una Supercoppa di Lega (’89), ma che soprattutto ha appena conquistato la Coppa UEFA nella doppia Finale contro la Roma. Una scelta dettata dalla voglia di affidarsi ad un “cavallo vincente”. In bianconero approdano anche il portiere Angelo Peruzzi, i difensori Jürgen Kohler, Massimo Carrera e Stefan Reuter ed un giovane centrocampista dal Lecce, Antonio Conte. L’avvio della stagione 1991-1992 non è male: la Juventus esordisce vincendo (1-0) contro la Fiorentina, passa a Foggia (0-1), pareggia in casa contro il Milan (1-1), impatta a Bergamo contro l’Atalana (0-0) e vince con il Bari (2-0) grazie anche alla prima rete in Campionato di Roberto, che però accusa un problema muscolare ed è costretto a rimanere fuori per tre settimane. La Juve ne risente e perde al Ferraris contro il Genoa (2-1) la domenica successiva. Si tratta tuttavia di un incidente di percorso e i bianconeri cominciano ad ingranare ingaggiando un duello con il Milan in vetta alla classifica. Baggio si riprende dagli acciacchi e torna a segnare con una certa regolarità, mettendo a segno 3 gol nelle ultime 5 partite del girone d’andata. La sconfitta in casa della Fiorentina (2-0) alla prima di ritorno in pratica condanna la Juve alla seconda posizione, nonostante ci sia un girone intero da giocare. La domenica successiva, il numero 10 bianconero mette a segno una tripletta contro il Foggia nel 4-1 ed è un buon viatico per provare ad accorciare le distanze nei confronti del Milan, la giornata dopo al San Siro. Dopo 4’ però, Marco Van Basten “buca” Stefano Tacconi e i bianconeri sono storditi. Il gol di Gigi Casiraghi mette le cose a posto (1-1), ma il punteggio non cambia più e “Madama” perde una buona occasione per rendere il cammino dei rossoneri più tortuoso. Roberto mette da parte alcuni malanni e nelle successive 5 gare sigla 6 reti contro l’Atalanta (2-1), doppietta contro il Genoa (3-0), altri due gol contro il Napoli (3-1) e in trasferta contro la Cremonese (0-2). La Juve perde altri punti per strada impattando in casa con la Lazio (1-1 con gol di Schillaci al 90’) e andando al tappeto nel derby (2-0) contro il Toro. La stagione è ormai compromessa, il Milan è Campione d’Italia e alla Juventus tocca il piazzamento d’onore, ma per Baggio è un finale di stagione positivo: tra la 28esima e la 30esima giornata arrivano altri 4 gol contro l’Ascoli (1-0), la Roma all’Olimpico (1-1) e la doppietta a San Siro contro l’Inter (1-3). Si chiude con quattro pareggi contro Sampdoria, Parma e Cagliari (tutti per 0-0) e il 3-3 a Verona dove Roberto mette a segno il gol numero 18 in Campionato, alle spalle di Van Basten che guida la classifica con 25 centri. La stagione però non è finita perché la Juventus dopo aver eliminato Udinese, Atalanta, Inter e Milan, si è guadagnata il diritto di disputare la Finale di Coppa Italia contro il sorprendente Parma di Nevio Scala. Si gioca sul doppio confronto e il 7 maggio 1992 le due squadre si trovano di fronte al Delle Alpi di Torino. Un calcio di rigore trasformato da Baggio (4° gol nella manifestazione) permette ai bianconeri di giocare il ritorno al Tardini con un piccolo vantaggio. A Parma però, il gol di Alessandro Melli a fine primo tempo mette tutto in parità. Al quarto d’ora della ripresa Marco Osio firma il raddoppio degli emiliani e la Coppa Italia si tinge di gialloblu. Per Baggio è una stagione beffarda, che lo vede arrivare secondo in tutte le competizioni: Campionato, Coppa Italia e classifica marcatori. Per competere con le migliori squadre in Italia, in quel momento il Milan, c’è bisogno di un mercato estivo importante e la dirigenza bianconera non bada a spese: arrivano l’ala inglese David Platt, il fortissimo centrocampista tedesco Andreas Möller, Fabrizio Ravanelli dalla Reggiana, Luigi Sartor dal Padova, Moreno Torricelli dalla Serie D, il giovane Dino Baggio, ma soprattutto viene acquistato Vialli dalla Sampdoria per 30 miliardi di lire. Il cammino in Campionato nella stagione 1992-1993 nonostante tutti questi acquisti, non è continuo e lo Scudetto sembra lontano già a novembre, con la solita destinazione: Milan. Sempre il mese di novembre è dolce e amaro per Baggio: per la prima volta in carriera mette a segno una quaterna (5-1 contro l’Udinese), ma si frattura una costola con la maglia della Nazionale in Scozia e resta fermo ai box per circa un mese. Le critiche che investono la Juve in quel periodo, rischiano di coinvolgere anche Roberto, che viene un paio di volte punzecchiato dalla stampa che gli contesta poca incisività in campo. Lui si sente offeso e non protetto dalla società né dal suo allenatore Trapattoni, che non lo difende pubblicamente. I due hanno anche uno scontro verbale a quattr’occhi che ha quasi il sapore dell’addio. Una frase del tecnico manda Roberto su tutte le furie: “Divorzio da Baggio, non sarebbe la fine del mondo”, sono queste le parole che più lo hanno ferito e fatto arrabbiare. Tutti pensano che questa possa essere l’ultima stagione alla Juve per uno dei due, che vivranno da qui in poi da separati in casa. Roberto, pungolato dalla situazione, reagisce a suo modo trascinando la Juventus a suon di gol. Alla fine in Campionato saranno 21 le reti realizzate, purtroppo non abbastanza per vincere la classifica marcatori: davanti a lui finisce Giuseppe Signori, attaccante della Lazio con 26 gol. Il Campionato termina con il Milan sculettato davanti all’Inter e al rampante Parma che chiude terzo. Per la Juve solo il 4° posto, ma non manca la soddisfazione di essere andata a vincere in casa del Milan dove Baggio gioca una gara sontuosa. E’ la 28^ giornata, il 17 aprile 1993. Passano solo 5’ e i rossoneri si portano in vantaggio con Marco Simone su assist geniale di Dejan Savićević. Sembra l’inizio di una goleada, anche se il Milan dell’ultimo periodo appare in calo fisico e mentale, visto il vantaggio di 5 punti sull’Inter e con la qualificazione alla Finale di Coppa dei Campioni già in tasca. Tuttavia la Juve riesce a riaprire il match con un veloce contropiede ispirato da Baggio che avanza palla al piede e serve in verticale Möller che approfitta di un errore di Baresi che scivola al momento di intervenire e fredda Sebastiano Rossi con un diagonale rasoterra da dentro l’area. A metà primo tempo la Juve passa di nuovo, cross dalla destra di Torricelli per Möller che di volée la mette nell’angolino alla destra di Rossi, 1-2. Nel secondo tempo ancora Möller recupera palla su Gianluigi Lentini e serve sulla corsia Roberto Baggio che con la difesa milanista sbilanciata, con una finta brucia sullo scatto Alessandro Costacurta e s’invola in solitudine verso Rossi. Una volta entrato in area mette a sedere il portiere rossonero e appoggia in fondo al sacco. Un gol che ne ricorda uno segnato a San Siro qualche anno prima con la maglia della Fiorentina. Il miglior Baggio però è quello in versione europea: i bianconeri sono impegnati in Coppa UEFA e il numero 10 ne è il trascinatore assoluto. Giocate di grande classe, colpi ad effetto e gol a grappoli. Si comincia al primo turno contro i ciprioti dell’Anorthosis Famagosta: Roberto apre le marcature nel 6-1 al Delle Alpi (in gol anche Möller, Vialli con una doppietta, Conte e Torricelli) che viene completato dal 4-0 nel match di ritorno con le firme di Ravanelli, Kohler e doppietta di Casiraghi. Nei sedicesimi un gol di Platt permette ai bianconeri di espugnare il campo del Panathīnaïkos (0-1) e il pari (0-0) di Torino dà il lasciapassare per gli ottavi. Superato senza problemi l’ostacolo Sigma Olomouc con un 2-1 in Repubblica Ceca (Möller e Dino Baggio) e un 5-0 a Torino (doppietta di Vialli, Casiraghi, Möller e Ravanelli). Nei quarti di finale i giochi si fanno più duri in quanto sulla strada delle zebre c’è il Benfica, che in Portogallo vince per 2-1 (gol juventino ancora di Vialli). La gara di ritorno costringe i bianconeri a vincere e dopo due giri d’orologio Kohler mette la freccia. A fine primo tempo Dino Baggio firma il raddoppio e nel secondo tempo Ravanelli chiude la pratica sul 3-0. Si va in semifinale, dove si affrontano i francesi del Paris Saint-Germain. Al 21’ del primo tempo George Weah con un preciso diagonale porta in vantaggio i parigini e le cose per la “Vecchia Signora” si complicano non poco. Nel secondo tempo, Baggio sale in cattedra: prima ci prova con una puntata che non entra per questione di centimetri, poi a coronamento di una azione veloce, riceve la sponda spalle alla porta di Ravanelli e con un destro ad incrociare, batte Bernard Lama sul palo pungo. E’ una rasoiata precisa, un colpo da biliardo che fa esplodere il Delle Alpi, siamo 1-1. La Juve cinge d’assedio la porta del PSG, il fortino transalpino traballa ma non cade. Anzi, è David Ginola in contropiede a mancare il gol del nuovo sorpasso francese. La partita si avvia verso la fine, siamo nel recupero e il punteggio è ancora in parità. L’ultima azione juventina viene fermata irregolarmente e l’arbitro fischia una punizione dal limite: sulla sfera si portano Di Canio, Vialli e Baggio: il primo tocca la palla per il secondo che la ferma e Roberto disegna un arcobaleno che scavalca la barriera e va a morire all’incrocio dei pali, 2-1 e partita rovesciata. Un capolavoro, una pennellata d’artista, un affresco dalla bellezza inestimabile. Il fuoriclasse regala la vittoria e il vantaggio di andare a giocare al Parco dei Principi per due risultati utili su tre. In terra parigina è ancora una sua zampata da dentro l’area a decidere la sfida: punizione laterale, palla nel mucchio dove Kohler stacca di testa rimettendo il pallone nel cuore dell’area per Vialli che controlla spalle alla porta e con un 180° calcia a rete, sulla traiettoria si fionda Baggio che con la punta devia quel tanto che basta per incenerire Lama. Nessuna giocata sopraffina stavolta, nessuna punizione imprendibile o traiettoria magica… questa volta l’artista ha segnato da centravanti puro, da opportunista, da avvoltoio dell’area di rigore. Baggio ha trascinato la Juventus in Finale di Coppa UEFA, che si giocherà contro i temibili tedeschi del Borussia Dortmund. Come tutte le formazioni teutoniche, i giallo-neri sono molto fisici e rocciosi e poi non mollano mai. Si gioca sul doppio confronto, l’andata, il 5 maggio 1993, è in Germania. Dopo appena 2’ il Borussia è già in vantaggio: discesa di Mario Reinert sulla fascia, cross a rimorchio per Karl-Heinz Rummenigge che con una frustata di esterno destro impallina Peruzzi con un missile sotto l’incrocio dei pali. Una mazzata per la Juventus, che si vede costretta a rincorrere già. Al 7’ Möller coglie una traversa ed è il segnale che la “Vecchia Signora” c’è, nonostante tutto. Al 26’ arriva il pari juventino: schema su punizione di Möller che appoggia per Vialli che tocca palla ancora per il tedesco che pesca Baggio in area, finta a rientrare sul sinistro e palla nell’angolino. Si tratta però del Baggio “sbagliato”, è Dino l’autore del pareggio. La firma del Baggio “originale” non si fa attendere. Una manciata di minuti più tardi Giancarlo Marocchi orchestra un contropiede fulmineo e serve sul lato corto dell’area Vialli, che dopo essersi liberato della marcatura di un difensore con un paio di finte, crossa nel cuore dell’area e pesca Roberto il quale stoppa col petto e con un tocco preciso rasoterra supera il portiere Stefan Klos e punteggio rovesciato. Baggio è in stato di grazie e fa letteralmente ammattire l’intera difesa del Borussia. Ogni volta che riceve palla, la Juve va vicinissima al terzo gol, negato solo dagli interventi dello stesso Klos o dai salvataggi alla disperata sulla linea da parte dei difensori. A nulla però possono sia il portiere che gli stessi difensori quando ancora Roberto Baggio riceve un filtrante da Möller e con un diagonale chirurgico infila nuovamente il portiere avversario con la palla che bacia la base del palo prima di carambolare in rete. Una nuova gemma della sua lunga collezione che sta diventando “interminabile”. Finisce 3-1, un risultato che permette ai bianconeri di affrontare la gara di ritorno con tutta la tranquillità del caso. Si gioca il 19 maggio 1993 allo Stadio Delle Alpi di Torino, e in avvio la squadra di casa sblocca il punteggio con una bordata di Dino Baggio, smarcato in area da un colpo di tacco di Vialli, Klos è ancora una volta incenerito, palla sotto la traversa, 1-0. Dopo un paio di finezze di Roberto Baggio che manda gambe all’aria tutta la difesa tedesca, arriva il gol del raddoppio ancora con Dino che su traversone di Möller dalla destra, di testa indirizza la palla nell’angolino, 2-0. Ormai la partita diventa una semplice formalità. Nel secondo tempo la Juventus gioca sul velluto e la terza rete è il coronamento di un’azione corale. De Marchi cerca e trova Roberto in area che senza guardare con il tacco favorisce l’inserimento di Möller che infila la porta del Borussia, 3-0. La Juventus conquista la Coppa UEFA e per Baggio si tratta della prima Finale vinta in carriera, nonché del primo trofeo internazionale. Al culmine della stagione, Roberto è considerato uno dei calciatori europei e mondiali più forti. La sua immensa luce è accecante, tanto che a fine anno vince il FIFA World Player, l’Onze d’Or e il Pallone d’Oro. E’ lui il giocatore più forte del pianeta e il 1993 è decisamente il suo anno di grazia. Non abbastanza però per spodestare il Milan dal trono della Serie A, i rossoneri di Fabio Capello infatti, nella stagione 1993-1994 conquistano nuovamente lo Scudetto e la Coppa dei Campioni (4-0 al Barcellona) e alla Juventus non rimane che il 2° posto, nonostante le 17 reti in Campionato di Roberto. Ma il 1994 è anche l’anno dei Mondiali, che si disputano negli Stati Uniti. Ovviamente Baggio fa parte della spedizione azzurra. Il commissario tecnico, Arrigo Sacchi, è un allenatore che privilegia i giocatori che riescono ad interpretare meglio il suo gioco “a zona”, dove tutti devono correre, fare pressing e sacrificarsi. Baggio per la sua indole geniale è poco incline al sentirsi ingabbiato all’interno della rigidità degli schemi sacchiani, ma un talento purissimo come il suo, tra l’altro Pallone d’Oro in carica, non si può lasciarlo a casa. Tanto più che là dove non riesce ad arrivare la tattica, può arrivare la tecnica, l’improvvisazione, l’estro e in questo Baggio è maestro. L’impatto con Usa ’94 per l’Italia è a dir poco traumatico. La partita d’esordio è contro l’Irlanda, un avversario molto fisico e con grande spirito combattivo, ma piuttosto modesto a livello tecnico. In avvio però il pallonetto di Ray Houghton fredda Gianluca Pagliuca e gli irlandesi sono inaspettatamente in vantaggio. L’Italia sembra bloccata sulle gambe e sono poche le sortite offensive. Ci provano Baggio e Giuseppe Signori, ma senza fortuna. La squadra gioca male e si affida alle invenzioni dei singoli, anzi solo una traversa e una super parata di Pagliuca evitano una sconfitta ancora più pesante. Baggio è apparso sotto tono e poco incisivo: giornali, stampa e tv come da copione vanno giù duro a criticarlo, e anche Sacchi e il resto della squadra non ne escono bene. Contro la Norvegia è già uno spareggio, o si vince o si torna a casa anticipatamente. Dopo pochi minuti però, gli azzurri rimangono in dieci per l’espulsione di Pagliuca che si “sacrifica” per fermare un contropiede norvegese toccando il pallone con un braccio fuori dall’area. A questo punto, per far entrare il secondo portiere Luca Marchegiani, bisogna togliere un attaccante. In avanti giocano Signori e Baggio. Sacchi richiama Roberto che in visione interplanetaria si lascia sfuggire un incredulo: “Questo è pazzo!”. Dopo qualche secondo di delusione il numero 10 corre verso la panchina, dà il cinque a Marchegiani e si siede in panchina come se nulla fosse, ma dentro è un vulcano. Forse le prime crepe tra lui e Sacchi nascono qui, chissà. Nella logica dell’allenatore Signori è più resistente alla fatica e assicura una copertura maggiore del campo essendo stato allievo di Zdeněk Zeman a Foggia, e non lo spaventa coprire sessanta metri di campo avanti e indietro. Sarà infatti Signori il migliore in campo. La scelta a livello logico è azzeccata, ma è chiaro che togliere il giocatore più forte, più rappresentativo, la stella del Mondiale, a livello mediatico fa scalpore. Per fortuna di Sacchi e dell’Italia, un altro Baggio, il solito Dino, segna il gol che permette agli azzurri di vincere (1-0) e di sperare ancora nella qualificazione. La terza partita del girone è contro il Messico. Roberto viene lasciato in panchina: la coppia d’attacco è formata da Signori e dall’attaccante del Milan Daniele Massaro. Un giocatore non più giovanissimo, ma reduce da una stagione ad altissimo livello, e soprattutto con la fama di “aggiustatore”. Tanti suoi gol infatti hanno permesso ai rossoneri di vincere o comunque di uscire da situazioni difficili. Insomma è uno dal “gol pesante” e quando serve, ci mette lo zampino. La fiducia in Massaro è ben riposta, visto che ad inizio ripresa è proprio lui (su un assist delizioso di Demetrio Albertini) a portare l’Italia in vantaggio. Pochi minuti dopo però Marcelino Bernal impallina Marchegiani e fissa il punteggio sull’1-1. L’Italia passa il turno per il rotto della cuffia e solo per la differenza reti. Baggio, per 90’ in panchina, viene definito “coniglietto bagnato” dall’avvocato Gianni Agnelli. Lui che doveva essere il trascinatore degli azzurri, finora ha collezionato solo una presenza e spiccioli di partita. Un Mondiale anonimo, da non pervenuto e ancora critiche da parte della stampa nazionale. Nonostante tutto si va agli ottavi di finale contro la Nigeria. Sulla carta non c’è confronto, ma gli africani hanno il vantaggio di essere più resistenti a livello fisico, considerando che si gioca a mezzogiorno a 40° e con il 100% di umidità. Nel primo tempo la Nigeria si porta in vantaggio con Daniel Amokachi e l’Italia appare in stato confusionale. Per tutto il primo tempo e per buona parte del secondo gli azzurri sono inconcludenti. L’eliminazione è dietro l’angolo, ma al minuto 88’ succede qualcosa di imprevedibile. Roberto Donadoni sulla fascia serve Roberto Mussi che entra in area, vince fortunosamente un rimpallo con un avversario e mette in mezzo per il terzo Roberto, quello giusto, Baggio, che con un destro di piatto rasoterra trova lo spiraglio giusto per battere Peter Rufai, 1-1. Come affermato dallo stesso Sacchi nel post partita, la Nazionale era già “sulla scaletta dell’aereo per tornare a casa ma Baggio con il suo gol l’ha buttata giù e l’ha riportata dentro al Mondiale”. Mai una simile frase è stata più esplicativa del momento. La luce della sua stella inizia a brillare. Psicologicamente cambia tutto: è come se i giocatori italiani “tornassero in vita” dopo aver visto da vicinissimo la “morte sportiva” mentre per quelli della Nigeria è una mazzata mortifera, proprio quando la storica qualificazione ai quarti di finale era ad un solo centimetro. La partita si rovescia e ancora una volta Baggio è l’eroe italico visto che nei supplementari trasforma il calcio di rigore che porta l’Italia alla vittoria. Dalle critiche alle ovazioni sulle colonne di tutti i giornali, i titoli in suo onore si sprecano: il suo talento viene esaltato e tutti sperano che sia solo l’inizio di una lunga cavalcata. Ai quarti di finale si affronta la Spagna: un bolide del solito Dino Baggio spiana la strada nel primo tempo, ma nel secondo la partita cambia. Gli spagnoli riescono ad essere più ficcanti e pareggiano con José Luis Caminero, con una staffilata che “buca” Pagliuca e si infila sotto la traversa. La partita sembra incanalarsi verso i tempi supplementari, ma ancora una volta il minuto 88’ è decisivo: contropiede azzurro orchestrato da Signori, passaggio smarcante per Baggio che s’invola verso la porta di Andoni Zubizarreta, una volta arrivato in area evita il portierone spagnolo e insacca per il gol del 2-1. E’ la rete che spalanca le porte della semifinale agli azzurri. Roberto è sempre più l’eroe e il condottiero di una Nazionale che era partita male e che sta esaltando ora i tifosi, soprattutto i tanti italoamericani che vivono da decenni negli Stati Uniti. L’entusiasmo è crescente e si inizia a credere che l’Italia possa arrivare fino in fondo. Dalle critiche feroci all’esaltazione… tutto è cambiato nel giro di poche settimane e anche l’umore in ritiro è differente. Lo scetticismo da parte della stampa sportiva (mai capace di leggere davvero il momento) si è trasformato in qualcosa di più di un sogno. In semifinale c’è la Bulgaria, una Nazionale che vantava poco credito ad inizio del torneo, ma che a ben vedere aveva nel suo organico giocatori di primissimo livello: Hristo Stoičkov, Krasimir Balăkov, Jordan Lečkov, Emil Kostadinov sono le stelle della squadra, fuoriclasse che farebbero comodo a qualsiasi Nazionale. I timori della vigilia però vengono spazzati via nel giro di pochi minuti. A metà primo tempo Roberto Baggio parte dalla sinistra dopo aver ricevuto palla da Donadoni su fallo laterale, con un paio di finte si libera di due difensori bulgari, si accentra e calcia a girare sul secondo palo. La palla prende un “effetto a rientrare” per il quale il portiere Borislav Mihajlov nulla può, 1-0. Un gol da applausi a scena aperta che fa venire giù tutto il Giants Stadium nel New Jersey, stracolmo di tifosi azzurri. Ma non è ancora tutto: quattro minuti più tardi un lancio al bacio in verticale di Albertini pesca ancora Roberto in area, lui non ci pensa su due volte e con una rasoiata al volo incrocia sul palo lungo trafiggendo ancora una volta Mihajlov, 2-0. Due prodezze che valgono da sole il prezzo del biglietto, due capolavori che fanno capire che è ancora lui la stella del Mondiale. A poco serve il calcio di rigore trasformato da Stoičkov che dimezza lo svantaggio, in Finale ci va l’Italia trascinata dal suo eroe. Tuttavia al triplice fischio si vede un Roberto in lacrime. Molti non capiscono, credono che sia solo commozione per l’ennesima impresa di un campionissimo. Invece no… Baggio ha giocato con un problema muscolare alla coscia, un fastidio che si è acuito ulteriormente durante il match. Si parla di stiramento e nei giorni successivi alla semifinale la preoccupazione è forte. C’è poco tempo per poter recuperare e il problema sembra essere abbastanza serio: i telegiornali sportivi ogni giorno diramano il bollettino medico delle sue condizioni. Tutto un Paese è in fibrillazione. Baggio sì, Baggio no… si sfoglia la margherita, tanto più che anche Franco Baresi, il Capitano della Nazionale è out per la rottura del menisco patito contro la Norvegia. Rinunciare a due pezzi da 90 in Finale, per di più contro il Brasile, sarebbe una “catastrofe”. Roberto rimane in dubbio fino all’ultimo, ma alla fine sia lui che Baresi sono nell’undici titolare. Si gioca al Rose Bowl di Pasadena, nel distretto di Los Angeles. Nelle fila del Brasile ci sono giocatori fantastici come Romário, Bebeto, Leonardo, Carlos Dunga, Aldair, Cláudio Taffarel, e c’è già un giovane talentino, un certo Ronaldo, considerato ancora un po’ troppo “acerbo” per certi palcoscenici, avendo appena 17 anni. La partita tutto sommato è bruttina, si gioca prevalentemente a centrocampo e di occasioni se ne vedono veramente poche. Il Brasile coglie un palo, l’Italia fallisce un paio di occasioni con Baggio e Massaro, Romário si divora un gol praticamente fatto da “zero metri”. Dopo 120’ chiusi sullo 0-0, il titolo mondiale si deve decidere ai calci di rigore. L’Italia non ha una grande tradizione dagli undici metri essendo stata eliminata già ai Mondiali del 90’ in semifinale dall’Argentina. Da buon Capitano, Baresi va a calciare il primo rigore; il difensore del Milan ha disputato una partita sontuosa nonostante sia reduce da un’operazione al ginocchio di una ventina di giorni prima. Il suo tentativo di trasformazione si perde nel cielo di Pasadena e sembra già un brutto presagio. La reattività di Pagliuca che respinge il tiro di Márcio Santos, rimette la contesa di nuovo in parità. Albertini tira una botta dritto per dritto che s’insacca sotto la traversa di Taffarel, Romário calcia un rigore da brivido: si ferma durante la rincorsa e piazza il pallone nell’angolino opposto rispetto a dove si tuffa Pagliuca, ma la palla prima di entrare tocca il palo interno, siamo 1-1. Anche Alberico Evani non va tanto per il sottile e con un missile “terra-aria” sfonda la porta brasiliana. Stessa cosa fa Cláudio Branco e si ritorna in parità, 2-2. Il quarto tiratore italiano è Massaro, che questa volta non dimostra di essere “l’uomo della Provvidenza” e calcia un rigore debole e poco angolato, che Taffarel respinge senza problemi. Il Capitano carioca, ex Pisa, Pescara e Fiorentina Dunga, realizza con freddezza il suo rigore portando il Brasile in vantaggio per 3-2 con un match ball a disposizione. L’ultimo tiratore azzurro è Roberto Baggio, una sorta di “assicurazione sulla vita” dagli undici metri, visto che si tratta di uno specialista. Roberto non può sbagliare, deve segnare per tenere ancora viva la fiammella della speranza italica. I momenti sono palpitanti e tutti cercano di capire dal suo sguardo, da ogni suo gesto se avverte la tensione. Tutto il Paese è aggrappato a lui e confida in lui per poter sperare ancora. Palla sul dischetto, rincorsa, tiro… il telecronista ufficiale della Nazionale, Bruno Pizzul pronuncia: “Alto… il Campionato del Mondo è finito, lo vince il Brasile ai calci di rigore”. Una coltellata al cuore, un momento drammatico. Proprio lui che aveva trascinato l’Italia fino in fondo, proprio lui che era stata la stella del Mondiale, proprio lui che era considerato il giocatore più forte del pianeta, il vincitore dell’ultimo Pallone d’Oro, ha fallito il calcio di rigore più importante della sua carriera. Una pagina amarissima per Roberto, che confesserà anni più tardi di non aver mai superato lo schock per quell’errore dagli undici metri anche a distanza di tantissimi anni. L’estate del 1994 scivola via nell’amarezza di quel titolo mondiale sfuggito di mano e poco per volta si arriva a settembre, che scandisce l’inizio di un nuovo Campionato di Serie A. Sulla panchina bianconera non c’è più Giovanni Trapattoni, la dirigenza ha deciso di puntare su tecnico emergente come Marcello Lippi, che era riuscito a centrare la qualificazione in Coppa UEFA con il Napoli nella stagione precedente, con una squadra formata da tantissimi giovani e da giocatori sul viale del tramonto. La dirigenza della Juventus ora è formata dalla cosiddetta “Triade”: Antonio Giraudo, Roberto Bettega e Luciano Moggi, che ha sostituito Giampiero Boniperti. Oltre al cambio di allenatore, arrivano in bianconero giocatori del calibro di Didier Deschamps e Manuel Paulo Sousa. Lippi ha deciso di valorizzare due giovani come Alessio Tacchinardi e il talentuosissimo Alessandro Del Piero, già lanciato in prima squadra dallo stesso Trapattoni l’anno prima. Baggio non gioca più con la continuità di prima e spesso viene alternato proprio a Del Piero nel tridente offensivo con Gianluca Vialli e Fabrizio Ravanelli. Il Campionato non parte benissimo, ma poco per volta la Juventus si riprende e comincia a stazionare nei piani alti della classifica, anche se a contenderle lo Scudetto non è una delle grandi, ma una provinciale di lusso come il Parma. Gli emiliani, guidati da Nevio Scala, stanno crescendo di anno in anno e dopo aver vinto la Coppa Italia (nel ‘92), la Coppa delle Coppe (nel ’93), la Supercoppa Europea (nel ’94) e dopo aver perso la seconda Finale di Coppa delle Coppe nel ’94 (1-0 contro l’Arsenal) sembrano ormai maturi per competere per il titolo italiano. La stagione è un lungo testa a testa tra gialloblu e bianconeri, anche se per Baggio arriva un nuovo guaio fisico, si fa male ancora una volta al già martoriato ginocchio e si deve sottoporre ad un ennesimo intervento chirurgico che lo tiene fuori dal terreno di gioco fino al mese di marzo. Nel frattempo il suo contratto è in scadenza e la società bianconera pensa di non rinnovare l’accordo. Un po’ per l’età non più verdissima, un po’ per i problemi fisici e un po’ per la definitiva esplosione di Del Piero, Lippi e la dirigenza decidono di non puntare più su di lui. Nonostante tutto, quando torna a giocare in Primavera, risulta decisivo per la sua squadra.

Torna in campo il 12 marzo 1995 nella gara casalinga contro il Foggia e mette a segno il gol del 2-0 finale. Sigla un’altra doppietta decisiva a Reggio Emilia contro la Reggiana nell’1-2 alla 27^ giornata. Trasforma un calcio di rigore a Firenze nel 4-1 alla Fiorentina alla 29^, fa lo stesso alla 31^ in casa del Genoa. Alla 32^ c’è lo scontro diretto al Delle Alpi contro il Parma. In questa partita Roberto risulta ancora una volta decisivo con tre assist nel 4-0 finale, vanno in gol Ravanelli (doppietta), Deschamps e Vialli e al 90’, è tripudio bianconero con lo Scudetto che torna a Torino dopo ben nove anni di digiuno. Una festa attesa un’eternità per una squadra come la Juve, un titolo riportato sotto la Mole Antonelliana, un trionfo che lenisce in parte la delusione del Mondiale per il fantasista. Le presenze di Roberto in Campionato sono solo 17, ma le 8 reti messe a segno risulteranno pesanti come macigni. Oltre a vincere lo Scudetto la Juventus marcia spedita anche in Coppa UEFA, dove elimina nell’ordine: CSKA Sofia (Ko per 3-2 in Bulgaria e 5-1 a Torino, con cinquina di Ravanelli), Marítimo (successo 0-1 in Portogallo e 2-1 in casa). Negli ottavi i bianconeri affrontano gli austriaci dell’Admira Wacker che vengono stesi dalla doppietta di Baggio nel 3-1 del match di andata. Vittoria per 2-1 al Delle Alpi. Superato agevolmente anche il quarto di finale contro l’Eintracht Francoforte (1-1 in Germania e 3-0 a Torino), mentre in semifinale i bianconeri si ritrovano di fronte una vecchia conoscenza, quel Borussia Dortmund già affrontato due stagioni prima in Finale di Coppa UEFA. E’ il 4 aprile 1995 e si gioca a Milano: i giallo-neri si portano in vantaggio col classico gol dell’ex Stefan Reuter all’8’. Roberto però ci mette lo zampino per il gol del pareggio: tiro dai venti metri, palla che si stampa sulla traversa, Ravanelli prova il tap-in ma viene atterrato, rigore. Al 27’ Baggio trasforma il penalty che vale l’1-1, una palla dolce e rasoterra che va ad infilarsi nell’angolino alla destra di Stefan Klos, che nel frattempo si era tuffato dalla parte opposta. Al 70’ l’altro ex, Andreas Möller, riporta il Borussia in vantaggio, ma a tre minuti dal termine è Jürgen Kohler a rimediare il 2-2 finale. Il ritorno si gioca il 18 aprile a Dortmund. La Juve passa al 6’: calcio d’angolo di Baggio, palla nel mucchio dove Sergio Porrini stacca e mette dentro. Ancora un ex, Júlio César, porta in parità i tedeschi al 9’. Alla mezz’ora tutti in piedi ad applaudire il “pezzo di repertorio” di Roberto Baggio: punizione dai venticinque metri, tiro che passa sopra la barriera, tocca la parte bassa della traversa e s’infila imparabilmente alle spalle di Klos, 1-2. Una prodezza da far strabuzzare gli occhi che vale la qualificazione alla Finale di Coppa UEFA, contro il Parma, in una sfida tutta italiana come accadde nel 1990, quando la Juventus vinse contro la Fiorentina e ne 1991, quando l’Inter batté la Roma. Si gioca sui 180’: la prima gara è al Tardini il 3 maggio 1995. Dopo 5’ un inserimento in area di Dino Baggio, guarda caso un altro ex bianconero, su assist di Gianfranco Zola, provoca il vantaggio emiliano. L’1-0 è anche il punteggio finale e il 17 maggio si gioca, sempre a Milano, il ritorno. A dieci minuti dalla fine del primo tempo, Vialli con un bolide al volo sotto l’incrocio dei pali fa secco Luca Bucci e porta in vantaggio la Juve, mettendo il discorso tra andata e ritorno in perfetta parità. Nella ripresa però ancora Dino Baggio in tuffo di testa supera Angelo Peruzzi e pareggia. L’1-1 consente ai gialloblu di portare a casa il terzo titolo europeo della loro storia dopo la Coppa delle Coppe e la Supercoppa Europea. A Roberto e compagni invece, non rimane che la soddisfazione di essere arrivati fino in fondo nella manifestazione, per la seconda volta in tre anni. Ma il braccio di ferro con il Parma non finisce certo qui per questa stagione: le due compagini si ritrovano nuovamente di fronte nella Finale di Coppa Italia. I bianconeri vincono 0-1 a Torino (gol di Porrini) il 7 giugno 1995 e l’11 giungo a Parma (0-2 in rete ancora Porrini e Ravanelli) e così la sfida stagionale si porta sul 2-1 per i bianconeri, che dopo lo Scudetto vincono anche la Coppa Italia. Prima affermazione nella coppa nazionale per Baggio, che corona così una stagione ricca di successi di squadra, ma che gli riservano ruggini a livello personale. A fine campionato, discute il proprio contratto con la dirigenza bianconera e crede di meritare un pizzico di riconoscenza, visto che nonostante gli infortuni ha condotto la squadra allo Scudetto, alla Coppa Italia e alla Finale di Coppa UEFA. I risultati parlerebbero per lui, ma i 4 miliardi richiesti per continuare il rapporto con la Juve sono ritenuti troppi dalla società. Nemmeno il tecnico Lippi si oppone al “muro contro muro” tra Baggio e la società, perché ha già deciso di puntare tutto su Del Piero, considerata l’integrità fisica di quest’ultimo oltre che la giovane età. Roberto si sente scaricato da tutti e in Estate “sparisce” per diversi giorni in Argentina, dove possiede un ranch e delle tenute di allevamento. Prova a rilassarsi andando a cavallo e dedicandosi alle sue tenute. Chi crede ancora nelle sue immense qualità è Fabio Capello, allenatore del Milan. Così Roberto viene ingaggiato dai rossoneri per 18 miliardi di lire. L’estate del 1995 è quella dell’addio definitivo di Marco Van Basten al calcio giocato, e il Presidente Silvio Berlusconi vuole alleviare il dolore per la perdita del suo centravanti principe, con una campagna acquisti faraonica: dal Paris Saint-Germain arriva George Weah, dalla Reggiana Paulo Futre, dal Cesena il giovane Massimo Ambrosini, dall’Atalanta Tomas Locatelli, dal Cannes Patrick Vieira. Baggio insieme a Weah rappresentano le due ciliegine sulla torta dell’attacco rossonero, e i tifosi già pregustano gol a grappoli. La partita d’esordio è contro il Padova, ed il Milan vince grazie ai gol di Weah e Baresi. Baggio viene impiegato nel tridente proprio con il liberiano e con Dejan Savićević e di giocate spettacolari non ne mancano certo, anche se il Milan vince solo per 2-1. Per la prima rete con la nuova maglia non bisogna aspettare tanto, visto che arriva alla seconda giornata quando il Milan è impegnato in casa contro l’Udinese. Il vantaggio dei rossoneri è causato dall’autogol di Raffaele Sergio. I friulani pareggiano poco prima del quarto d’ora della ripresa con Paolo Poggi e il match sembra bloccato sull’1-1. A cinque minuti dalla fine, un assist di Weah diventa un cioccolatino per Baggio che tutto solo nell’area friulana con un preciso colpo di testa supera il portiere dell’Udinese. Nonostante qualche incertezza iniziale e qualche problema di convivenza del tridente il Milan viaggia spedito, come dimostrano le successive vittorie sul campo della Roma (1-2) e contro l’Atalanta, dove c’è di nuovo la firma di Roberto nel 3-0 finale oltre a quelle di Marcel Desailly e Paolo Di Canio. L’andatura della formazione di Capello ha una brusca frenata a Bari (Ko 1-0) ma poi riprende velocità dopo la vittoria contro la Juventus (2-1). Successivamente due pareggi per 1-1 a Vicenza e nel derby contro l’Inter prima della sofferta vittoria casalinga contro il Cagliari per 3-2. In questa prima fase della stagione, Baggio risulta più utile alla squadra con i suoi assist che con i gol, ma il Milan non sembra risentirne e viaggia ad una buona media arrivando allo scontro diretto contro la Fiorentina, alla 15^ giornata, con un solo punto di vantaggio nei confronti dei gigliati. Anselmo Robbiati apre le marcature al 12’ del primo tempo, ma sessanta secondi più tardi rimedia Weah. Ad inizio ripresa Baggio trasforma il calcio di rigore che vale il momentaneo 1-2. Francesco Baiano impatta contro il Diavolo e le distanze non mutano. La vittoria 3-0 contro la Sampdoria (terzo gol che porta la firma di Roberto) e il pari (0-0) di Cremona, consentono al Milan di chiudere il girone d’andata al primo posto con un punticino di vantaggio sulla Fiorentina. La firma di Baggio diventa indispensabile alla prima del girone di ritorno, quando piega il Padova solamente dagli undici metri (1-0). Da qui in poi i rossoneri innestato il turbo con cinque successi (contro Udinese, Roma, Atalanta, Bari e Vicenza) ed un pareggio (1-1 in casa della Juventus) nelle successive sei partite. Il Ko nel derby (0-1 con gol di Marco Branca) sembra dare delle speranze alle inseguitrici, ma il Milan si riprende vincendo a Cagliari (1-2) e soprattutto in casa contro il Parma (3-0), dove proprio Roberto apre le marcature. La vittoria a Piacenza (0-2), il pari interno con la Lazio (0-0), il successo di Napoli (0-1) e l’1-1 in casa del Torino non mutano granché la differenza in classifica. Si arriva così alla 32^ giornata con il Milan che affronta in casa la Fiorentina, ormai calata e destinata a chiudere al quarto posto, ma con la Coppa Italia in tasca. Se il Milan vince è Campione d’Italia con due turni d’anticipo. I viola, con Claudio Ranieri in panchina, iniziano meglio e al 13’ si portano addirittura in vantaggio grazie a Manuel Rui Costa. La tensione è palpabile per quel gol “inaspettato”, ma passa solo un giro di lancette e Savićević riesce a rimediare, 1-1. Nonostante il gol del pareggio il Milan sembra imballato sulle gambe e stranamente “nervoso” nella testa. Sembrerebbe quasi che gli sia presa all’improvviso la paura di vincere e si vede chiaramente che non è la solita squadra che tutti conoscono. Ad un minuto dall’intervallo però, capita l’episodio che può capovolgere l’incontro: i rossoneri si vedono assegnare un calcio di rigore. In formazione ci sono diversi rigoristi come Baggio, Savićević o Albertini. Roberto prende il pallone tra le braccia e fa capire a tutti che sarà lui a tirare il calcio di rigore. Mette con cura la palla sul dischetto e prende la rincorsa. In porta c’è Francesco Toldo, uno dei migliori portieri della Serie A che è anche un ottimo pararigori. I due si studiano, poi Baggio arriva sul dischetto e calcia un destro secco ed angolato che s’insacca a fin di palo con il suo avversario quasi immobile. E’ il gol del 2-1 che rovescia partita e stato d’animo dei giocatori milanisti, è una liberazione dall’ansia. Baggio corre verso il corner, si toglie la maglia e l’appoggia sulla bandierina. Viene raggiunto dall’abbraccio dei suoi compagni di squadra e tutto lo Stadio San Siro è ai suoi piedi. Con un gesto per lui apparentemente semplice, come quello del calciare un rigore, ha rotto la linea della negatività. Ha sbloccato psicologicamente un Milan in affanno regalandogli la fiducia, salvandolo da una situazione difficile. Nel secondo tempo la terza rete di Marco Simone ad un quarto d’ora dal termine serve per rendere il finale di partita una sorta di passerella. Al triplice fischio, la festa può scattare nuovamente con i giocatori che si abbracciano e con Baggio che viene portato in trionfo dai suoi compagni: dopo lo Scudetto dell’anno precedente con la Juventus, il fuoriclasse si conferma Campione d’Italia con il Milan rientrando nella ristretta cerchia di quei giocatori che hanno vinto due scudetti di fila con due maglie differenti. Un altro piccolo record. Il suo bottino personale recita: 28 presenze e 7 reti in Campionato, 5 “gettoni” in Coppa UEFA e 3 gol, dove il cammino rossonero si ferma ai quarti di finale contro il Bordeaux di un giovane Zinédine Zidane, che poi perderà la Finale contro il Bayern Monaco. La stagione 1996-1997 vede una piccola rivoluzione: Capello lascia la panchina per andare ad allenare il Real Madrid e al suo posto arriva il tecnico uruguaiano Óscar Washington Tabárez. Roberto è uno dei riconfermati e la squadra si rinnova con gli arrivi di Christophe Dugarry dal Bordeaux, Edgar Davids e Michael Reiziger dall’Ajax, Pietro Vierchowod dalla Juventus, Jesper Blomqvist dal Göteborg. L’annata comincia male con la sconfitta nella Finale di Supercoppa Italiana per mano della Fiorentina di Gabriel Omar Batistuta. In Campionato le cose non vanno certamente meglio. Baggio va a segno nella vittoria all’esordio contro il Verona (4-1), ma alla seconda giornata è già tempo di Ko, a Genova contro la Sampdoria (2-1). I tre punti di Bologna (1-2) e contro il Perugia (sua la terza rete nel 3-0 finale) sono da preludio alla rovinosa caduta all’Olimpico contro la Roma (3-0). L’affermazione contro il Napoli (3-1 con altro gol di Roberto) viene seguita dalla battuta d’arresto a Firenze (1-0). Poi tre pareggi contro Atalanta (1-1) Juventus (0-0) e nel derby contro l’Inter (1-1), dove una sua rete illude i rossoneri prima del pareggio di Youri Djorkaeff. Il 1° dicembre, all’11^ giornata, il Milan perde 3-2 a Piacenza e Tabárez viene sollevato dall’incarico, al suo posto viene richiamato un grande ex, Arrigo Sacchi. Per Baggio le cose vanno di male in peggio però, perché con il suo “nuovo” allenatore non c’è stato mai feeling, nemmeno in Nazionale, senza contare che da dopo Usa ’94 i rapporti tra i due si erano deteriorati. Sacchi come da copione lo lascia spesso in panchina o gli fa giocare solamente gli spezzoni finali di partita. Senza Roberto non è che il Milan voli, anzi. In Champions League arriva l’eliminazione ai gironi dopo la sconfitta casalinga contro il Rosenborg (1-2) e in Campionato si assiste a rovesci clamorosi come quello in casa contro il Parma (0-1) o il secco 3-0 a Roma ad opera della Lazio. Il Milan viene sconfitto anche a Verona (3-1) dalla Sampdoria (2-3) e a Perugia (1-0), ma il Ko che più fa male è quello del 6 aprile in casa contro la Juventus. Un 6-1 “senza pietà” dei bianconeri, che fanno capire come del Milan non siano rimaste che le sole briciole. Per Roberto rimane la platonica soddisfazione di andare in gol anche nel derby di ritorno, ma serve a poco visto il 3-1 finale per i nerazzurri. E’ questo l’ultimo suo gol con la maglia del “diavolo”, che chiude mestamente la stagione con la sconfitta di San Siro contro il Cagliari. In tutto sono 33 presenze e 9 gol in stagione per lui. Nonostante l’undicesimo posto in classifica decide di rimanere comunque a Milano, visto che dopo una sola stagione al Real Madrid è tornato Fabio Capello per riportare in alto il Milan. Si aggrega così anche alla squadra nel ritiro precampionato, ma qui ha una brutta sorpresa. Capello gli fa capire che non sarà più il numero uno e non gli può garantire il posto da titolare. In pratica lo sta scaricando e lui è costretto a trovare un’altra sistemazione. Il Parma si fa sotto per averlo ma proprio quando l’accordo sembra ormai fatto, l’allora tecnico dei gialloblu, Carlo Ancelotti si oppone. Nel suo 4-4-2 non c’è posto per Baggio, visto che è stato appena ceduto un giocatore dalle sue caratteristiche come Zola, e quindi… in realtà Ancelotti anni dopo ammetterà di aver fatto un errore affermando di essere in quel momento troppo intransigente, considerando il suo modulo al di sopra di tutto: “Con il tempo si trova il modo di far coesistere i grandi giocatori con il modulo – sono state le sue parole – a Parma pensavo che il 4-4-2 fosse il modulo per eccellenza ma mi sbagliavo. Se avessi la macchina del tempo, tornerei indietro e prenderei Baggio. Avrei potuto gestire la situazione in maniera diversa”. Niente trasferimento al Parma quindi, ma Roberto riparte ugualmente dall’Emilia-Romagna, visto che il Presidente del Bologna Giuseppe Gazzoni Frascara fa carte false per averlo, andando anche contro la volontà del suo allenatore, Renzo Ulivieri, che ne avrebbe volentieri fatto a meno. Nella sua biografia, uscita nel 2002, il tecnico toscano ammise di non volere Baggio in squadra per invidia. La sua fama, a detta di Ulivieri, veniva prima di tutto e i giornalisti del tempo evidenziavano le prodezze del fuoriclasse sminuendo quelle del tecnico. Un’annata difficile sotto il profilo dei rapporti personali tra Roberto e Ulivieri quindi, soprattutto quando il campione lascia il ritiro perché non viene convocato per la partita contro la Juventus. L’allenatore chiede alla società di intervenire mettendolo fuori rosa, ma una sollevazione popolare scongiura il tutto e anzi, tramite una petizione via Web, gli viene assegnata anche la fascia da Capitano. Ad ogni modo, Baggio rinasce completamente in questa stagione, mettendo a segno ben 22 gol e guadagnandosi a furor di popolo anche la maglia della Nazionale con la quale partecipa ai Mondiali di Francia ’98. Il ct Cesare Maldini non può non portarlo, visto che è in stato di grazia e soprattutto perché è ancora Roberto la più valida alternativa ad Alessandro Del Piero, non al meglio fisicamente. L’asso della Juventus ha riportato qualche problema muscolare nella finalissima di Champions League contro il Real Madrid e per tornare al top ha bisogno di qualche settimana. Maldini parla chiaro a Roberto: “Hai fatto una stagione memorabile, ma è Alessandro il titolare e quando sarà al 100% giocherà lui”. Baggio non fa una grinza e pur di andare in Francia accetta il ruolo di alternativa di lusso. Per settimane sui giornali non si legge altro che del dualismo Del Piero-Baggio, e su chi dei due giocherà la prima partita della manifestazione iridata contro il Cile. Il cittì alla fine sceglie Baggio dal primo minuto e lui risponde con i fatti sul campo. Dopo una decina di minuti si inventa un assist delizioso al volo e di giustezza per l’incursione di Christian Vieri che insacca di precisione per il gol dell’1-0. A cavallo tra i due tempi però, l’Italia impara a conoscere l’istinto del gol e la potenza di Marcelo Salas, neo acquisto della Lazio, che con una doppietta rovescia il punteggio da 1-0 a 1-2. Gli azzurri sono in difficoltà psicologica e nonostante attacchino con generosità, non riescono a trovare il bandolo della matassa. Una nuova invenzione di Baggio mette Filippo Inzaghi a tu per tu con il portiere cileno Nelson Tapia che però con un miracolo gli sbarra la strada. La partita è bloccata, necessità di un colpo di genio. E la “trovata” da chi proviene se non dallo stesso Roberto, che con una precisione millimetrica con una puntata maliziosa fa carambolare il pallone sul braccio di un difensore cileno cercando in maniera “scientifica” il calcio di rigore? Dal dischetto si porta lui stesso e trasforma (a cinque minuti dalla fine) con una conclusione secca ed angolata, 2-2. Questo gol oltre a regalare il primo punto all’Italia, è importante per un altro dato statistico: è Baggio il primo giocatore azzurro ad andare a segno in tre edizioni differenti di un Mondiale. La sua ottima prestazione non fa altro che creare ancora più interesse e curiosità su chi tra lui e Del Piero giocherà da titolare la seconda partita contro il Camerun. La parola d’ordine di giornali e tv è “staffetta”: in pratica sembra che giocherà uno dei due per poi fare posto all’altro a partita in corso. Nelle conferenze stampa non si parla d’altro. Finalmente arriva il giorno della sfida contro gli africani, Maldini ha scelto Baggio dal primo minuto. Gli azzurri sbloccano il match con una zuccata di Luigi Di Biagio. A fornirgli l’assist con un cross al bacio è proprio Roberto dopo un’azione generata da calcio d’angolo. Poco prima dell’ora di gioco si realizza questa staffetta con Del Piero. L’Italia va a segno per altre due volte con Vieri e vince per 3-0. Nella terza partita contro l’Austria, è lo juventino a vincere il ballottaggio per chi dei due dovrà giocare dal primo minuto. Dopo il gol di Vieri, c’è la staffetta al contrario e questa volta è Baggio a subentrare e nel finale di partita ed ad andare in gol da pochi passi dopo aver raccolto un assist di Inzaghi. Gli azzurri volano agli ottavi dove Roberto fa da spettatore a Del Piero che serve un pallone nel corridoio per Vieri che segna il gol alla Norvegia valevole per la qualificazione ai quarti contro i padroni di casa della Francia. Anche contro “Les Bleus” Roberto si accomoda inizialmente in panchina per poi subentrare a partita in corso. Nei tempi supplementari va vicinissimo a trascinare l’Italia verso la qualificazione con un tocco morbido su lancio millimetrico di Albertini. La palla accarezzata con il “mezzo esterno” del piede destro da posizione quasi impossibile supera Fabien Barthez ma passa a pochissimi centimetri dal secondo palo. Sono secondi interminabili durante i quali i tifosi francesi e italiani osservano quel pallone che sembra telecomandato trattenendo il respiro, ma la dea bendata questa volta ha scelto loro. Transalpini che tirano un grosso sospiro di sollievo dopo aver visto la “morte in faccia” e italiani a mettersi le mani nei capelli per questo pezzo di tecnica sublime che però è come una frase poetica lasciata a metà. Lo 0-0 non si schioda e si va ai calci di rigore: Baggio trasforma il suo con freddezza, Gianluca Pagliuca ci mette una pezza su Bixente Lizarazu per rimediare all’errore dal dischetto di Albertini. Nulla possono però Roberto e l’Italia contro il rumore sordo, tremendo, e odioso della traversa che respinge il tiro di Di Biagio. La Francia va in semifinale, gli azzurri vanno a casa, ma a testa alta e con il petto gonfio di orgoglio. Baggio non può rimproverarsi nulla: non era lui l’uomo più atteso eppure si è ritagliato uno spazio importante nel suo ultimo Mondiale, dimostrano che nonostante l’età cominci a non essere più verde, è ancora uno dei più forti top player al mondo. L’estate del 1998 lo vede al centro delle voci di mercato che lo vogliono via da Bologna. Il Presidente dell’Inter, Massimo Moratti, suo grande estimatore, decide di ingaggiarlo e di regalarlo al tecnico Luigi Simoni che ha appena vinto la Coppa UEFA contro la Lazio ed è arrivato secondo in Campionato, per rendere l’Inter ancora più competitiva e puntare alla vittoria dello Scudetto. Oltre a Baggio arrivano anche Zoumana Camara dal Saint-Étienne, Mikaël Silvestre e Ousmane Dabo dal Rennes, Andrea Pirlo dal Brescia, Cristiano Zanetti dalla Reggiana e Nicola Ventola dal Bari, oltre ai rientri dai vari prestiti e a Dario Šimić dalla Dinamo Zagabria. La stagione parte in salita con il 2-2 di Cagliari in rimonta. Le vittorie a fatica contro Piacenza, Empoli e Perugia sembrano rimettere le cose a posto, ma alla quinta giornata l’Inter cade malamente in casa contro la Lazio, con un clamoroso 3-5 e a Torino contro la Juventus (1-0) in quella successiva. I nerazzurri perdono anche alla settima in casa contro il Bari (2-3) e la stagione sembra già ampiamente compromessa. All’11^ giornata, nonostante la vittoria per 2-1 contro la Salernitana, il tecnico Simoni viene esonerato e al suo posto viene chiamata quella vecchia volpe di Mircea Lucescu, che fa giocare Baggio come esterno d’attacco nel suo 4-3-3. La prima firma in Campionato arriva alla 14^ giornata nel 4-1 alla Roma, per poi ripetersi alla 16^ contro il Venezia (6-2). La doppietta al Cagliari e il gol all’Empoli in un doppio 5-1 fanno illudere che la stagione per l’Inter possa raddrizzarsi. Tre Ko contro Perugia, Lazio e Bari in quattro gare fanno precipitare nuovamente la situazione, parzialmente corretta dal 2-2 contro il Milan, ma la sconfitta in casa della Sampdoria (4-0) riserva solo amarezze per i colori nerazzurri, che incassano altre cocenti delusioni contro Salernitana (2-0), Udinese (1-3), Vicenza (1-1), Parma (1-3) e Venezia (3-1). L’ottavo posto finale costringe l’Inter a disputare uno spareggio contro il Bologna per entrare in Coppa UEFA: andata e ritorno perse entrambe per 2-1, con Baggio che segna in una delle due gare. Una annata amarissima appena addolcita da un paio di eccellenti prestazioni in Champions League, dove il fantasista mette a segno 4 reti, due delle quali contro il Real Madrid a San Siro. Due gemme isolate che però non riescono a cancellare un anno da censurare, nonostante le 35 presenze totali e le 10 reti. L’anno successivo il Presidente Moratti decide di rivoluzionare nuovamente la squadra con l’ennesima sontuosa campagna acquisti, chiamando innanzitutto un tecnico vincente in panchina come Marcello Lippi e acquistando Christian Vieri a peso d’oro dalla Lazio, il portiere Angelo Peruzzi dalla Juve, Grīgorīs Geōrgatos dall’Olympiakos, Christian Panucci dal Real Madrid, cui si aggiungerà anche Clarence Seedorf a gennaio, Laurent Blanc e Cyril Domoraud dall’Olympique Marsiglia, Vladimir Jugović dall’Atlético Madrid, Di Biagio dalla Roma, Adrian Mutu dalla Dinamo București, Iván Ramiro Córdoba dal San Lorenzo e Michele Serena dal Parma. Una rosa rivoltata come un calzino rispetto a quella dell’annata precedente. Per Baggio però è una stagione molto difficile dal punto di vista personale, visto che Lippi era stato l’allenatore che in un certo senso lo aveva scaricato già qualche anno prima alla Juventus. Nei suoi confronti il tecnico adotta un vero e proprio ostracismo e spesso e volentieri lo relega in panchina. L’annata non è delle migliori visto che l’Inter fatica a stare a contatto con il vertice a causa degli infortuni che fermano prima Vieri e poi Ronaldo. Il rapporto tra i due diventa sempre più freddo e teso, soprattutto quando un giorno Lippi gli chiede di rivelargli i nomi dei giocatori che secondo lui gli starebbero remando contro. Roberto di fronte a questa richiesta si rifiuta di “fare la spia” e viene totalmente emarginato. Un episodio quest’ultimo che è stato ovviamente sempre smentito da Lippi. Ad ogni modo, Baggio non vede praticamente mai il campo e per assistere ad una sua rete bisogna attendere la prima giornata del girone di ritorno, quando a Verona l’Inter è bloccata sull’1-1 dopo i gol di Martin Laursen e di Álvaro Recoba; a due minuti dalla fine il fantasista con una zampata riesce a realizzare il gol della vittoria. Sembra un nuovo inizio per lui, visto che gioca e segna anche nella partita successiva contro la Roma il gol del 2-1 che permette ai nerazzurri di vincere. Ma è solo un’illusione, visto che continua a giocare poco, anzi pochissimo. La stampa si interroga sul perché Lippi non gli dia spazio, visto che la sua tecnica e la sua genialità potrebbero dare una mano importante ad un Inter in affanno. Le altre due reti di Baggio in stagione arrivano alla 31^ giornata contro il Bari (3-0) e all’ultima sul campo del Cagliari (0-2). I nerazzurri si piazzano al 4° posto appaiati al Parma, e per decretare la squadra che dovrà partecipare alla Champions League c’è bisogno di uno spareggio. Dall’esito di questa partita dipendono i destini di Roberto e di Lippi: se l’Inter va in Champions l’allenatore rimane e per forza di cose Baggio sarà costretto ad andare via per non rischiare di perdere un altro anno, visto che lo stesso Lippi gli ha chiaramente detto che per lui non ci sarà posto nell’Inter che verrà. Se dovesse perdere invece, Roberto può rimanere ancora in nerazzurro e Lippi andrà via. Si gioca il 23 maggio 2000 allo Stadio Bentegodi di Verona. Tutto dipende da lui: può decidere di fare il vero uomo e il vero professionista fino in fondo o remare contro Lippi, il suo allenatore che lo ha appena scaricato per la seconda volta. La partita non si sblocca, si arriva così al 35’ del primo tempo quando il difensore francese del Parma Lilian Thuram commette fallo su Benoît Cauet dal lato corto dell’area. Calcio di punizione per i nerazzurri che ovviamente viene affidato ai piedi d’oro di Baggio: tiro tagliato che assume una parabola beffarda per Gianluigi Buffon e rotola nel sacco. E’ un arcobaleno meraviglioso che va a morire dentro la rete, è arte, è poesia, l’ennesima meraviglia del campione. Nel secondo tempo Mario Stanić con una zuccata da pochi passi riequilibra il match. Sembra ormai che la partita debba decidersi ai supplementari. A otto minuti dalla fine una palla dalla sinistra viene scodellata in area per Iván Zamorano che di testa fa da ponte verso il limite dell’area dove c’è ancora Baggio che non ci pensa su due volte e con un sinistro di “mezzo collo esterno” calcia più forte che può. La palla va ad infilarsi nell’angolino alla destra di Buffon che nulla può se non arrendersi nuovamente alla straordinaria prodezza del suo avversario. Nel finale di partita arriva anche la terza rete interista con Zamorano. Al triplice fischio Roberto viene portato in trionfo dai compagni di squadra e viene acclamato dal pubblico di fede nerazzurra: è l’eroe della serata, che ha deciso di fare l’ultimo regalo ai suoi tifosi prima di congedarsi. Nessuno sa, tranne lui e Lippi, che questa sarebbe stata l’ultima gara, per l’uno o per l’altro, in base al risultato. Baggio sembra non avere più tanti estimatori, un po’ per l’età non più verde, un po’ per gli acciacchi fisici e soprattutto per la sua figura ingombrante. Tutti hanno paura di confrontarsi con la sua popolarità. Tutti tranne uno, Carlo Mazzone. L’allenatore romano è sulla panchina del Brescia e chiede al suo Presidente Luigi Corioni, di fare un’offerta a Roberto che è richiestissimo soprattutto in Giappone, dove è una vera e propria star. Nonostante in Estremo Oriente gli promettano ponti d’oro e soldi come se piovesse, lui si sente ancora in grado di poter dare qualcosa al calcio italiano e decide di accettare l’offerta del Brescia. In fondo nella provincia lombarda sarebbe considerato allo stesso modo che in Giappone, un campione, e avrebbe continuato a giocare in un Campionato competitivo. Con le “rondinelle” mette insieme 25 presenze e 10 gol classificandosi all’ottavo posto in classifica e qualificandosi per la Coppa Intertoto che dà l’accesso alla Coppa UEFA. Tra le prodezze di questa stagione un gol alla Juventus da antologia, con uno stop delizioso dopo un lancio di quaranta metri di Pirlo, dribbling su Edwin Van Der Sar e palla nel sacco. Il Brescia riesce ad arrivare fino in Finale dell’Intertoto contro il PSG, pareggiando 0-0 al Parco dei Principi e impattando per 1-1 al Rigamonti, con il suo marchio su calcio di rigore. La stagione 2001-2002 comincia a velocità supersonica, visto che Baggio mette a segno 9 reti nelle prime 10 partite. Le sue vittime sono nell’ordine: Torino, Lecce, Atalanta (tripletta), Chievo, Piacenza e Venezia. Ma la sfortuna si accanisce nuovamente contro di lui: si procura una distorsione al ginocchio sinistro e poi la rottura del legamento crociato anteriore durante Parma-Brescia di Coppa Italia. Un brutto infortunio che lo costringe a stare fermo per diverso tempo. Una ulteriore batosta, per chi ha avuto le ginocchia martoriate fin dalla più giovane età, ma soprattutto per chi ha come obiettivo la convocazione ai Mondiali di Corea del Sud e Giappone del 2002. Riesce a rientrare in campo solo 81 giorni dopo l’intervento chirurgico e il suo ritorno è da favola. Il Brescia è in lotta per evitare la retrocessione ed è costretto a vincere tutte le partite. Si gioca al Rigamonti contro la Fiorentina; al suo ingresso sul terreno di gioco i tifosi del Brescia esplodono in un boato incredibile. Un paio di minuti più tardi Luca Toni si trova a tu per tu con il portiere gigliato Giuseppe Taglialatela, ma si fa respingere la conclusione. Il centravanti però non molla e va a raccogliere la palla mettendola al centro dove c’è appostato Roberto che con un 180° elude la marcatura di Moreno Torricelli e con un tocco in mezza girata, con la punta, infila la palla in rete. E il Rigamonti esplode per la seconda volta in centoventi secondi. Pochi minuti più tardi ancora Toni “bisticcia” con il pallone in area, si accende una mischia con il cuoio che esce da un nugolo di gambe e finisce sul piedino dello stesso Baggio che non deve fare altro che spingerlo in fondo al sacco da zero metri. Un rientro in grande stile, impossibile immaginarne uno migliore. A fine partita è portato nuovamente in trionfo dai suoi compagni e viene osannato da uno stadio intero. All’ultima giornata il Brescia è impegnato contro il Bologna ed è condannato a vincere per centrare la salvezza. Roberto sblocca la partita con una ribattuta sulla respinta di Pagliuca che aveva neutralizzato un suo stesso rigore. Il gol risulta decisivo per le sorti bresciane che parlano di una salvezza clamorosa e quasi del tutto impensabile. Il suo ritorno a grandi livelli (11 gol in appena 12 presenze) però, non è sufficiente a convincere il ct dell’Italia Giovanni Trapattoni, che non lo convoca per i Mondiali. La stagione 2002-2003 è ancora una volta positiva per lui, che sigla il gol numero 300 in carriera, il 15 dicembre 2002 nel 3-1 contro il Perugia. A fine anno sono 12 i gol in 32 presenze e il Brescia si qualifica nuovamente per la Coppa Intertoto. Nell’estate del 2003 annuncia che la successiva stagione sarà la sua ultima da calciatore. Riesce ancora a deliziare le platee con quei due piedi straordinari che si ritrova, nonostante il fisico visibilmente provato dai tanti infortuni. Il 14 marzo 2004 il Brescia gioca a Parma. Sembra una partita come tante altre, ma non è così: Roberto è al limite dell’area di rigore e riceve palla da un compagno, con una finta con il destro disorienta due difensori emiliani e con un diagonale mancino di precisione chirurgica supera Sébastien Frey. Per lui è il gol numero 200 in Serie A, diventando il settimo giocatore “bicentenario” della massima serie. Un ristretta cerchia d’élite dentro la quale ci sta a meraviglia. Il 16 maggio 2004 gioca la sua ultima partita e lo scenario non potrebbe essere migliore: il Brescia è ospite del Milan fresco di titolo di Campione d’Italia. Per la sua ultima recita, il destino ha scelto lo Stadio di San Siro, quello che aveva incantato sia da avversario che con le maglie rossonere e nerazzurre. A cinque minuti dalla fine l’allenatore Mazzone gli concede la standing ovation. Al momento della sua sostituzione, c’è prima un lungo abbraccio con un altro grande del calcio, Paolo Maldini, poi tutto lo stadio si alza in piedi per rendergli onore. Una scena toccante rimasta indelebile nella memoria di tutti gli appassionati di calcio che salutano per sempre il giocatore più amato. Perché Roberto è stato in assoluto il calciatore che più ha raccolto ovazioni e applausi in tutti gli stadi d’Italia, un giusto riconoscimento dovuto a una grandezza assoluta al di là della maglia che indossava. E da quando ha smesso di giocare, la domenica degli italiani è un po’ più triste perché orfana delle sue prodezze balistiche, della sua eleganza, dei suoi tocchi di classe cristallina. Un grande vuoto che rincorre se stesso. Una malinconia che ha ispirato anche il cantautore bolognese Cesare Cremonini che in un verso di una sua canzone afferma: “Da quando Baggio non gioca più, non è più domenica”. Dopo aver appeso le scarpette al chiodo Roberto si ritira per un po’ a vita privata, prima di diventare il Presidente del settore tecnico della FIGC, il 4 agosto 2010. Durante questo periodo fornisce una relazione di 900 pagine su come migliorare il calcio italiano, presentata nel novembre 2011. Una relazione mai letta dai vertici della Federcalcio e per questo, il 23 gennaio del 2013 Baggio lascia l’incarico: “Non ci tengo alle poltrone. Il mio programma è stato lettera morta, ne traggo le conseguenze”, ha ammesso. Da quel giorno si è ritirato a vita privata, come fanno gli artisti dopo aver espresso e detto tutto quello che dovevano durante la loro carriera. Per tanti resterà uno dei più forti (se non il più forte) calciatore italiano di tutti i tempi. Perché non c’è bisogno di vincere trofei a getto continuo per essere considerato il più forte, bastano le emozioni che sai suscitare nel pubblico. E lui di emozioni ne ha regalate tante con la sua arte romantica messa in scena sul palcoscenico del mondo del calcio.

Donato Valvano

 

Roberto Baggio

Nome: Roberto
Cognome: Baggio
Nato il: 18 febbraio 1967, Caldogno, Veneto, ITALIA
Altezza: 1,74
Peso: 72
Ruolo: Fantasista, Seconda Punta

Carriera:
Vicenza (Presenze 36 / Reti 13)
Fiorentina (Presenze 94 / Reti 39)
Juventus (Presenze 141 / Reti 78)
Milan (Presenze 51 / Reti 12)
Bologna (Presenze 30 / Reti 22)
Inter (Presenze 41 / Reti 9)
Brescia (Presenze 95 / Reti 45)
Italia (Presenze 56 / Reti 27)

Palmarès:
Juventus:
Campionato Italiano: 1 / Coppa Italia: 1 / UEFA Europa League: 1 / Capocannoniere Coppa Delle Coppe: 1 / FIFA World Player: 1 / Pallone d’Oro: 1
Milan:
Campionato Italiano: 1