Nel leggere il titolo di questo articolo, io sono il primo a capirci poco. Immagino lo stesso accada anche a te. Eppure, se mi presti un quarto di attenzione – giusto quel tanto che per legge potrei suscitare – potremmo cercare di capirci qualcosa.
In primis, Raymond Carver non era pasticciere. Non festeggiava compleanni – anche se da lì parte “Una cosa piccola ma buona” (“A Small, Good Thing”, 1981) uno dei suoi racconti più struggenti.
La torta cui mi riferisco è un’immaginaria rappresentazione della società americana. Quella torta è circolare e quindi tutta uguale da qualsiasi lato venga osservata. E non è nemmeno troppo appariscente – oggi, i pasticcieri fanno dei capolavori in 3D che nemmeno al computer. Non ha particolari ghirigori e decorazioni, e nemmeno le candeline. Quindi – seguimi, è importante! – non c’è preferenza alcuna nel taglio della fetta. Carver, in pratica, fa proprio questo. Taglia la parte che gli interessa senza alcuna preferenza, come se avesse gli occhi chiusi o non gli importasse dove affonda il coltello. Ogni volta prende una torta, ne taglia una fetta e questa diviene un suo racconto. Ogni racconto, una fetta di una torta diversa. Tanto diversa, da sembrare anonima. La torta è l’esistenza, la vita, una storia – più o meno allegra, più o meno stramba, più o meno normale – in cui molti di noi  potrebbero riconoscersi.
E perché no? Pure io e te.
Di quelle esistenze, monotone come una torta circolare non decorata, Carver estrae un pezzo, lo racconta fino a quando quest’ultimo si interrompe quasi di colpo, lasciandoti con il punto interrogativo stampato in fronte. Che avrà voluto dire?, ti chiedi, a quel punto. La risposta sta nel ripetersi strambo del quotidiano, il banale nei visi, nelle virtù e nelle paranoie e in tutte le piccole miserie della società moderna.
Ho scoperto Carver grazie alla Minimum Fax, che negli ultimi quindici anni ha (ri)portato a galla molti autori americani di spessore (scoperte parallele sono il vulcanico David Foster Wallace e l’esistenziale e rude Richard Yates – se non lo conosci, leggi “Revolutionary Road” e lo conoscerai), sovente ignorati nel nostro paese alle prime apparizioni.
“Una cosa piccola ma buona”, come tanti altri pezzi da maestro scritti da Carver, sono contenuti in “Cattedrale” (“Cathedral”, Alfred A. Knopf, New York, 1983; ed. italiane Mondadori   1984, Serra e Riva Editori 1987,  Minimum Fax 2002). Il racconto che dà il titolo alla raccolta è famosissimo: parla dell’incontro tra un uomo e un cieco che gli insegna a vedere le cose: “Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente.”
Una cattedrale che è grigia ma non maestosa e roboante come quelle dei romanzi storici, e la cui magnificenza si riflette su trame e fatti. In Carver essa diviene invece un’imponente edificio costruito sul nulla, sulle miserie e le ragnatele di vite comuni, di operai, spazzacamini, coppie in crisi e verbi smozzicati dall’alcool che scorre a fiumi in veste del “miglior rimedio a tutti i mali”, gente che dista anni luce dalla sfavillante America dipinta in altri romanzi, persa tra illusioni e piccole debacle, fughe o partenze, libertà e soffocante noia. Le piccole varianti al sistema sono contenute in una pezza, quella che la nonna o la mamma usano per togliere la polvere. Quella pezza toglie i milioni di granelli che seppelliscono le vite comuni, boccheggianti in un’oscurità inconsapevole. Le vite vengono schiarite da un colpo di pezza, anche se questa parziale ripulita si rivela troppo poco per cambiare l’esistenza.
Le storie che narra lo scrittore americano, raccolte in una summa della produzione consistente nei 37 racconti che compongono “Da dove sto chiamando” (“Where I’m Calling From”, Atlantic Monthly, 1982; ed. italiana Minimum Fax 1999 e Mondadori 2005) sono vicende senza picchi né valli, abissi senza fondo e cime senza punta. Coppie e ambiti domestici, dettagli insignificanti elevati al rango di pagine letterarie. Perfettamente cesellate, senza grandi colpi di scena, le storie coltivano una tensione continua che si esprime nei dettagli, nelle movenze, nei piccoli tic dei protagonisti. A volte, potrebbe apparire fin troppo freddo, ma col suo stile Carver non ha bisogno di santificare esistenze attraverso forme letterarie erudite. Ti spiattella davanti le vite che racconta, senza fronzoli, come un’omelette mal riuscita. Poi ci rifletti, e capisci che l’omelette era fottuta in partenza, e non è affatto colpa dello scrittore. Lo stile scarno è voluto, quasi a voler fotografare un istante, una scena, prima di passare di corsa alla successiva, che di tempo non ce n’è.
“In genere scopro cosa voglio dire proprio nell’atto di dirlo.”
“Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.”
“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” (“What We Talk About When We Talk About Love”, Alfred A. Knopf , 1981; ed. Italiana Minimum Fax 2001, Mondadori 2005) è un confronto tra coppie che parlano d’amore. Scontata o no, è una delle massime espressioni del lavoro di Carver, ed è stata un’ispirazione nemmeno troppo occulta per il pluripremiato “Birdman” (2014) di Alejandro González Iñarritu. In passato, Raymond Carver aveva ispirato, con una serie di racconti, nientemeno che il Robert Altman di “America Oggi” (1993).
Una volta che ce l’hai in mano, un suo libro devi leggerlo. Non c’è da intendere ragione. Egli fu uno scrittore che soffrì di persona le vite che raccontò. Non si tratta di autobiografia, ma poco ci manca – come del resto accade un poco a tutti gli scrittori. Nella vita, Raymond fu preso tra vari lavori, famiglia e problemi con alcolismo e ingerenze lavorative – esemplare la vicenda di Gordon Lish, il suo editor che voleva intervenire spesso sui testi, fino a ridurli all’osso, onde farne il miglior rappresentante di un minimalismo americano che, di fatto, non esiste se non in un approccio culturale che non ha frontiere ma mille patrie. Di recente, Einaudi ha pubblicato “Principianti” (2010), versione allungata dei racconti contenuti in “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Senza i tagli di Lish, la narrativa di Carver cambia sembianze, prende altre strade e diviene stranamente irriconoscibile – a meno di non essere esperti della sua opera.
Il buon Ray crebbe in una famiglia povera ma laboriosa, al confine tra agiatezza e miseria (“Quelli che stavano meglio di noi erano agiati, quelli che stavano peggio erano disgraziati e non lavoravano”), e portò tale coscienza avanti anche nella carriera, muovendosi a piccoli passi e ponendosi il problema delle scelte e della convinzione in quel che faceva.
La sua produzione era già in gran parte contenuta nella raccolta “Vuoi star zitta, per favore?” (“Will You Please Be Quiet, Please?”, McGraw-Hill 1976; ed. italiana Minimum Fax,  in cui le esperienze di vita divennero vite narrate, un caleidoscopio di situazioni in cui Kafka incontra Čechov, ed entrambe incontrano Carver.
Lo stile stringato fino al midollo degli inizi virò nei primi anni Ottanta verso una maggiore apertura, con una scrittura più morbida e passaggi più lunghi. L’essenza matura di quegli anni portò addirittura un pizzico d’ottimismo, anche se la scrittura di Carver non fu mai una passeggiata (almeno nei contenuti). La poesia fu un altro dei suoi pallini, anche se spesso considerata secondaria. La poetica di Ray ricalcava quello che già esprimeva ad alti livelli nella narrativa breve. Esplodeva – letteralmente – in poche pagine. Raccolte edite in Italia, tutte per Minimum Fax, sono “Racconti in forma di poesia” (1999; “Where Water Comes Together With Other Water”, Vintage Books, 1985), “Il nuovo sentiero per la cascata” (2001; “A New Path To The Waterfall”, Atlantic Montly Press, 1989) e “Orientarsi con le stelle. Tutte le poesie” (2003; “All Of Us: The Collected Poems”, Harvill Press).
Carver è stranoto per la maniacale precisione nelle revisioni, le frasi perfettamente cesellate da un taglio chirurgico, da una forma parossistica di correzione fino all’ultimo. In un certo senso, portò allo stremo l’approccio hemingwayano alla narrativa breve. La croce di molti scrittori è proprio la fase di revisione – non la prima, che in fin dei conti è aggiustare le parti dolenti, le deficienze di trama e scenografiche, oppure i dialoghi zoppicanti, bensì quelle successive. Per Raymond Carver, no. Accadeva esattamente il contrario. Lo disse lui stesso ne “Il mestiere di scrivere” (Einaudi, 1997), vademecum per aspiranti scrittori. Non si può insegnare a scrivere, era a quanto pare il suo credo, ma si può benissimo imparare a farlo. Questo è, a mio immodesto parere, uno dei testi più interessanti sullo scrivere. Non ne ho letti molti, di così efficaci (si tratta di saggi accorpati dai due curatori Stull e Duranti, con un apparato per esercitarsi). Credo mi sia piaciuto soprattutto per quella sensazione di trucco del mestiere che viene svelato senza che tu te ne accorga. Invito chiunque aspiri a scrivere ben più di una mail o una cartolina a dargli un’occhiata. Carver assaporò Čechov, ma la sua costruzione avvenne grazie a John Gardner (suo insegnante di scrittura conosciuto nel 1958, altro fulgido talento purtroppo scomparso prematuramente nel 1982. Curiosamente, anche se in circostanze diverse, entrambi persero la vita in pratica sulla soglia dei cinquanta). Dal giovane Gardner l’altrettanto giovane allievo imparò molto, e non secondario fu l’approccio con chi si avvicina all’arte di scrivere. Quel modo di impartire lezioni con amicizia, pazienza, senza la supponenza e la gravità presente in molti che pretendono di insegnare a scrivere (come se si potesse veramente farlo). Di Gardner il buon Ray ricorda: Mi aiutò a capire quanto fosse importante dire esattamente quel che volevo dire e niente di più; non usare parole «letterarie» o un linguaggio «pseudopoetico». Cercò di spiegarmi la differenza che c’è, ad esempio, tra il dire «l’allodola vola sul prato» e «sul prato l’allodola vola». C’è un suono, e un senso, diverso, no? La parola «terra» e la parola «suolo», per esempio. Terra è terra, diceva, significa terra, sporco, quella roba là. Ma se dici «suolo», allora è qualcosa d’altro, è una parola che ha altre ramificazioni. Mi insegnò a usare le contrazioni nella mia scrittura. Mi mostrò come dire ciò che volevo dire e a usare il minimo numero di parole per farlo. Mi fece capire che tutto, assolutamente tutto, ha importanza in un racconto. E’ importante sapere dove mettere le virgole e i punti. Per questo, per quello, perché mi diede la chiave del suo ufficio in modo che potessi avere un posto per scrivere nei fine settimana, per aver sopportato la mia sfacciataggine e la mia generale mancanza di senso, gli sarò sempre grato. Lui è stato un influsso…”
Carver si avvicinò così alla grande letteratura, al pensiero intellettuale, dando una svolta alla propria visione del mondo, assaporando quanto gli veniva insegnato e elaborandolo a modo suo. La sua visione sul talento, sullo scrivere, su tanti aspetti del mondo della narrazione, fluisce in maniera eccellente in questo libro, che è improprio definire biografia e riduttivo chiamare manuale. Ecco un passaggio: “… Verso la metà degli anni Sessanta, mi sono reso conto che avevo qualche difficoltà a concentrare l’attenzione su opere narrative di una certa lunghezza. Per un po’ di tempo ho avuto difficoltà a leggerle, oltre che a cercare di scriverne. La mia capacità di attenzione si era come esaurita; non avevo più la pazienza necessaria a tentare di scrivere dei romanzi. È una storia complicata e troppo noiosa per raccontarla ora. Però so che ha molto a che fare con la ragione per cui scrivo poesie e racconti brevi. Presto dentro, presto fuori. Niente indugi. Avanti. Può darsi che sia successo perché a quell’epoca, mentre mi avviavo verso la trentina, avevo perso qualsiasi ambizione di grandezza. Se questo è vero, be’, tutto sommato credo sia stato meglio che mi sia andata così. L’ambizione e un po’ di fortuna sono cose che possono essere di molto aiuto per uno scrittore, se ce l’ha. Troppa ambizione e poca fortuna, se non proprio scalogna, possono rovinarlo. Ma soprattutto bisogna avere talento. Ci sono scrittori che di talento ne hanno tanto; non conosco scrittori che non ne abbiano. Ma un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo, sono un’altra cosa. Ogni grande scrittore e anche semplicemente ogni bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni. E’ qualcosa di simile allo stile, quello di cui sto parlando, ma non è solo questione di stile. E’ il tipo di inconfondibile e unica firma che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa egli scriva. E ne fa il suo mondo e niente altro. E’ una delle cose che contraddistingue uno scrittore. E non è il talento. Di quello ce n’è anche troppo in giro. Ma uno scrittore che ha una maniera particolare di guardare le cose e riesce a dare espressione artistica alla sua maniera di guardare le cose, è uno scrittore che durerà per un pezzo…”
Scrisse anche che: “… Gli influssi sono forze – occasioni, personalità – irresistibili come maree…”
Bene, io non saprei che altro aggiungere.
Carver, cosciente del brutto male che lo stava devastando e della fine ormai imminente (lui, giovane cinquantenne ma con secoli di vita vissuta alle spalle), sperava di aver non cinque, non tre, ma almeno un altro anno da vivere. Un altro anno gli sarebbe bastato per completare il quadro. La sintesi letteraria fu il suo marchio di fabbrica, così come il progetto che divenne via via più consapevole nella sua poetica, quel narrare la vita reale senza pennellate inutili.
Di Raymond Carver – scomparso nel 1988 – è rimasto un pugno di racconti, un fascio di poesie, un talento espresso con generosità. Dal suo modo personale di vedere, di sentire e scrivere, sono nate maree di influenze, direzioni da seguire.
Ray, tu sì che sei stato uno scrittore che durerà per un pezzo.

Best regards, 

Enzo D’Andrea

Raymond Carver E Il Taglio Della Torta

Raymond Carver