Un fiammeggiante frastuono. Così avevo intitolato la prefazione al libro “Du Hast – La Musica dei Rammstein” scritto alcuni anni fa da Kyt Walken per Tsunami Edizioni. Perché dal mio punto di vista è quella l’immagine migliore per descrivere il panzer tritabudella assemblato agli inizi degli anni Novanta da Till Lindemann e soci. Le fiamme hanno fatto parte fin da subito della storia del gruppo grazie alle competenze pirotecniche che Lindemann, possente frontman dal timbro cavernoso e dalla presenza imponente, ha sempre messo a disposizione degli show dal vivo mangiando e sputando fiamme sul pubblico. Sul frastuono c’è poco da commentare, perché il muro sonoro eretto dai berlinesi fin dagli esordi ha rappresentato un biglietto da visita granitico ed inscalfibile per chiunque si avvicinasse alla formazione. La commistione faustiana tra le due componenti ha generato una delle creature musicali più terrificanti degli ultimi anni, un gruppo che ha scelto come nome qualcosa che sta a metà tra il verbo “battere” (rammen) ed il nome della località tristemente famosa per il disastro aereo del 1988 in cui durante una esibizione delle Frecce Tricolore persero la vita 70 persone.

I Rammstein nascono a Berlino nel 1993, quando alcuni ragazzi mettono insieme la loro voglia di musica. Till Lindemann, un promettente campione di nuoto, è il cantante dalla voce profonda e ferma che viene arruolato dal fondatore e chitarra solista Richard Kruspe, una delle maggiori anime compositive del gruppo, a sua volta affiancato da Paul Landers alla chitarra ritmica. La sezione ritmica vede Oliver Riedel al basso e Christoph Schneider alla batteria. La formazione comprende anche le tastiere, parte fondamentale del sound dei tedeschi, magistralmente padroneggiate da Christian Lorenz. La band si inserisce fin dal principio nel filone della Neue Deutsche Härte, venendo da subito accostata dalla critica a formazioni teutoniche come OOMPH! e Die Krupps. La presenza di drum machine, le chitarre distorte e serrate, le linee vocali minacciose ed infarcite del timbro baritonale di Lindemann fanno guadagnare ai Rammstein la categoria di Industrial Metal, anche se loro successivamente preferiranno definire la loro musica Tanz Metal.
L’album d’esordio, “Herzeleid” del 1995, attira da subito la curiosità di tanti, tra cui il regista di culto David Lynch che li vorrà nella colonna sonora, assemblata da Trent Reznor dei Nine Inch Nails, del suo film “Lost Highways” (1997), sdoganandoli di fatto presso il grande pubblico con i brani “Heirate Mich” e “Rammstein”.
L’uscita due anni dopo (1997) di “Sehnsucht” (che vanta brani come “Sehnsucht”, “Du Hast”, “Klavier”) suggella l’affermazione del gruppo. In appena cinque anni i Rammstein sono stati in grado di passare dalla fama in Patria alla conquista europea e soprattutto americana. Sull’onda del successo di questi due LP verrà dato alle stampe il loro primo disco (un doppio) dal vivo, “Live Aus Berlin” (1999).
Quando nel 2001 esce “Mutter”, la fama dei Rammstein è ormai un dato di fatto che li impone al mondo come uno dei maggiori act metal. I live del gruppo sono esperienze che lasciano il segno, infarcite di veri e propri inni come “Engel”, “Ich Will”, “Du Hast”, “Sonne”, “Links 2 3 4”, “Mutter”, “Feuer Frei!”, “Du Riechst So Gut”. Show spettacolari, con scenografie militaresche di fuoco e acciaio ed un impatto frontale raro. Dimenticando Scorpions e Nina Hagen, in tanti si improvvisano dicendo che i Rammstein sono il primo vero grande fenomeno rock partorito dalla Germania. Anche se potrebbe non essere esattamente così, una verità di non secondario rilievo c’è: la band non si piega alle facili scorciatoie del mercato ed orgogliosamente non rinuncia a cantare in tedesco, divenendo di fatto il primo gruppo germanico a scalare le classifiche mondiali con la lingua madre. L’utilizzo del tedesco aumenta anzi il gradiente di monoliticità della proposta musicale, perfetto contrappunto alle ritmiche martellanti ed ai riff macinati dalla chitarra di Kruspe. La voce di Lindemann diventa il tratto caratteristico che rende più immediatamente riconoscibili i Rammstein al grande pubblico, generando purtroppo in buona parte della critica un accostamento azzardato e grossolano, quello con gli sloveni Laibach. Rammstein e Laibach hanno ben poco in comune, soprattutto se si osservano attentamente il contenuto della proposta, la radice concettuale e le soluzioni musicali, ma si sa che spesso gli accostamenti si fanno per amore di semplicità.

Nel 2004 “Reise, Reise” e l’anno successivo “Rosenrot” confermano la buona stella dei tedeschi, anche se quest’ultimo secondo parte della critica mostra alcuni piccoli segni di stanchezza. In realtà la corsa dei tedeschi è proceduta talmente spedita da aver generato aspettative sempre più alte da parte di tutti. E con le aspettative le polemiche. Sì, perché parlare dei Rammstein senza citare gli strali che si sono attirati nel corso degli anni è impresa impossibile. Il primo fantasma con cui hanno dovuto fare i conti è quello del nazismo, forca caudina attraverso cui Lindemann e soci sono dovuti passare quando hanno iniziato a fioccare le accuse di chi vedeva nel loro atteggiamento militaresco e nell’estetica belligerante un richiamo a ideologie di estrema destra. I Rammstein hanno sempre glissato e rispedito al mittente le accuse. Un’altra polemica che li ha portati all’attenzione dell’opinione pubblica è quella nata all’indomani della strage della Columbine High School, in cui due studenti hanno ucciso a colpi di fucile e pistola insegnanti e compagni di scuola. A casa dei due killer sono stati trovati album di Marilyn Manson e Rammstein, e tanto è stato sufficiente per far ritenere a molti soloni della psicologia giovanile che questi gruppi fossero addirittura assimilabili ad ispiratori della strage. Anche in questo caso la band rimbalza prontamente e con sdegno ogni illazione di questo genere. Cosa invece il gruppo mette di proprio per alimentare molte polemiche sono i testi, spesso sessisti, provocatori, violenti, incentrati su argomenti tabù come, pornografia, sadomasochismo, cannibalismo, incesto e stupro. Anche i video che i Rammstein girano per i propri singoli gettano ulteriore benzina sul fuoco. In “Sonne” c’è una Biancaneve sadomaso che ha ben poco in comune con la principessa della fiaba, mentre il video di “Ich Will” viene bandito dalle televisioni americane perché i richiami al terrorismo stridono troppo di fronte ai fatti dell’11 Settembre, che si sarebbero verificati il giorno successivo alla sua prima messa in onda.
Il culmine i Rammstein lo toccano nel 2009, quando l’album “Liebe Ist Für Alle Da” (ricco di ballate meravigliose come “Frühling In Paris” e “Mehr”) viene preceduto dal singolo “Pussy”, un pezzo che sembra quasi un’autocaricatura del gruppo, smaccatamente volgare, musicalmente ricco di autocitazioni e corredato da un video che infrange l’ultimo tabù di un nome mainstream, il porno. Sì, perché i Rammstein assoldano vere pornostar per girare un video hard che viene trasmesso su un sito porno. E poco importa se si viene a sapere che in realtà non sono i membri del gruppo a fare da partner alle prosperose protagoniste, ma controfigure esperte i cui corpi sono opportunamente sostituiti con la tecnologia a quelli dei musicisti. Di quest’album ne viene addirittura distribuita un’edizione limitata dove nel packaging si trovavano i dildo a forma (e si vocifera anche misura) di pene di tutti i componenti della band.
Ma la provocazione non è fine a se stessa.

Per i Rammstein è uno dei modi con cui entrare in contatto con sempre più pubblico. Lindemann spesso ammette di voler abbattere la barriera linguistica derivante dall’utilizzo del tedesco con le immagini dei live e dei video, immagini che spesso servono a riflettere il contenuto dei testi, con impatto ed immediatezza. In questo i Rammstein si sono dimostrati dei veri maestri, poiché sono stati in grado di affermare il loro ideale artistico senza sacrificare l’uso della lingua madre, con solo poche e sporadiche concessioni all’inglese. Musicalmente il loro suono ha saputo tenersi efficacemente in bilico tra Metal ed Elettronica, attirando sia frange del pubblico Metal che le ali più Dark. E nonostante i numerosi progetti solisti dei suoi membri, le voci di presunte crisi, i fantasmi di possibili scioglimenti, la bandiera dei Rammstein continua a sventolare alta e libera.

Giovanni Rossi

Rammstein - Du Hast (1997)

Rammstein – Du Hast (1997)