“Il futsal non è soltanto tattica, tecnica e schemi. C’è qualcosa di più!”

(Donato Ramaglia)

Una volta un amico mi chiese: “Ma cos’è questo futsal di cui spesso parli?”. La mia risposta fu estremamente semplice: “È il calcio a 5, almeno per gli addetti ai lavori; per moltissimi è il modesto calcetto. Il fratello ‘brutto’ del divin calcio, per chi intende il gioco del pallone soltanto in questa maniera!”.
Se proviamo a capovolgere il punto di vista, almeno per una volta, almeno qui e ora mentre scorriamo le parole di questo trafiletto, e ci stacchiamo dal calcio, possiamo scoprire un mondo nuovo, a sé stante. Ed ecco che, il brutto anatroccolo, si trasforma in magnifico cigno! Il fratellastro del calcio diventa l’élite dello sport col pallone tra i piedi. Proprio così, sebbene non si voglia fare questo passo che appartiene più ad una apertura mentale che non al semplice recarsi al “campo” per riempire alcune ore diversamente noiose! Già, bisogna chiarire subito che il futsal, si gioca sì su un campo, ma, come ci suggerisce velatamente la parola derivata dal portoghese, si gioca su un campo chiuso in una sala! Certo, una sala! Voi direte: “Ma cosa ci vuoi far credere?”. Nulla di diverso da ciò che è realtà! Da qui nasce, infatti, il nome della disciplina: FUTSAL, che è la fusione di due parole, appunto portoghesi, che sono futebolsalão.

Dunque questo gioco prende vita su un campo, deliziosamente costruito in parquet, nella sua massima espressione; ma è possibile trovarne di amabilissimi anche in gommato; di quelli in erba sintetica meglio lasciar correre…
Su una superficie ridotta, di 40 metri lunga e 20 larga, dieci giocatori, i futsalisti, competono con grande agonismo a superarsi. E lo fanno mettendo in campo tutto un bagaglio tecnico, tattico e fisico che riassume l’essenza del gioco stesso in una parola: esplosivo! Molto entusiasmante è, infatti, assistere da vicino ad una gara. I momenti che si susseguono sembrano inseguirsi in un vortice crescente di intensità, di velocità, di frenesia! Pochi sono gli attimi di tregua, il regolamento impone una continuità di gioco per cui ogni volta che un’azione si conclude, entro i successivi quattro secondi, la palla, una magica sfera a “rimbalzo controllato”, deve nuovamente e prontamente essere giocata. E allora, ecco svilupparsi il gioco, cambi di fronte repentini si alternano a giocate individuali quando la squadra che difende lo fa in maniera piazzata e ruvida; la personalità di giocatori fantastici, come ad esempio il portoghese Ricardo Filipe Da Silva Braga, detto Ricardinho, il brasiliano Alessandro Rosa Vieira, meglio conosciuto come Falcão o la spagnola Patricia Jornet e la brasiliana Luciléia Renner Minuzzo, emerge in aiuto dei compagni a risolvere faccende intricate e scomode. I colpi si ripetono, si intensificano; gli allenatori, come due attentissimi esperti giocatori di scacchi, modificano le proprie squadre in base al momento, sostituendo a oltranza gli uomini in campo, per far sì che l’acqua sia spinta verso il proprio mulino. Aggiustamenti tattici, strategie pianificate con cura certosina, portieri di movimento chiamati a dare l’assalto, insieme ai loro compagni, a fortini arroccati, e quel tempo che si consuma mentre la frenesia del gol ha ormai invaso tutti i partecipanti!
Ma c’è, dietro a tutto ciò, una conditio sine qua non che genera una “comunicazione” tra i giocatori in campo e si diffonde, allo stesso modo di un virus, a tutti i componenti della panchina e tra il pubblico creando una connessione ancora più grande perché raggiunge un numero di persone maggiore: il passaggio del pallone. Questo momento del gioco viene continuamente accompagnato dagli “oooooh” di meraviglia dei tifosi che, rapiti, apprezzano e approvano quanto di buono sta facendo la propria squadra. Ma, diffidate dei tifosi! Il loro animo è volubile, la memoria brevissima: accade spesso, infatti, che lo stesso giocatore che sette secondi prima (questo il tempo medio di sviluppo di un’azione) era stato autore di una pregevole giocata, si trovi adesso ad essere accompagnato da urla e turpiloqui di ogni sorta proprio per aver ritardato, mancato o fallito clamorosamente un passaggio! Sì, perché ritardare, mancare o fallire un passaggio significa interrompere la “comunicazione” tra gli attori in campo, che invece deve fortificarsi. Un passaggio riuscito è una connessione stabilita; come se, un giocatore o una giocatrice, stesse dicendo al compagno, senza bisogno di utilizzare le parole: “Aiutami, costruiamo insieme per raggiungere l’obiettivo comune!”.
Passaggi, passaggi e ancora passaggi; passaggi di tempo, passaggi col tempo giusto, passaggi nello spazio. Passaggi… la base del futsal che sintetizza, in quaranta minuti effettivi, il susseguirsi degli attimi che compongono il grande puzzle della vita, al quale possiamo, ora, inserire la tessera con su scritto: “Playing Futsal with Heart and Fun!”.

 

Donato Ramaglia

Ricardinho

Ricardinho