Capelli biondi, occhi celesti… detta così sembra l’inizio di una favola con la descrizione del classico principe azzurro. Ed in fondo ci potrebbe anche stare visto che stiamo per raccontare la storia di un danese. La Danimarca si sa, patria dell’“Amleto” di William Shakespeare, è da sempre terra fertile per raccontare storie di nobili, principi e gesta di eroi. Ma non è proprio di un principe che parleremo in questo nostro racconto; di un principe del calcio semmai, quello sì, ma non è propriamente la stessa cosa. Se fosse un personaggio della letteratura cavalleresca sarebbe uno scudiero, un cavaliere coraggioso… un guardiano. Ecco, appunto, un guardiano, un custode di una fortezza: tutti gli indizi, se non siete riusciti ancora a capire di chi si tratti, portano a lui ma… vi lasciamo ancora qualche secondo a riflettere e nel frattempo vi regaliamo altri piccoli aiuti: ritrovarselo di fronte a tu per tu non deve essere stata una bella esperienza per nessun attaccante. Andare a sbattere contro un muro forse è meno rischioso e farebbe comunque meno male. Quello di cui stiamo parlando non è certamente un pugile (non sono Boris Battaglia!), anche se il sui fisico e la sua stazza potrebbero farlo credere. Dai, avete capito… lui è: Peter Bolesław Schmeichel. Una montagna di 193 centimetri per 102 chilogrammi, ruolo: portiere. Schmeichel è stato uno dei giocatori danesi più importanti della storia insieme ai fratelli Michael e Brian Laudrup, con cui ha anche giocato e vinto. Nasce a Gladsaxe il 18 novembre del 1963, da padre polacco e mamma danese. Poco si sa della sua infanzia, che tuttavia è praticamente segnata dall’amore per il gioco del calcio. Già da ragazzino era un colosso rispetto ai suoi compagni di squadra, e si innamora della porta. Gli piace giocare tra i pali e impedire ai suoi avversari di segnare. Non disdegna però qualche incursione nell’area avversaria: vista la sua mole imponente infatti, spesso sui calci d’angolo va a saltare di testa, soprattutto nelle partite in cui c’è da recuperare il punteggio. Una caratteristica, quella di spingersi in avanti sui calci piazzati, che conserverà anche una volta diventato grande. La sua carriera da professionista comincia tra le fila del Gladsaxe-Hero, dove mette insieme 46 presenze in prima squadra tra il 1981 e il 1983. Le sue parate, la sua sicurezza nelle uscite e il suo carisma vengono notati dalla dirigenza dello Hvidovre, un club di Serie A danese. Appena tesserato, si impadronisce della maglia da titolare per tre stagioni e oltre alle 88 partite disputate, fa valere anche le sue doti da goleador: in questi tre anni infatti mette a segno ben sei reti che non sono affatto poche per un portiere. Il 1987 è un anno importante per la sua carriera, in quanto il Brøndby IF decide di puntare su di lui per difendere la propria porta. E Schmeichel lo fa benissimo, in quanto a fine anno conquista il primo titolo nazionale con i gialloblu. Il suo rendimento è altissimo e nel 1988 riesce a bissare nuovamente la vittoria del Campionato dell’anno precedente. La bacheca comincia a riempirsi, anche se per diventare un portiere di fama internazionale, c’è bisogno di mettersi in mostra nelle competizioni europee per club e per nazionali. Nell’estate del 1988 la Danimarca si qualifica agli Europei di Germania. I rosso crociati non sono certamente tra i favoriti della manifestazione, tanto più che vengono inseriti nel girone insieme alla Germania, all’Italia e alla Spagna. E difatti l’esperienza di Euro ’88 si rivela “catastrofica”: arrivano tre sconfitte (2-3 contro gli iberici e doppio 0-2 contro tedeschi e azzurri). Da questa prima cocente delusione segue un’annata particolarmente sfortunata che porta nella personale bacheca di Peter solamente una Coppa di Danimarca, nient’altro. Va un po’ meglio nella stagione 1989-1990 con il terzo “Scudetto” in quattro anni; la Nazionale danese però rimane fuori dalle qualificazioni per Italia ’90 e quindi niente Mondiali per il biondo portiere. Una delusione parzialmente mitigata dal quarto titolo nazionale nel 1991 e il lungo cammino in Coppa Uefa. Il Brøndby IF arriva infatti fino alle semifinali, eliminato dalla Roma. Nel match in casa i danesi pareggiano per 0-0. Nella partita di ritorno all’Olimpico, i giallorossi passano in vantaggio con Ruggiero Rizzitelli nel primo tempo. Nella ripresa un’autorete di Sebino Nela fissa il punteggio sull’1-1. A tre minuti dal termine, proprio quando la Finale contro l’Inter sembrava vicinissima, ecco che una “zuccata” di Rudi Völler spegne le speranze dei danesi. E’ questa la partita in cui forse Peter capisce che se vuole essere protagonista anche in Europa, deve uscire dai confini nazionali. E non a caso, nell’estate del 1991, arriva l’offerta di un top-club come il Manchester United. “Abbiamo fatto l’affare del secolo!”, dichiara alla stampa l’allora manager dei red devils Alex Ferguson, che era rimasto estasiato dalla personalità di Schmeichel oltre che dalla sua grande reattività tra i pali. Nonostante la stazza infatti, Peter era molto agile e riusciva ad arrivare anche negli angoli più lontani, poi in uscita era praticamente insuperabile. La stagione 1991-1992 vede il Manchester contendere il titolo al Leeds United, ma in Campionato arriva “solo” un secondo posto. I trofei tuttavia non mancano, visto che Schmeichel e soci portano a casa la Coppa di Lega (vittoria per 1-0 contro il Nottingham Forest) e soprattutto la Supercoppa Europea. Il Manchester United infatti ha vinto nel mese di maggio la Coppa delle Coppe mandando al tappeto il Barcellona per 2-1, e ora si ritrova ad affrontare la Stella Rossa di Belgrado vincitrice della Coppa dei Campioni contro l’Olympique Marsiglia. Si gioca in gara unica all’Old Trafford di Manchester e il gol di Brian McClair a metà secondo tempo è sufficiente per battere la formazione slava, che da quel momento in poi comincerà a sgretolarsi. Per Peter si tratta del primo titolo internazionale vinto in carriera e, sperando di conquistarne altri, se ne va nell’estate del 1992 in vacanza. I venti di indipendenza che soffiano tra serbi e croati, le tante divisioni etniche e religiose all’interno del territorio della Jugoslavia, stanno portando il Paese verso la guerra civile. I Balcani stanno diventando il teatro di scontri, raid missilistici, guerriglia: insomma è il caos e la sensazione che si ha è che la guerra intestina sarà lunga e sanguinosa. In Svezia, nell’estate del ’92 ci sono gli Europei e proprio la Jugoslavia avrebbe il diritto di parteciparvi. Se non che, a causa della difficile situazione sociale e politica, la UEFA decide di escluderla per motivi di sicurezza. Così al suo posto viene chiamata proprio la Danimarca. I giocatori della Nazionale però, sono in vacanza. La federazione danese allora li richiama in tutta fretta e anche se è più di un mese che non ci si allena, c’è da difendere i colori della propria Nazione a Euro ’92 e tutti rispondono presente. Vista la situazione nessuno ovviamente si aspetta nulla dalla Danimarca, se non la semplice presenza. Non è una squadra da temere quando è in forma, a maggior ragione quando i suoi calciatori vengono da diversi giorni di riposo e senza allenamenti nelle gambe. I danesi sono inseriti nel girone insieme ai padroni di casa della Svezia, all’Inghilterra e alla Francia. All’esordio nel torneo contro gli inglesi finisce 0-0. La convinzione da parte di tutta la critica è che questo rappresenti l’unico punto che la Danimarca conquisterà in tutta la manifestazione. La sconfitta di misura contro i cugini svedesi sembra avvalorare la tesi. Nell’ultima gara del girone però, arriva una vittoria incredibile per 2-1 contro la Francia e il secondo posto del raggruppamento permette a Schmeichel e compagni di passare il girone come seconda classificata. Le quattro formazioni qualificate sono, oltre ai danesi, la stessa Svezia, la Germania e l’Olanda. L’accoppiamento della semifinale vede l’Olanda come avversaria. Dopo appena 5’ è Henrik Larsen a portare in vantaggio proprio la Danimarca, ma al 23’ Dennis Bergkamp pareggia i conti. Passano solamente dieci minuti e ancora Larsen va in gol. Si va al riposo con i danesi avanti per 2-1. Nel secondo tempo, a quattro minuti dalla fine, Frank Rijkaard fa 2-2 e la sensazione è che l’Olanda possa prevalere nei supplementari. Ed invece il punteggio non si schioda costringendo le due squadre ad andare ai calci di rigori per decretarne la finalista. Dagli undici metri la Danimarca è infallibile, mentre dall’altra parte proprio Schmeichel si prende la scena parando il tiro a Sua Maestà Marco Van Basten, una delle stelle dell’Europeo e il miglior calciatore del Vecchio Continente. Peter ci mette le sue manone per spingere i suoi compagni verso la finalissima contro la Germania, che nel frattempo ha avuto ragione della Svezia per 3-2 nell’altra semifinale. Il 26 giugno 1992 a Göteborg, si ritrovano di fronte i danesi e i tedeschi. Sulla carta non c’è partita, i teutonici sono nettamente i più forti. Schmeichel è soci hanno già realizzato un’autentica impresa nell’arrivare fino in fondo al torneo contro i pronostici della massa. Tutti sono convinti che la “favola danese” possa concludersi qua, in fondo hanno già scritto la storia calcistica del loro Paese. In avvio Peter in uscita riesce a sbarrare la strada a Karl-Heinz Riedle, conservando lo 0-0 e tenendo i suoi in partita. Al 18’ del primo tempo però John Jensen impallina Bodo Illgner con una bordata dal limite dell’area. La reazione tedesca è immediata: una conclusione in diagonale e radente di Jürgen Klinsmann sembra destinata a terminare la sua corsa in fondo all’angolino, ma con una prontezza di riflessi incredibile Schmeichel la va a deviare con la punta delle dita mettendola in calcio d’angolo. Una parata semplicemente mostruosa che vale quanto un gol. Si va al riposo sul punteggio di 1-0. Nella ripresa la pressione della Germania è ancora più opprimente. Sono tanti i palloni che arrivano dentro l’area di rigore danese, ma il solito Schmeichel, con diverse uscite spettacolari in presa alta, disinnesca tutti i tentativi dei ragazzi di Berti Vogts. La Danimarca quando riesce ad alleggerire le offensive tedesche fa malissimo in contropiede alla retroguardia teutonica, anche se non riesce a finalizzare. A dieci minuti dalla fine tuttavia, una bella giocata di Kim Vilfort manda gambe all’aria i centrali avversari e con una conclusione di giustezza mette la palla alle spalle di Illgner. E’ il 2-0 che in pratica chiude il discorso. La Danimarca conquista il Titolo Europeo, unico finora nella sua storia. Si tratta di una vittoria inaspettata, ma per questo ancora più bella. Un successo che ancora oggi quando si parla di imprese storiche nel mondo del calcio, viene citata come esempio al pari della vittoria della Grecia a Euro 2004. A 29 anni Peter vede la sua definitiva consacrazione come uno dei portieri più forti d’Europa e del Mondo. Per compiere il definitivo salto di qualità però, c’è bisogno di mettere in bacheca qualche titolo con la maglia del Manchester United sia in campo nazionale che nelle competizioni internazionali. La stagione 1992-1993 è ricca di soddisfazioni. I red devils dominano il Campionato e chiudono davanti all’Aston Villa e al Norwich City con distacchi abissali. Il 7 agosto del 1993 allo stadio londinese di Wembley il Manchester United Campione d’Inghilterra si trova di fronte l’Arsenal, vincitore della FA Cup, per la classica sfida della Charity Shield (la Supercoppa di Lega inglese). La sfida è lunga e si arriva fino ai tempi supplementari che terminano sull’1-1, dopo le reti di Mark Hughes per i red devils e di Ian Wright per i gunners. Servono i calci di rigore per assegnare il trofeo: ancora una volta i guantoni di Schmeichel risultano decisivi dagli undici metri, quando nei tiri “ad oltranza” riesce a neutralizzare il tentativo di trasformazione del suo collega David Seaman. La conquista della Charity Shield è un ottimo viatico verso la stagione 1993-1994 che a fine anno regala al Manchester il suo nono titolo, il secondo di fila per Peter. Arriva anche la conquista della FA Cup ai danni del Chelsea annientato per 4-0. Un trofeo che mitiga in parte la mancata partecipazione della Danimarca ai Mondiali di Usa ’94, competizione che il portierone è costretto a guardare solamente in Tv. Nel corso di quella stessa estate, e precisamente il 14 agosto, il suo palmarès si arricchisce ulteriormente con una nuova Charity Shield, vinta contro il Blackburn Rovers per 2-0 grazie ai gol di Éric Cantona e Paul Ince. Rimane questo l’unico trionfo del 1994-1995, che non vede soddisfazioni né in Campionato, chiuso al secondo posto a -1 dallo stesso Blackburn, né in FA Cup, dove il Manchester arriva fino alla Finale, ma la perde di misura contro l’Everton. In Champions League il cammino si era già fermato ai gironi nel mese di dicembre. Una stagione fallimentare che bisogna immediatamente cancellare sia per Peter che per lo stesso Manchester United.

L’annata 1995-1996 riscatta quella precedente, almeno entro i confini nazionali: in Campionato i red devils spadroneggiano e mettono in riga formazioni dal grosso potenziale in quell’anno come il Newcastle United (secondo) e il Liverpool (terzo). Contro i reds si disputa anche la finale di FA Cup, il 13 maggio 1996. Basta una rete di Cantona per far tornare il sorriso al Manchester. Dopo la “pausa” di Usa ’94, la Danimarca torna in quella estate a partecipare ad una manifestazione dedicata alle nazionali; ma a Euro ’96 che si disputa in Inghilterra, la strada percorsa è breve. Il cammino si ferma infatti ai gironi di qualificazione dopo il pareggio (1-1) contro il Portogallo, la sconfitta (0-3) contro la Croazia e l’inutile vittoria (3-0) contro la Turchia. La Danimarca non riesce a difendere il titolo continentale vinto a sorpresa quattro anni prima. L’Europeo lo conquista poi la Germania che batte (2-1) al golden gol la sorprendente Repubblica Ceca, partita come la “cenerentola” del torneo e arrivata fino in Finale. Una delusione per l’eliminazione della propria Nazionale, che viene mitigata da Peter con la vittoria – ancora una volta – della Charity Shield nel mese di agosto. La Finale contro il Newcastle è senza storia, finisce 4-0 per il Manchester con le reti di Cantona, Nicky Butt, David Beckham e Roy Keane. Il 1996-1997 vede ancora una volta i red devils trionfare in patria davanti all’Arsenal, al Newcastle e al Liverpool. Ma c’è un però: Schmeichel e il Manchester non riescono neanche questa volta a mettere le mani sulla Coppa dei Campioni; l’avventura si ferma a pochi metri dal traguardo: la formazione di Sir Alex Ferguson si classifica come seconda ai gironi e avanza al turno ad eliminazione diretta; riesce a superare il Porto nei quarti di finale ma in semifinale si deve arrendere al Borussia Dortmund che poi conquisterà la Coppa contro la Juventus. Ennesimo tentativo a vuoto che viene “riempito” da una nuova (e ormai se ne è perso il conto) Charity Shield il 3 agosto 1997. Avversario di turno, il Chelsea. Contro i blues la partita è tiratissima e il punteggio di 1-1 dopo 120’ costringe le due formazioni a giocarsi il trofeo dagli undici metri. I tiratori del Manchester United sono infallibili, mentre per il Chelsea ci sono gli errori di Frank Sinclair e di Roberto Di Matteo. Oltre la Charity però la stagione non è affatto positiva; Schmeichel e compagni danno vita ad un lungo braccio di ferro in Campionato con l’Arsenal che per una volta strappa il titolo ai suoi quasi imbattibili avversari… anche se solamente per un punto di differenza tra le due squadre. Come se non bastasse continua pure la maledizione Champions: questa volta il cammino del Manchester si ferma ai quarti di finale contro i francesi del Monaco. Peter Schmeichel parte per i Mondiali di Francia ’98 con l’ennesimo boccone amaro della carriera dovuto ingoiare in campo continentale. La sua Danimarca è inserita nel girone A con i padroni di casa, l’Arabia Saudita e il Sudafrica. La vittoria di misura contro i sauditi e il pari (1-1) contro i sudafricani permettono di staccare il pass per la fase ad eliminazione diretta, nonostante il KO (2-1) contro la Francia. Agli ottavi, la resistenza della Nigeria viene disintegrata con un perentorio 4-1. La Danimarca è ai quarti. Contro il Brasile è partita bellissima e divertente, ma Peter e soci tornano a casa dopo una sconfitta per 3-2. Nel mese di agosto il biondo portiere scende di nuovo in campo nella Charity contro l’Arsenal e la netta sconfitta per 3-0 fa presagire una stagione poco fortunata per i red devils. L’atmosfera negativa viene spazzata via con il passare dei mesi, e la stagione 1998-1999 si rivela trionfale e per certi versi irripetibile. Schmeichel conquista il quinto titolo di Campione d’Inghilterra in sette anni e il 22 maggio 1999 scende in campo per la finale di FA Cup contro il Newcastle United. Il suo palmarès si arricchisce ulteriormente dopo il 2-0 inflitto ai magpies. Quattro giorni più tardi, c’è un trofeo ben più importante che Peter aspetta da tanto, troppo tempo. La Champions League. Una coppa che non viene conquistata da 21 anni, dai tempi di George Best. Al Camp Nou di Barcellona i red devils affrontano un’altra potenza del calcio continentale, il Bayern Monaco. I bavaresi hanno un passato glorioso, fatto di tre vittorie di fila della “coppa dalle grandi orecchie” tra il 1974 e il 1976, ai tempi di una leggenda, Franz Beckenbauer. Da quel momento in poi, solo delusioni con due finali perse, nel 1982 contro l’Aston Villa e nel 1986 contro il Porto. Una Finale degna di tal nome quindi, quella tra Manchester United e Bayern Monaco, ma anche che mette di fronte due squadre che devono fare i conti con il loro glorioso passato. In campo… dopo appena 5’ dall’inizio delle ostilità ecco che i tedeschi infilano il coltello nella piaga: Super Mario Basler (il vero Super Mario!), calcia una punizione dai sedici metri che “buca” la barriera e termina alle spalle di Schmeichel, beffato sul proprio palo. Un gol sulla coscienza del portierone danese che ha un gesto di stizza, sbatte le mani, inveisce contro i compagni di squadra rei di essersi aperti. Resta la rabbia di aver preso un gol sul proprio palo (cosa sempre negativa per un estremo difensore) anche se con qualche attenuante. In realtà Schmeichel sa che l’errore è suo. Il tiro di Basler aggira il “muro” e va ad infilarsi nell’angolino, a trarlo in inganno il movimento di Markus Babbel, difensore tedesco che si era posizionato accanto al muro rosso allungando la barriera, salvo poi spostarsi al momento del passaggio del pallone. Il Manchester è imbambolato per tutto il primo tempo, il gol a freddo ha congelato la mente e le gambe degli inglesi. Nel secondo tempo il Bayern non concede nulla e i minuti passano inesorabilmente. Il punteggio non si sblocca, o meglio i tedeschi sono sempre in vantaggio e il quarto uomo ha segnalato tre minuti di recupero. Beckham sulla sinistra chiama al cross Gary Neville, il suo traversone viene deviato in angolo da Stefan Effenberg, siamo nell’extra time da pochi secondi. Non c’è più nulla da perdere ed ecco che Peter fa una corsa di cento metri per andare a saltare in area, d’altra parte è l’ultima possibilità. Dalla bandierina la palla spiove in area, proprio Schmeichel la tocca di testa ma la sfera schizza lateralmente e viene spazzata via dalla difesa tedesca; Ryan Giggs la raccoglie ai diciotto metri e prova a calciare in porta, non la colpisce bene ma la sua ciabattata diventa un assist per Teddy Sheringham che da pochi passi fredda Oliver Kahn e fa 1-1. Delirio inglese e disperazione tedesca. A nulla servono le proteste dei difensori bavaresi per un presunto fuorigioco, il gol è regolare. E’ 1-1 al 91’. Il Bayern, beffato quando già stava pregustando la cerimonia di premiazione, butta palla in avanti nel tentativo di riprendersi dalla “botta” e per organizzarsi mentalmente per i supplementari. Ma il Manchester recupera il possesso e orchestra un contropiede: Ole Gunnar Solskjær punta Samuel Kuffour che lo chiude ancora in angolo. Dalla bandierina Beckham mette in mezzo, “spizzata” di Sheringham e tocco sottomisura proprio di Solskjær che batte per la seconda volta un incredulo Kahn nel giro di 120 secondi… partita completamente capovolta. Dallo 0-1 al 90’ al 2-1 al 93’ con il Manchester United che passa dall’Inferno al Paradiso. Percorso inverso per il Bayern. Una Finale incredibile, forse una delle più belle e rocambolesche della storia del calcio. Peter dall’interno della sua area si lascia andare a festeggiamenti e piroette. Il mondo si è capovolto in due minuti, i red devils alzano la Coppa al cielo di Barcellona. Campione d’Inghilterra, vittoria nella FA Cup, Campione d’Europa: tre titoli in una sola stagione per Schmeichel, una stagione che rimarrà per sempre come la migliore della sua carriera. Un’annata che non si ripeterà mai più, anche perché a causa di un diverbio acceso con il “Boss” Alex Ferguson, le strade di Schmeichel e dello United si dividono per sempre. In estate Peter decide che è arrivato il momento di cambiare aria e va in Portogallo, allo Sporting Lisbona. Con i leoes riesce a mettere in bacheca un Campionato e una Supercoppa del Portogallo in due stagioni (dal 1999 al 2001). La sua carriera sta volgendo al termine e nel 2001 passa all’Aston Villa, dove vince la Coppa Intertoto e dopo una sola stagione viene ceduto al Manchester City. Lì chiude la carriera nel 2003. La sua vita dopo il calcio è fatta di partecipazioni a programmi televisivi come “Ballando con le Stelle” versione britannica o una specie di reality show dove si improvvisa fattore che insemina maiali, pulisce stalle, spala lo sterco e si occupa di tutte quelle faccende che si fanno in una fattoria. Delle apparizioni in tv piuttosto “imbarazzanti”, ma che di certo non scalfiscono la gloria di uno dei giocatori più amati in Danimarca e a Manchester. Peter Schmeichel, “il Guardiano dell’Old Trafford”, era e resta uno dei simboli del calcio targato anni ’90.

Donato Valvano

Peter Schmeichel

Peter Schmeichel

 

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Nome: Peter Bolesław
Cognome: Schmeichel
Nato il: 18 novembre 1963, Gladsaxe, Hovedstaden, DANIMARCA
Altezza: 1,93
Peso: 102
Ruolo: Portiere

Carriera:

Gladsaxe-Hero (Presenze 46 / Reti )
Hvidovre (Presenze 88 / Reti 6)
Brøndby IF (Presenze 119 / Reti 2)
Manchester United (Presenze 292 / Reti )
Sporting Lisbona (Presenze 50 / Reti )
Aston Villa (Presenze 29 / Reti 1)
Manchester City (Presenze 29 / Reti )
Danimarca (Presenze 129 / Reti 1)

Palmarès:

Brøndby IF:
Campionato Danese: 4 / Coppa di Danimarca: 1 / Calciatore dell’Anno: 1
Manchester United:
Campionato Inglese: 5 / Charity Shield: 4 / Coppa d’Inghilterra: 3 / Coppa di Lega Inglese: 1 / Champions League: 1 / Supercoppa Europea: 1 / Calciatore dell’Anno: 2 / Miglior Portiere della Champions League: 1
Sporting Lisbona:
Campionato Portoghese: 1 / Supercoppa di Portogallo: 1
Aston Villa:
Coppa Intertoto UEFA: 1
Danimarca:
Europeo: 1