NON è “La Grande Bellezza“.
Il colpo di cannone rimbomba dal Gianicolo e la città può muoversi tutta insieme. “O Roma o morte”; così recita la scritta alla base del monumento di Giuseppe Garibaldi. L’Italia di Roma (e la Roma di Paolo Sorrentino) “ha inizio” con questa proverbiale frase. Una serie di carrellate insistite e strani tagli di immagine ci mostrano… non abbiamo capito esattamente cosa. Bellissimi movimenti esibiscono l’importanza degli alberi e dello scorrere dell’acqua, elementi fondamentali della vita in Terrence Malick, ma che non trovano granché senso qui, se non per il fatto che Roma sia piena di parchi e sia definita come la (o una delle) “città delle fontane”. Ostinazione ingiustificata. Un coro canta, un turista giapponese sviene (forse per il caldo o per lo straordinario panorama che si ammira dal colle romano – Stendhal). La musica cambia e la festa ha inizio. Allegra, alcolica, “contemporaneamente artistica”, tossica, sessuale, sfrenata e italiana (oltre che messicana, non si sa bene il perché!). Tra tutti quei morti viventi si erge Jep Gambardella, scrittore di successo in pausa di riflessione, che si posiziona (anche visivamente) al centro della scena, in una slow motion “chiarificatrice”. È lui il centro di tutto, il centro della Roma bene, del decadimento borghese. Stabilito il protagonista, seguiamo “Il viaggio dell’eroe” (Christopher Vogler, titolo originale “The Writer’s Journey: Mythic Structure for Storytellers & Screenwriters”, Studio City, edito da Michael Wiese, 1992. Giusto per indicare uno dei saggi guida – il più elementare, ma funzionale e completo – che si dovrebbe utilizzare per scrivere un qualsiasi racconto). LUI possiede “una visione più ampia delle cose” (citando un film in cui le slow motion per lo meno potrebbero avere un senso estetico innovativo), una sensibilità unica, capace di cogliere davvero la meraviglia che si nasconde dietro le cose. La bellezza di una bambina che resta ad osservare un cane (?) o di una veste conventuale che coglie frutta da un albero (?). Il tutto naturalmente accompagnato dai ridondanti e fastidiosi movimenti di camera e da un montaggio inspiegabilmente frenetico.

Ma andiamo avanti. Il vicino di casa dell’”intoccabile” Jep è un uomo potente (elemento che verrà portato avanti nella storia in maniera decisiva!?), mentre lui è un umile intellettuale senza potere, unico uomo capace (ancora una volta) di afferrare lo splendore di una suora e di alcuni bambini che giocano a rincorrersi (con uso di steadycam che, se fossimo il sopracitato Terrence, a questo punto del film – minuto 18, secondo 37 – ci alzeremmo e andremmo in questura a denunciare Sorrentino per plagio. Ma chiamiamole ancora citazioni). Sullo sfondo, un Anfiteatro Flavio che sembra essere uscito da una cartolina per turisti. D’accordo, bella fotografia. La critica di Jep al mondo inizia in maniera assolutamente condivisibile, con un’intervista ad una artista new age da strapazzo (che decanta probabilmente la fine del vero Comunismo), interprete di un personaggio che neanche lei capisce. Piccola intuizione, che resta però a se stante. Così come la direttrice del giornale per cui lo scrittore lavora, il cui nanismo è legittimato solo da qualche battutina o da un paio di gratuite inquadrature, forgiate con toni solenni, ma indecifrabili o comunque non strettamente coerenti (niente a che vedere con gli inquietanti incubi lynchiani, a cui il regista napoletano visibilmente si ispira – vedi “L’amico di famiglia”). Piccoli siparietti intimi, di vita semplice, che vorrebbero opporsi alle serate alle quali i due comunque partecipano senza ribellarsi al sistema, anzi accettando di farne parte. La parola non corrisponde all’azione. Nel “vortice della mondanità” c’è spazio anche per un Carlo Verdone puro, illibato, amante del teatro e vittima delle donne. Ma al centro c’è sempre LUI, il nostro eroe onnisciente, che dice di non criticare nulla, poiché lui non è nessuno, ma invece sfoggia una saccenteria estrema, conoscendo tutto e tutti. Sebbene lui si professi uno scrittore non eccezionale, egli è sintesi di uno sguardo di superiorità indiscussa sul mondo (evidente già dal suo modo di camminare), che non ha nulla a che fare con la “meraviglia” per la naturalezza (e la natura) a cui egli stesso vorrebbe tendere (ovviamente, concetto base di chissà quale film!? Malick nel frattempo, impegnato ad andare in commissariato, si è perso il clamoroso STORMO DI UCCELLI). Ma le contraddizioni del personaggio non si limitano a questo. Poco dopo aver rincontrato il suo amore giovanile ed averlo abbandonato (sparendo come Batman) perché indisponente a vedere le sue foto (e quindi ad una intimità), l’Eroe professa testuali parole: “Quando sono arrivato a Roma, a ventisei anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito come il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”. Una frase, a quanto pare, estremamente fondamentale per Sorrentino, visto che veniva tra l’altro utilizzata nel trailer di lancio del film. Peccato che (e l’abbiamo visto 4 volte proprio per essere il più possibile ferrati e preparati, purtroppo!) Jep non rovini nessuna festa, ma semplicemente vi partecipa. Quindi, vista la regia e la musica epica che accompagna la sequenza sul Tevere, siamo arrivati alla conclusione che, trattandosi dell’ennesimo elemento incoerente, il regista non abbia realizzato un film, ma più che altro un esercizio di stile (registico e fotografico, anche di buona fattura), una serie di sketch “macchiettistici” e intellettualoidi fini a se stessi, il cui unico scopo visibile è la descrizione di una Roma così come la vedono i turisti, non nella sua vera attuale essenza (abbiamo vissuto entrambi a Roma). Tutto questo al minuto 35, poco prima che una scala ellittica (non concentrica, come proponeva il VERO REGISTA nel film che aveva come tema fondamentale la ciclicità della vita) inquadrata dal basso, mentre aleggiano musiche classiche/liturgiche, ci ricordi che Malick sta già firmando la denuncia. Ed è sorprendente come uno dei brani proposti sia proprio lo stesso del film del regista americano (“Symphony NO. 3” scritta da Henryk Mikolaj Gòrecki). Nel frattempo il film prosegue e la donna, che sarà decisiva nel finale, muore, confessando il suo vero amore attraverso un diario segreto (che si insiste a dire essere chiuso col lucchetto, come se fosse una adolescente, che a noi fa ancora ricordare David Lynch – ma potrebbe essere semplicemente frutto della nostra passione per quella serie tv). Una comparsa/scomparsa un po’ troppo celere, che non ci ha lasciato nulla, nonostante il nostalgico ricordo di Jep del mare (che egli vede sul soffitto, molto innovativo!). Jep dopo questo episodio comprende, grazie alle parole di una bambina (la cui testa, ancora inspiegabilmente, non si vede) che si nasconde in una cappella (la cui sagoma, crediamo, sia paragonata a quella di uno spremiagrumi), di non essere nessuno. Tale consapevolezza riemerge nel dialogo successivo, nel quale il nostro “Deus ex Machina”, durante uno dei salotti a cui partecipa con i suoi simili, distrugge l’ipocrisia borghese di una sua amica (che novità, Luis Buñuel era già in ritardo nel 1972 rispetto a Buster Keaton, Charles Chaplin e i Fratelli Marx), confessando la meschinità della vita di tutti loro (lui compreso). Seguono altri siparietti incomprensibili (che vorrebbero essere tenebrosi, angoscianti, sensuali e pieni di nonsense, ancora secondo gli insegnamenti di David o dell’ultimo Stanley Kubrick), prima di arrivare all’ennesima immagine di una persona che prende coscienza della sua vita, nuotando (presente nella maggior parte dei film italiani di questo tempo!).

Il viaggio continua e assistiamo all’incontro con la “genuina” (ma visibilmente colma di botulino e da sempre degna solo delle pubblicità sui divani) spogliarellista Sabrina Ferilli, che affascina molto Gambardella con quella tipica spontaneità romanesca (ovviamente c’è spazio anche per un cameo di Antonello Venditti, e figurati!), e sembra riportarlo alla freschezza giovanile, nonostante lui non voglia avere rapporti sessuali con lei, ma solo scambiare un po’ di intimità. Una ragazza acqua e sapone, insomma, forse degna della sua meraviglia, che però fa la spogliarellista. Ok, forse un tentativo di affiancare la decadenza fisica di lei a quella morale e psicologica di lui. Per entrambi, non accettazione di una situazione e persistenza senza ribellione. C’è anche tempo per esporre uno dei tanti stereotipi italiani, il calcio, con la musica di “90° Minuto”, piazzata con una giustificazione narrativa talmente futile da essere irripetibile. Ma torniamo a Sabrina e Toni. Lui la porta in giro per le feste, le mostra la “vera arte” (attraverso l’unica scena che a noi personalmente ha ricordato Federico Fellini, poiché ricalcata per intero), in contrasto con la costrizione a cui è sottoposta la bambina che lancia i secchi di vernice (il cui pianto scandaloso è notato solo dalla neo-sensibile spogliarellista! Tutti gli altri sono ciechi o forse abituati – va bene facciamo passare anche questa). Poi, in occasione della morte del figlio di un’amica di Jep (un ragazzo pazzo con le sembianze di Cristo, che a questo punto potrebbe essere un riferimento nietzschiano – chi se ne frega, facciamo anche noi gli intellettuali sconclusionati) si apre una digressione sulla falsità delle cerimonie funerarie, identificate come degli show estetico-morali. Percepiamo qualcosa di condivisibile, subito smorzato però dall’egocentrismo smisurato di Gambardella il quale, durante il funerale, sembra essere l’unico a soffrire, l’unico ad avere un’interiorità (il tutto sempre girato con una regia che non pare avere alcun senso, come con l’immagine multipla sul vetro mentre la Ferilli si spoglia. Probabilmente, visto che si parla di amoralità, l’idea nella testolina di Sorrentino è quella di mettere in contrasto il fatto che una spogliarellista si svesta dietro un vetro. Ma continuiamo a non capire l’immagine multipla.). Poco dopo un altro siparietto sulla chirurgia estetica (figlio illegittimo di Terry Gilliam), troppo ridicolo da rimembrare, muore anche lei, la sua nuova sfuggevole passione (che si scopre essere malata), e lo scrittore decide di andare a fare quel servizio sulla Costa Concordia che la direttrice più volte gli aveva chiesto. Allora, che rappresenta la nave in tutto ciò? Forse un qualcosa di arenato, come il protagonista? Forse un qualcosa in mezzo al mare, a metà tra l’essere sommerso e il galleggiare sull’acqua (che ricordiamo, rappresenta la vita nella visione sorrentiniana!!!), proprio come il nostro Eroe? O semplicemente è l’ennesimo cliché che ha reso famosa l’Italia festaiola nel mondo? Il protagonista ha capito insomma di voler sparire, ma che non può. Tutto questo senza nessuna motivazione valida, visto che Jep cammina per Roma da più di novanta minuti, ma in realtà non si è mosso di un passo a livello di presa di coscienza all’interno della narrazione. Come era all’inizio, così è adesso. Si meraviglia per tutto e critica ogni cosa. Ma forse qualcosa può cambiare, visto che incontra un altro suo vecchio amico, un’illusionista capace di far sparire addirittura una giraffa (ma sì, del resto gli animali in computer grafica a Sorrentino piacciono proprio – vedi il suo film precedente, che a noi ha ricordato per i colori, la fotografia, la regia e i temi principali una meravigliosa opera di Tim Burton, ma anche questa resta un’idea personale). Come al solito, però, non cambia nulla: Gambardella ritorna allo squallore (ovviamente senza responsabili o colpe) delle feste, nei vizi e in mezzo alla gente che lui stesso critica ma ama, condivide ma ripudia. Ed anche loro sembrano amarlo e ammirarlo, sempre, qualunque cosa egli dica o faccia. Capiamo l’aspetto caricaturale dei vari attorucci di contorno, ma si sta ricadendo nel fantastico. L’unico a fare una scelta sensata, o per lo meno ad avere un’evoluzione narrativa è il povero Verdone, però vittima delle sue ambizioni, della sua donna e di tutta Roma (che sostiene essere una città deludente, altra frase condivisibile). Quando sembra che il film sia ormai terminato (dopo un’altra intuizione carina – che però non crediamo sia innovativa – l’uomo che si fotografa da sempre), per quanto pieno di nonsense e di scene inutili e incoerenti, ecco che si riparte da zero. Si arriva alla crisi religiosa del personaggio, con la Chiesa chiamata in causa direttamente. Un cardinale ex-esorcista con passione culinaria, suore di clausura che guardano aitanti neri, preti e monache che cenano con champagne e una Santa (a questo punto perché non il Papa) che vuole conoscere Jep, perché ha letto il suo romanzetto giovanile. La centoquattrenne, si addormenta sul pavimento della residenza Gambardella, prima di dirgli che “le radici sono importanti” e di far volare dei fenicotteri (è la natura che si è inchinata a “DIO”, visto che si riposano proprio sul suo terrazzo) con un soffio. Con un montaggio alternato, semanticamente molto significativo, l’anziana risale poi la Sacra Scala della Chiesa di San Giovanni, proprio mentre il nostro eroe raggiunge il suo climax personale: arriva a capire di dover ricominciare a scrivere. Il tutto mentre, nostalgicamente, ripensa a quando il suo antico amore (quello con cui non voleva l’intimità) gli fece vedere “la grande bellezza” (scusate l’ironia senza tatto). Questo perché sotto il “chiacchiericcio”, sotto una vita futile alla quale lui continua a partecipare, si nasconde qualcosa. Una nostalgia artistica pura, sensibile, ispirata dagli amori e le passioni adolescenziali (che ricorda ancora qualcosa, ma non vorremmo richiamare all’attenzione il “Paradiso” di Giuseppe Tornatore – che, tra l’altro, non si capisce il perché non sia stato candidato lui all’Oscar per il “Miglior Film Straniero”, visto che nel 2013 ha girato un capolavoro. Anche se la risposta è commercialmente molto semplice). E allora il «bla bla bla bla» è la migliore sintesi del film. Il finale diventa totalmente illuminante.

La ricetta è seguita alla perfezione: i più grandi cliché italiani, le citazioni al regista più noto della Penisola (anche se, a sorreggere il film che coniò un linguaggio e promosse davvero l’Italia nel mondo – basti pensare all’immagine della Fontana di Trevi – c’era uno scrittore come Ennio Flaiano, capace di far recitare la città come coprotagonista), le immagini, la regia, le musiche e i temi copiati spudoratamente dai migliori film del momento, qualche frase ad effetto, un paio di intuizioni nei dialoghi, una fotografia turistica da spot televisivo, migliaia di carrellate (anche ostentando buona tecnica, ma assolutamente non funzionale e gratuita), cultura popolare a go-go, arte radical chic, una comparsata di Fanny Ardant (che ancora non comprendiamo), sponsorizzazioni di grandi brand (con lo spot della Fiat 500 pronto da tempo all’uso) , un po’ di droga, sesso e “rock & roll”, enorme pubblicità e… soprattutto nove milioni di euro (con i quali si possono girare le inquadrature anche cento volte ognuna, a maggior ragione con un buon cast tecnico). La strada verso la Hollywood democratica degli Oscar è spianata. “La Grande Bellezza” funziona solo per chi nella vita di film ne ha visti veramente pochi o se ne interessa superficialmente ed è più attento all’aperitivo, all’aperipranzo, all’apericena e all’aperivaffanculo. Gratuito, falso, vuoto, ipocrita, confusionario. Dunque… che cosa è “La Grande Bellezza”? Lo dice il protagonista stesso: “è solo un trucco”, l’ennesima beffa all’italiana, che Sorrentino ostenta dall’inizio alla fine, provando a prendere in giro tutti con Gustave Flaubert e il suo romanzo sul nulla (per non parlare degli improbabili rimandi colti buttati lì a caso – Fëdor Dostoevskij, Saul Bellow, Marcel Proust – sperando nelle proverbiali insulse chiacchiere da aperitivo appunto o cocktail o nella non cultura generale). E, rivolgendoci a tutti quelli che, temendo di non aver capito fino in fondo il film, lo hanno elogiato a prescindere, pur di rientrare in quell’élite colta (quella a cui Gambardella sostiene di appartenere, che in realtà è divenuta massa), citiamo l’ennesima opera che il “nostro” Premio Oscar ha spudoratamente riprodotto (nel finale), suggerendovi di aprire gli occhi, poiché “voi non state davvero guardando, voi non volete saperlo, voi volete essere ingannati”.

P.S. L’immagine finale del film, con l’uccello che passa dinanzi al ponte, fa riscuotere a Malick i soldi della causa per plagio. Sorrentino ha preso alla lettera la frase “I grandi artisti rubano, non fanno omaggi”, di un altro cineasta modaiolo come lui, che ha smesso di girare bei film nel 2007.

PERCHÉ “LA GRANDE BELLEZZA” È UN FILM INSIGNIFICANTE

The Tree Of Life (2011) – La Grande Bellezza (2013)

 

Angelo Locatelli, Monacò