“Pays Noir”… è una regione del Belgio buia e con un cuore nero. Vito Masi ci è nato lì, a Marchienne-Au-Pont, e fin da piccolo, innamorato dell’arte, si è nutrito delle suggestioni della pittura fiamminga. La sua storia, il suo percorso artistico è lungo e costellato di cambi di stile e successi, di evoluzioni, metamorfosi, illuminazioni… da Constant Permeke al Futurismo. Io lo adoro questo artista, adoro le sue ombre più che le luci e decido di coinvolgerlo in uno dei miei tanti progetti, legati, come spesso accade, al mondo del cinema. Si dimostra subito disponibile e curioso, mi mostra la sua nuova fase, dov’è giunto il suo percorso artistico ad oggi, la ammiro, me ne innamoro… crepuscolari opere fotografiche rielaborate. Corpi. Mani. Pelle. Figure raccolte piene di solitudine, preghiera o disperazione. Figure in semplice posa. Figure umane sfocate ed incredibilmente eleganti, perfette per un album targato The Smiths se solo esistessero ancora. Il nostro progetto (ancora oggi in fase di sviluppo e mai abbandonato) è quello di realizzare un libro a quattro mani; seleziono allora una serie di film dalla mia collezione privata e glieli passo. L’artista si mette subito al lavoro nel suo caotico studio e io incuriosito non so cosa aspettarmi, ma, come sempre con Vito, so che mi piacerà. So già che amerò i suoi fermo immagine, catturati, le sue stampe Inkjet in bianco e nero con alcune improvvise spruzzate di colore che mi ricordano alcune opere del fumettista americano Frank Miller; dubito che Vito lo conosca! Il suo giocare con la composizione. Esce questo dal suo cilindro…

Monacò

“Apocalypse Now” (1979) di Francis Ford Coppola: Penombra, l’infernale Marlon Brando indossa la maschera (neanche tanto maschera) di Kurtz; Vito in un delirio fiammingo tra Caravaggio e Rembrandt taglia di netto la luce e annega Brando nel nero. Lo costringe al nero. Lo imprigiona. Ma il nero è l’anima di Kurtz. In un fermo immagine tutto l’orrore che si porta dentro un soldato all’Inferno, un perfetto soldato, deragliato e diventato Dio e Satana nel cuore della giungla cambogiana.

Pauvre Pierrot, Chissà Cosa Direbbe...

“Apocalypse Now” (1979) di Francis Ford Coppola

“Lost Highway” (1997) di David Lynch: Primo piano di una bocca. Quella di una donna che mente, che dà risposte irrisolte. La risposta completa la deve dare l’osservatore se ci riesce. Lynch come regista non ne ha mai date per le sue opere e Vito si adegua giocando con le labbra e mettendoci dello sporco, in una suggestione estremamente metaforica e perversa. Rimango sconvolto da questa scelta, perché in quel fermo immagine ci sono tutte le ossessioni del regista americano.

Pauvre Pierrot, Chissà Cosa Direbbe...

“Lost Highway” (1997) di David Lynch

“Le Locataire” (1976) di Roman Polanski: In una mano enorme un dente piccolissimo, osservato, controllato e comandato dall’altra mano divina. Roman Polanski segue Franz Kafka e Vito Masi immortala entrambi in un paradosso che vede il protagonista del film, l’impiegatuccio Trelkovsky, imprigionato in una enorme mano che è il Condominio di Parigi dove va ad abitare. L’incubo che imprigiona l’inquilino viene reso claustrofobico da un’inquadratura in primissimo piano che non gli lascia scampo.

Pauvre Pierrot, Chissà Cosa Direbbe...

“Le Locataire” (1976) di Roman Polanski

“The Shining” (1980) di Stanley Kubrick: Ancora il particolare anatomico di una mano. Contrapposizione tra delicatezza e robustezza (di una grossa maniglia con catena). La lotta tra il piccolo figlio Danny (la mano), che cerca di scappare dal padre Jack Torrance (la grande maniglia), che nell’atto di chiudersi dovrebbe tenerlo al sicuro dal mondo; e l’orrore del film di Kubrick sta proprio in questo passaggio, ciò che dovrebbe proteggerti ti vuole morto. Spicca nell’opera quel rosso acceso. Il sangue.

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“The Shining” (1980) di Stanley Kubrick

“The Tree Of Life” (2011) di Terrence Malick: L’inquadratura scelta da Vito Masi è un’immagine allo specchio. Un omaggio a René Magritte. Gioca con la simmetria delle due figure l’artista, che come nelle Macchie di Rorschach cerca un significato psicanalitico, indaga la personalità del regista Malick e del suo profondo occhio spirituale. Il film è un’ode a Dio e alla Natura, dalle riprese che lasciano senza fiato, lunghi piani sequenza e aperture all’Universo. Il tocco di Vito è un riflesso divino, sfocato…

Pauvre Pierrot, Chissà Cosa Direbbe...

“The Tree Of Life” (2011) di Terrence Malick

“Rear Window” (1954) di Alfred Hitchcock: Lui stava osservando ma ora è stato accecato; non è il protagonista ma il mostro ad essere immortalato dal fermo immagine di Vito Masi. Cosa stava osservando? Quel rosso e quelle macchie sulla stampa ci suggeriscono che ormai vede solo bagliori e lampi e buchi neri, come la sua anima. Il “Maestro del Brivido” Alfred Hitchcock gioca con la vista e il voyeurismo, in quella che è forse la sua più grande scommessa registica di sempre. Un solo punto di vista disponibile.

Pauvre Pierrot, Chissà Cosa Direbbe...

“Rear Window” (1954) di Alfred Hitchcock

“The Night Of The Hunter” (1955) di Charles Laughton: Una figura distesa, sta dormendo. Sullo sfondo il cielo e la notte, o l’aldilà. La visionaria immagine delle stelle che non possono vedersi su di un muro è la metafora di una domanda: “Noi sappiamo di dormire? E come ci vediamo in tal caso… il Terzo Occhio cosa vede?”. “La Morte Corre Sul Fiume” è una fiaba nera, gotica e l’arte di Vito Masi riesce ad immortalarla con un corpo disteso e il sogno che prende il sopravvento sulla realtà.

Pauvre Pierrot, Chissà Cosa Direbbe...

“The Night Of The Hunter” (1955) di Charles Laughton