Liberamente ispirato al racconto di Robert Louis Stevenson

La tematica del doppio (o del triplo) nella vicenda che vi voglio raccontare, ispirata al racconto di R.L. Stevenson, si rispecchia in una dilatazione onorico-fantastica nella figura dell’ufficiale borbonico. Come nel film muto “Lo studente di Praga” (1913) di Stellan Rye, tratto da un racconto di Hanns Heinz Ewers, il doppio si rivela in un momento di relax spirituale, quando Baldovino, il protagonista, decide di abbandonare la vita dissoluta fino ad allora condotta, così l’ufficiale borbonico prende visione del doppio quando, scampato alla morte, si apre innanzi a lui un’ipotesi di convalescenza purificatrice in un luogo apparentemente “rasserenante”. Ma, la differenza sta nel fatto che il protagonista non incontra precisamente il suo doppio, bensì il doppio della sua proiezione visionaria femminile, che diventa essa protagonista riducendo l’uomo ad un’allucinata e vagante figura in cui le dilatazioni abnormi e le problematiche conseguenze si specchiano in lui, smarrito e impotente. Egli è perso, come immerso in un paese straniero che lo terrorizza, ma che va percorso fino in fondo; non può far altro che subire l’imperversare delle visioni e degli incubi, e lo stesso sentimento d’amore che lo lega irresistibilmente ad Olalla, momento ultimo della degradazione della nobile famiglia di Sangro, non può che essere sin dall’inizio senza speranza. Come il tema del doppio, così la chiave di lettura può essere a sua volta doppia, da una parte quella del sogno e del sognare, in cui, come trovando spazi in un organismo indebolito dalle ferite irrompe il male ed è soltanto il male, dall’altra è quella psicoanalitica in cui si innestano motivi di proiezioni, di sdoppiamenti, di forze distruttive della coscienza, di vampirismo. Il motivo del male si sostituisce a quello del conflitto bene-male di Stevenson. In questo senso è emblematico il finale del racconto dello scrittore inglese: “Mi voltai e scesi in silenzio la montagna e quando mi guardai indietro per l’ultima volta, prima che il bosco nascondesse il mio sentiero, vidi Olalla ancora appoggiata al Crocifisso”. Invece nel mio adattamento, l’ufficiale, voltandosi e contro il desiderio di Olalla, non scorgerà altro che un cumulo di rovine; Olalla è scomparsa e con lei l’allucinazione maligna: ora è la realtà della guerra, di una guerra disperata, perduta, che attende il protagonista maschile. Mi è parso giusto mantenere, rispetto al racconto di Stevenson, una datazione ottocentesca e riversare la Spagna dello scrittore in una nostra ambientazione meridionale, con i segni della misfatta e del crollo di un regno glorioso in cui innestare la storia di decadenza della famiglia dei Sangro. Del resto, in Basilicata, certi spazi e abitati deserti o abbandonati ci appaiono già impregnati di una vocazione magico-visionaria, secondo moduli che da tempo propongo. Privilegerò castelli in distruzione, vecchie masserie fortificate, paesi abbandonati e grandi spazi “lunari”. Il colore e la composizione del quadro saranno ispirati a rarefazioni iconografiche fiamminghe. I personaggi del mio adattamento seguiranno moduli non strettamente naturalistici, con toni sospesi, come in un perenne stato di trance.

Olalla

Questa vicenda si svolge in Basilicata, nella zona del materano, a cavallo dell’Unità d’Italia. Un ufficiale dell’esercito borbonico, Fernande, sopravvissuto ad una delle ultime battaglie, dopo aver visto morire tutti i suoi compagni, ferito e disperato, si trascina con il suo cavallo lungo una carrareccia, tra spettrali calanchi e resti di battaglia ancora fumanti.
L’uomo è ferito, esausto, psicologicamente sfinito, non riesce più a ritrovare la via che dovrebbe condurlo a Gaeta; i calanchi si infittiscono sempre più, quasi come un labirinto, quando in lontananza un’apparizione, un miraggio… gli appare “il paese”, arroccato sopra un’alta collina di terra bruna. Al centro, tra il groviglio di pietre e tetti semicrollati, spicca la cupa mole di un castello.
Fernande rimane a lungo a guardarlo, sotto un abbacinante sole che pare, a volte, scolpire quell’incastro di pietre, altre volte renderlo quasi evanescente, un fantasma della mente.
Mentre l’ufficiale, appoggiato al cavallo, continua a fissare quello strano paese con occhi febbricitanti, gli si avvicinano alcuni contadini che rientrano dai campi con il carretto.
Accortisi delle precarie condizioni psicofisiche dell’ufficiale, lo invitano a seguirli e ad accettare cure e ricovero nella loro casa, una rozza stamberga dove, in un’unica stanza, vivono i componenti della famiglia: padre, madre, i due figli adulti, l’ultima nata e la vecchia nonna.
Fernande viene prontamente adagiato sopra un pagliericcio; ha ormai la febbre alta, delira, tra parole smozzicate grida di orrori dell’ultima battaglia, la morte dei compagni, la fine di un regno, “del suo Re”. Lo assistono e lo curano le due donne di casa che in seguito, a guarigione avvenuta, gli consigliano di passare un periodo di convalescenza presso i proprietari del castello; lassù l’aria è salubre, ideale per uno nelle sue condizioni.
La famiglia Sangro affitta volentieri una stanza ai forestieri di passaggio, data la loro condizione economica non più fiorente. La nobile famiglia, da tempo decaduta, vive nel più assoluto isolamento, soltanto il figlio minore, Felipe, esce ogni tanto dal castello. Lo si vede scendere a valle con il suo calesse sgangherato per raggiungere il paese più vicino, fare provviste, scambiare quattro chiacchiere nella taverna, poiché lassù sono rimasti solo loro; le casupole attorno al castello sono ormai fatiscenti ed i contadini hanno preferito andarsene.
Ma il castello, nonostante lo stato attuale sia di totale abbandono, ha solide mura e vi si respira ancora un glorioso e nobile passato. I Sangro non amano però la compagnia di nessuno e quindi viene consigliata agli ospiti massima riservatezza e distacco.
Viene così fissata la data dell’incontro tra Fernande e Felipe, alla taverna del paese.
Il viaggio verso il castello si presenta come la prima tappa di un itinerario magico, che lascia presupporre “prove iniziatiche” prima di giungere alla rivelazione ed al compimento finale.
Felipe è un giovane di nobili tratti, talvolta involgariti, quasi incanagliti da espressioni furbesche ed ammiccanti, o da atteggiamenti di stupidità assente, quasi da idiota. Il suo parlare è un fraseggio disarticolato, cantilenante, tra scoppi d’ilarità e foschi silenzi.
Ciò che maggiormente colpisce Fernande di Felipe sono gli occhi, molto grandi, di un luminoso colore gialloverde, privi di scintillii d’intelligenza ma carichi di un magnetismo animalesco. E saranno questi stessi occhi, catturanti e magici o catatonici, assenti, a caratterizzare i personaggi femminili della misteriosa famiglia Sangro.
Tre personaggi, tre presenze in un’unica donna… Olalla. La conoscenza inizia con l’inquietante figura dell’antenata, che appare a Fernande nel grande ritratto appeso sopra il camino, nella camera da letto. Un ambiente lindo, ben illuminato dalle due finestre, una che dà sulla valle e l’altra sul cortile del castello, ma con un senso di solenne austerità, quasi monastica. Fernande guarda intimorito ma nello stesso tempo catturato, gli occhi dell’antenata del ritratto, così uguali a quelli di Felipe, ma così diversi come espressione; sono occhi capaci di creare campi magnetici contrastanti, ora felinamente spalancati, pronti all’agguato, ora placidamente assenti, sensuali e malvagi, “occhi che inducono al delitto”.
La donna del ritratto è giovane, bella, riccamente vestita, ciò lascia intuire l’alto grado di nobiltà e di ricchezza nella quale la degradata famiglia doveva aver vissuto in passato.
La presentazione del ritratto, del malvagio e inquietante volto dell’antenata, costituisce il malvagio elemento di cattura che porterà Fernande, lentamente a perdersi nel labirinto della follia che grava sul castello.
Egli sarà irretito, posseduto, da quegl’occhi grandi, gialloverdi, gli occhi dell’antenata, della madre di Olalla ed infine di Olalla. Una reincarnazione concessa solo ed unicamente alla discendenza femminile, da cui deriva lo stato di assenza e di “straniamento” nel quale vive Felipe, l’unico erede maschio dei Sangro, al quale non è stata concessa la reincarnazione nell’anima dell’antenata, né di partecipare ai suoi rituali conviti magici.
In questa unità-trinità del personaggio femminile, la madre, Otla, è la seconda presenza che si rivela a Fernande.
La incontra nel cortile del castello, mollemente adagiata al sole, distesa come un felino sopra un vecchio tappeto.
La luce è abbagliante ed il cortile è velato da un sottilissimo pulviscolo, che il vento muove creando insoliti effetti di iridescenze, tra le quali, la donna appare per diventare poi una diafana presenza.
Otla appare a Fernande di una fiorente bellezza, sensuale, di una carnosità che l’abbandono nel sonno rende particolarmente voluttuosa, ed è osservandolo più da vicino che l’uomo si accorge che l’abito indossato dalla donna è lo stesso della dama del ritratto, ma la sfarzosità e la ricchezza dei tessuti e delle guarnizioni appaiono impoverite dal tempo, consumate, stinte, strappate; il rosso del broccato solo talora riaffiora tra macchie e strappi malamente rammendati, i galloni d’oro pendono sulle braccia e sul seno, quasi scoperto, nell’atteggiamento di totale abbandono.
Turbato per la nuova conoscenza l’ufficiale borbonico si avvicina ancor di più mentre Otla, rimanendo nella stessa posizione apre gli occhi, sonnacchiosamente, occhi grandi, gialloverdi, a lui ben noti, ma perdutamente assenti, vacui, persi in un pigro splendore, simili agli occhi dell’antenata del ritratto ma privi di quella malvagità vitale, occhi sciocchi, ove non può alloggiare né il bene né il male.
E da quel giorno Fernande incontra Otla quasi regolarmente, distesa al sole, o sotto il porticato, sdraiata sul tappeto o seduta sopra una sgangherata ma ancor “nobile” poltrona di broccato azzurro.
Nessuna parola in quegli incontri, nessuna scintilla d’energia, soltanto l’ostentazione di quel bianco seno che appare nel corpetto aperto e il lento ripetersi di quei pochi gesti, il passare e ripassare della spazzola tra i capelli sciolti, uno sguardo, un assente sorriso, apparentemente rivoltogli ma ben lontano da rendere lui l’oggetto, il destinatario di quello sguardo, di quel sorriso. Solo il volo improvviso di una farfalla o il frullare d’ali degli uccelli riesce a far vibrare di brevi fremiti quelle pigre membra… allora Otla emette infantili gridolini… per ricadere poi nell’assenza di sempre.

Un giorno, in un giornata tempestosa di forte vento, con nuvole scure che vagano in un cielo da tregenda, Fernande rimane chiuso nella sua stanza afflitto da un senso di profonda prostrazione, come se un nefasto avvenimento dovesse abbattersi su di lui.
Dalla finestra che si affaccia sul cortile osserva le nuvole di polvere che il vento furioso solleva creando terrosi mulinelli e, con grande stupore, vede apparire Otla, che sta camminando sotto il porticato con l’espressione di sempre e, dietro di lei, un’alta figura maschile, vestita di nero, con un gran cappello piumato che gli adombra il volto. L’uomo invita Otla a sedersi sulla poltrona, le si inginocchia davanti e poggia la testa sul suo grembo, mentre la mano della donna indugia sulla sua nuca accarezzandola, sorridendo, per poi esortarlo con un rapido cenno ad andarsene.
L’uomo scivola via frettoloso, con atteggiamento guardingo, quasi temendo di essere scorto. In fondo al cortile lo attende Felipe con il cavallo, insolitamente coperto da una gualdrappa nera con decorazioni dorate. Mentre i primi scrosci di pioggia si abbattono sul castello, il misterioso cavaliere si allontana…
Fernande sente che le sue forze vacillano, guarda la donna del ritratto e Otla, che nonostante il temporale, dorme placidamente sotto il porticato. Poi, sfinito e sempre più turbato, con la sensazione di una febbre insana che gli tormenta la mente e il corpo, l’ufficiale borbonico cade in un sonno profondo. E a risvegliarlo nella notte, sono grida disumane, come se si stesse compiendo un delitto. Grida disumane, di dolore e di aggressione, grida di follia e di disperazione… e la serratura della sua stanza misteriosamente chiusa a chiave.
Il giorno seguente un sole abbagliante inonda il cortile, nessuna traccia della tempesta notturna; Otla giace come sempre sul suo tappeto e Felipe quel giorno sembra più che mai istupidito, cantilenando frasi incomprensibili e lasciando senza risposta le pressanti domande di Fernande sulla sinistra notte appena trascorsa.

La trilogia sta per essere completata.

Fernande vaga per il castello alla ricerca di una traccia, di un indizio che possa aiutarlo a capire il mistero della notte scorsa.
La visitazione del castello gli svela stanze in totale abbandono, fatiscenti; nell’ampio salone pendono dalle pareti grandi ritratti degli antenati, una galleria al completo della nobile stirpe dei Sangro, altri quadri addossati alle pareti, in un brulicare di insetti che fuoriescono dai legni imputriditi del pavimento. Ovunque grava un senso di morte e di disfatta. Ed è in questo vagare disperato che si presenta a Fernande la terza “soglia” da superare.
Dopo aver percorso un lungo ed oscuro corridoio, l’ufficiale si ritrova in una stanza ancora illuminata dai bagliori della brace rimasta nel camino. E’ la stanza di Olalla, la figlia di Otla, ed ella è là, seduta al piccolo scrittoio, scrivendo.
Per niente sorpresa dall’arrivo di Fernande, Olalla si volge verso di lui: è la stessa donna del ritratto, forse un po’ più giovane e fragile, indossa lo stesso abito e ha gli stessi occhi malvagiamente inquietanti.
Olalla lo invita a sedersi, ed in un lungo monologo, cedendo a volte alla commozione, racconta le tragiche vicende della sua famiglia, gli splendori del passato, la bisnonna Felice, la donna del ritratto, la fine dei Sangro, la solitudine e la vergogna dell’isolamento al quale sono condannate.
Invita poi Fernande ad andarsene per sempre, a non cercare mai più di penetrare in quella stanza né tanto meno a volerla rivedere.
Lei è l’unica superstite alla maledizione che grava ormai su quel castello, ognuno si è chiuso nella propria follia e solo lei può tentare, con la preghiera ed affidandosi a Dio, di salvare quel poco che c’è ancora da salvare della sua famiglia maledetta.
Da quel momento Fernande è incatenato e soggiogato dal ricordo di Olalla. Si nasconde nel corridoio per vederla passare, origlia alla sua porta, fin quando un giorno rivede nel cortile Felipe che fa entrare nella scuderia il cavallo del misterioso cavaliere, il quale viene scoperto nella stanza di Olalla.
Dalla serratura Fernande osserva il loro colloquiare… frasi incomprensibili, fra consultazioni di antichi libri, risate ed infine l’amplesso. Chi era dunque Olalla, la vittima o il carnefice?
La gabbia si chiude piano piano attorno a lui; da tempo ormai Fernande è assalito da incubi notturni, febbricitante, prostrato, incapace di qualsiasi desiderio se non quello di rivedere la sua amata, mentre attorno a lui gli incantesimi malvagi della presenza-trina si susseguono.
Ed è in una mattina di sole, come tante ce ne sono state in passato, che l’ufficiale borbonico, scendendo in cortile, vede in lontananza la morbida figura di Otla, accoccolata sul tappeto, al sole, ma, nell’avvicinarsi, immediatamente si accorge che colei non è Otla ma Olalla, che pare aspettarlo adagiata nella stessa posizione della madre, ma con occhi ben aperti per fissarlo in volto.
Lo sguardo è denso di sottintesi, catturante, invitante.
Fernande sente che la sua mente vacilla, mentre Olalla gli rivela, sfoggiando un ironico sorriso, che la madre è morta ormai da dieci anni e che al castello sono rimasti solo lei e il fratello Felipe.
Consiglia poi a Fernande di riposarsi e di prolungare la sua convalescenza, rimanendo al castello fin quando il suo stato di agitazione mentale e la continua febbre non siano del tutto scomparsi.
Fernande si ritira nella sua stanza in preda al panico; la sua coscienza lo sta abbandonando, si sente vittima di una maledizione o forse quella maledizione da tempo covava dentro di lui e solo ora, in quel preciso luogo – o al cospetto di Olalla, della magica Olalla – poteva finalmente manifestarsi. Ed è buttandosi sfinito sul letto, posto di fronte al ritratto, che si accorge atterrito che al posto dell’antenata appare ora il ritratto di Otla, con il suo nobile viso bianco, i capelli sciolti sulle spalle e coi suoi occhi, a lui ben noti, privi di ogni scintillio.
Come era potuto avvenire? Aveva visto per settimane quel ritratto e quella donna era stata per settimane distesa al sole nel cortile, e perché ora al posto suo c’era Olalla? E quel cavaliere misterioso, chi era e perché fuggiva sempre portandosi via un segreto?
Fernande, in preda ad una forte disperazione, invoca aiuto, chiama Felipe, Olalla, Otla, Felice… un delirio profondo lo scuote, ricorda ancora la battaglia ora, la sconfitta… e nel dormiveglia riappaiono i volti degli antenati del grande salone, mentre Olalla danza con il cavaliere, il cui volto non si svela mai, e nel susseguirsi di incubi il volto di Olalla diviene quello della madre, e Otla diviene Felice, e Felice nuovamente Olalla… in una macabra giostra di fantasmi, tra risate maligne e le stesse animalesche grida di quella notte, che si interrompono bruscamente dopo un cupo e profondo sparo.
L’incubo lascia dietro di sé un silenzio agghiacciante.
Fernande si risveglia riverso sul pavimento, non capisce più dove si trova, alza lo sguardo per trovare un riferimento nel ritratto, ma la parete è vuota.
Oramai l’unica salvezza è fuggire: l’ufficiale si avvicina faticosamente alla finestra che si affaccia sul cortile e, con orrore, scorge il corpo di Felipe riverso in un lago di sangue, mentre riesce appena ad intravedere la sagoma oscura del cavaliere misterioso che si allontana.
Nessuna traccia di Olalla, né di Otla.
Fernande riesce finalmente ad uscire dal castello, precipitandosi con il calesse di Felipe giù per la strada che porta a valle. Ma nei pressi di una grande croce vede una figura femminile a lui ben conosciuta, ma quale? La figura è inginocchiata in atto di preghiera; nell’avvicinarsi Fernande non ha più dubbi, quella donna è Olalla, la sua Olalla, l’amata, che con le mani ancora giunte ed il volto rivolto verso di lui, lo fissa, per invitarlo poi a fermarsi.
Fernande si sente in totale balìa di Olalla, ma continua, farneticando, a domandarle della madre, del ritratto e del perché Felipe è stato ucciso, e del cavaliere… Olalla gli conferma che la madre è morta da tempo, ma che il ritratto della bisnonna Felice non è mai stato nella sua stanza. Si trova nel grande salone insieme agli altri.
Invita poi l’ufficiale borbonico ad allontanarsi per sempre da lei e da quel luogo, e soprattutto a non voltarsi indietro lungo il percorso e aizza il cavallo che parte al galoppo.
Fernande si allontana disperato, sente che la sua vita è finita, senza Olalla. Non può rivederla… e mentre si allontana da lei per sempre, non può non voltarsi per un ultimo saluto.
Ma nel voltarsi Fernande non scorge più la donna, né la croce, ed il castello è solo un cumulo di rovine annerite come dopo un incendio, e al centro del cortile solo un corpo insanguinato, mentre in lontananza, in direzione opposta alla sua la figura del cavaliere si allontana al galoppo.

Luigi Di Gianni

Olalla - Robert Louis Stevenson

Olalla – Robert Louis Stevenson