“Hurt dice tutto quello che dovete sapere su ciò che la vita può toglierti.”

Stephen King (1947)

Esce “Gone Girl” (2014) e nel pubblico si ripropone il solito quesito: ma cosa passa nella testa a Trent Reznor? La colonna sonora musicata insieme ad Atticus Ross pare distare diverse centinaia di miglia musicali rispetto ad “Hesitation Marks” (2013) dei suoi Nine Inch Nails, per non parlare degli anni luce che la separano da “The Downward Spiral” (1994). Qual è stato il percorso artistico di Reznor e come è possibile che dalla furia iconoclasta degli inizi sia giunto a lidi così meditativi ed introspettivi? Perché la rabbia ipercinetica e cibernetica degli esordi si è svaporata in un’elegia dell’io affacciatasi insistentemente ripetuta dai tempi recenti dei fantasmi di “Ghosts I-IV” (2008)? Semplice rispondere. Ci si stupisce di tutto questo solo se non si approfondisce appieno la storia di Trent Reznor; lo ha sempre detto fin dall’inizio: “compongo quello che sento”. È così fin dalle prime note di “Pretty Hate Machine” (1989), che non a torto si potrebbe considerare il suo manifesto programmatico. Testi, musica, atmosfere dei Nine Inch Nails non sono altro che un lungo e tormentato viaggio nell’io dell’artista di Mercer che sceglie fin da subito di immergere le mani nel maelstrom della sua esistenza. Un viaggio che prosegue tra ira, disperazione, depressione e rabbia anche negli album che segnano l’apice dei NIИ: “Broken” (1992), “The Downward Spiral” e “The Fragile” (1999). Il gruppo di Reznor diventa uno dei nomi più importanti ed influenti della musica alternativa di fine millennio e i giornalisti specializzati rispolverano la parola “industrial” per trovare un termine di paragone che si avvicini, per approssimazione, il più possibile ad un sound che miscela senza eguali ferocia e delicatezza. La gavetta negli studi di registrazione lo rende pienamente padrone di ogni tipo di strumentazione e Reznor sa come utilizzare qualsiasi tipo di macchinario contenuto in uno studio piegandolo a suo piacere, senza bisogno di tecnici o ingegneri del suono che facciano il lavoro per lui. Lo stesso studio si trasforma nel suo strumento musicale.

La dimensione live diviene il centro di espressione di un artista che tramuta il palco in un rito personale e collettivo al tempo stesso, triturando sotto devastazione e volume la diffidenza di chi lo sfidava a portare dal vivo i suoi elaborati costrutti elettronici. On stage i suoi brani mutano pelle e i concerti dei Nine Inch Nails accumulano nelle recensioni encomi solenni di riconoscimento a Reznor che anche in questa dimensione riesce ad esprimere tutta la propria sanguigna umanità. Il leader dei NIИ diventa in poco tempo uno degli artisti più ricercati d’America ed il suo nome si lega in pochi anni ad una moltitudine variegata e multicolore di registi, musicisti, produttori. In molti vogliono Reznor alla loro corte: David Lynch, Oliver Stone, David Bowie, Marilyn Manson, Rick Rubin, Dr. Dre, Megadeth. Innovazione, idee, unicità, capacità di puntare dritto allo stomaco, queste alcune delle caratteristiche artistiche che in tantissimi riconoscono a Mr. Nine Inch Nails. Il produttore Bob Ezrin, l’artefice della regia di “The Wall” (dei Pink Floyd), lo definisce “un genio”. Sembra che il futuro della musica abbia per forza deciso di passare di qui. Così in pochi si accorgono che Reznor è immerso nella orribile pece di autodistruzione chiamata depressione. Una depressione che lo porta ad un passo dal baratro e che gli fa stringere una pericolosa amicizia con la droga. “The Fragile” è figlio di questo periodo e la magniloquenza struggente di questo doppio album è la cartina tornasole del periodo più buio di Trent.

Ad un passo dal gran salto Reznor decide però di vivere.
Quando sembra che la profezia di Mr. Self Destruct stia per realizzarsi, ecco che lui rialza la testa. La disintossicazione, il matrimonio, il cambio di direzione verso aperture più rockeggianti segnano un nuovo millennio che si apre ad un artista più maturo, cambiato. “Non sono più il ragazzo che si copre di fango per suonare” spiega alludendo alla storica performance della riedizione di Woodstock. Anziché ripiegare sulla ripetizione di una formula, soluzione che avrebbe indubbiamente pagato in termini di vendite e popolarità, Reznor decide di mantenere un’estrema coerenza tra vita personale e percorso artistico, sfornando album che si collocano dall’altro spettro emotivo rispetto ai suoi predecessori. “With Teeth” (2005) e “The Slip” (2008) spiazzano i fan. Alcuni inorridiscono alle concessioni dei NIИ ad un formato musicale più tradizionale, altri sono insospettiti dall’ammorbidimento dell’artista, pochi riescono a comprendere le ragioni di questa evoluzione. C’è anche da aggiungere che Reznor non ha mai sbandierato un calvario personale che avrebbe invece aiutato a comprenderne il suo percorso. Ciò che non viene mai meno è la sua instancabile voglia di sperimentare a tutto tondo, ed è proprio in questo avvio del nuovo millennio, che dal cilindro dei Nine Inch Nails escono la decisione di non appoggiarsi più ad alcuna major, il concept avveniristico di “Year Zero” (2007), la produzione di Saul Williams. Mancano la furia e l’estremo disagio esistenziale degli inizi, proprio perché Reznor è cambiato, e con lui i NIИ. La sua dichiarazione fin dagli esordi: “Io sono i Nine Inch Nails” non è provocazione egomaniaca, ma la pura e semplice constatazione di una sacrosanta verità, che i Nine Inch Nails sono l’emanazione dell’io di Reznor. E quando questa dimensione artistica diventa stretta, Trent prende nuove strade, come la creazione degli How To Destroy Angels e la fruttuosa collaborazione nel campo delle colonne sonore con il fido amico e produttore Atticus Ross che lo porta addirittura a vincere un Premio Oscar (“The Social Network”, 2010). In poco più di un ventennio, Reznor passa dall’essere il simbolo di un disagio generazionale, distruttore di convenzioni musicali e sociali ed autodistruttore di se stesso, all’incarnare il possibile futuro del soundtrack scoring hollywoodiano.

Dal fango all’abito da cerimonia. Quando sente di dover dare voce alle sue pulsioni più viscerali nasce “Hesitation Marks”, quando vuole tuffarsi nell’introspezione nascono “Gone Girl” e “The Girl With The Dragon Tattoo” (2011). Nulla di tutto questo è artificio o obbligo contrattuale, ed in questo Reznor è sempre stato un chiaro esempio di onestà intellettuale. Se avesse voluto fama, ricchezza e copertine, avrebbe optato per scelte più comode e sicure, ma così non è andata.
Ed eccoci allora ritornare a “Gone Girl”, ancora una volta su richiesta dell’amico regista David Fincher. Una lunga immersione in atmosfere cupe, minimali, sottili, dove i silenzi raccontano molto più dei suoni. Questo è il Trent Reznor di oggi e chissà se e come i Nine Inch Nails avranno ancora spazio in futuro. Quel che è certo è che non ci si può aspettare nulla di uguale a quanto già visto o ascoltato. Trent non è più quello di “Pretty Hate Machine”, sbuffano ancora alcuni fan. Qui una volta era tutta campagna. Si stava meglio quando si stava peggio. Considerazioni identiche. Solo chi non cresce non cambia, solo chi non evolve resta uguale. Artisticamente si può sposare un sound per tutta la vita e ripetere una formula all’infinito e con successo. Ma nel caso di Reznor vita e arte sono un tutt’uno e una scelta del genere per lui non sarebbe mai stata possibile. Per fortuna.

“Trent potrebbe essere stato influenzato da alcuni miei lavori, e io certamente dal suo, ma siamo rapidamente andati oltre diventando amici. Sono fiero di pensare a lui in questi termini.”

David Bowie (1947)

Giovanni Rossi

Nine Inch Nails, La Dolce Macchina Dell'Odio

Nine Inch Nails – Ghosts I-IV (2008)