Dai Velvet Underground allepoca dark: una vita per la musica.

Sulle note di “Mütterlein” (“mamma”) ha inizio la sepoltura di Christa Päffgen, in arte Nico, nel piccolo cimitero di Grunewald, nel cuore di una foresta poco fuori Berlino. Il camposanto non ha un nome preciso, ma è conosciuto da tutti come cimitero “dei senzanome” o “dei suicidi”. Sono pochi i presenti, tra amici affezionati e alcuni fan che scattavano ripetutamente fotografie. L’intima e cupa cerimonia strideva con il luogo incantevole, la splendida giornata e i raggi caldi ed estivi che si riflettevano contro il lago Wannsee, dove i berlinesi si recano d’estate a rinfrescarsi e a prendere il sole.
Cara piccola mamma. Alla fine riesco ad esserti vicina. La distanza e la solitudine saranno colmate dalla pace interiore.” Così cantava la sua voce, proprio mentre la bara veniva calata lentamente e allineata accanto a quella di sua madre. Rispetto alla grandezza della vita, la causa della morte è stata uno scherzo crudele e irrisorio: emorragia cerebrale dovuta a una banale caduta dalla bicicletta, nel parco della sua villa ad Ibiza. Era il 16 agosto 1988; il giorno dopo, Ari, figlio suo e di Alain Delon, per colmare le spese del funerale venderà al migliore offerente le sue ultime confezioni di metadone. E poi, più nulla.
Sembra scomparso il tempo in cui, modella bellissima e di charme androgino, Nico calcava le scene delle più celebri capitali europee. Federico Fellini, ammaliato dal suo splendore la volle ne “La Dolce Vita” (1960). Nella biografia “Nico, bussando alle porte del buio” (2006), Gabriele Lunati riporta la testimonianza dell’incontro tra la fascinosa tedesca e il celebre regista di Rimini: «Mentre la sua amica ballava con il bello e distinto Marcello Mastroianni, Nico vagava disorientata dal baccano e dalla confusione. Ad un certo punto, mentre se ne stava riparata in un angolo e appoggiata a un tavolo di marmo, una voce in italiano le disse: “Portami la candela” […] lei sollevò dal tavolo il grande candelabro barocco dargento e a poco a poco nella stanza calò il silenzio, la gente rimase incantata dalla distaccata eleganza dellingenua studentessa».
Dopo alcuni anni di lavoro presso riviste di moda, Nico scoprì il suo talento musicale grazie ai suoi più intimi amici, che nel contempo sarebbero divenuti leggende: passava giornate intere in compagna di Jim Morrison, leader dei Doors, che le avrebbe ispirato la tendenza surreale dei suoi testi, e di Bob Dylan, che scrisse per lei la sua prima canzone.
E poi Andy Warhol: folgorato dalla sua bellezza e da quella voce mascolina la invitò nella sua Factory e favorì la nascita del più importante album della storia: “The Velvet Underground & Nico” (1967). Esatto, l’album della “banana”. Nico e la storica band di Lou Reed e John Cale cominciarono a farsi conoscere ed amare durante lo spettacolo squisitamente pop intitolato “Andy Warhol Up-Tight!”, che prevedeva molte tappe in tutti gli States, e comprendeva danze, video-proiezioni ed una estesa partecipazione del pubblico, costretto anche a numeri talvolta esecrabili; tutto questo mentre euforiche groupies stordite dalle anfetamine sfrecciavano per la platea abbagliando i presenti con il loro grande faro e gridando domande oscene e proposte a sfondo sessuale; lo scopo artistico era quello di imbarazzare gli spettatori (up-tight, appunto), non di rilassarli. Era quello lo spirito del rock nel 1966. Ecco, dunque, che entravano in scena i Velluto Sotterraneo: Reed, Cale, Maureen Tucker e Sterling Morrison, con i loro strumenti, ed iniziavano a suonare più forte che potevano. Certo, il pathos splendeva nel suo più fervido istinto con la voce ruvida e sommessa di “Heroin” o di “Venus In Furs”, mentre lo stesso Warhol ruotava scatenato i mille proiettori colorati e nel grande schermo apparivano immagini ed occhi di Nico e la versione teatrale di “Arancia Meccanica”. Quando poi entrava Lei, la sfuriata catarsi si scioglieva in un laconico sospiro: la dolcezza di “Sunday Morning” in seconda voce, i sussurri velenosi di “Femme Fatale”, la marcia dimessa di “All Tomorrow’s Parties” e la sensualità giocosa di “I’ll Be Your Mirror” seducevano uomini e donne, come i suoi biondi capelli e la sua statura teutonica conciliavano l’animo di tutti i presenti. Così una volta aveva detto di lei l’amico Sterling: Nico aveva due voci. Una era a pieno registro, germanica, da Crepuscolo degli Dei, e non mi interessò mai. Laltra era quel suo filo di voce, che mi piaceva.
Poi però, l’accordo si spezza: forse per gelosia o per capriccio, appena terminate le scene del cortometraggio “Chelsea Girls” e uscito l’omonimo album d’esordio (1967) di Nico (che vanta stupendi brani quali “The Fairest Of The Seasons”, “These Days”, “Winter Song”, “Chelsea Girls”, “Somewhere There’s A Feather” e “Eulogy To Lenny Bruce”) la band la esclude da ogni progetto futuro; pur attribuendo a lei stessa la colpa della separazione, fu un fatto però che durante l’esibizione all’EPI di Boston, quando cercò di salire sul palco i Velvet Underground glielo impedirono a forza. Lei commenterà sprezzante in una intervista: “I Velvet Underground avevano alcuni problemi di identità, volevano sbarazzarsi di me perché ricevevo più attenzione di loro da parte della stampa. John Cale tuttavia, a differenza degli altri, specialmente di Lou Reed, continuò gli ottimi rapporti con la cantante tedesca, e per lei fu artista ed uomo di riferimento.

Insieme crearono ciò che i critici hanno definito “Capolavori metafisici e visionari, ben oltre la pura accezione e valenza musicale: “The Marble Index” e, ancor di più, “Desertshore”. Autentici canzonieri di segreti indicibili alla realtà del mondo e delle cose, confessano un lamento esistenziale durato secoli e carpito finalmente lungo gli umbratili versi della tetra chanteuse. Così una recensione: “[…] Sono album che a fatica si possono categorizzare sotto il genere ‘rockconvenzionale o meno, anche se ci si impegna a forzare il giudizio, a classificarli sotto una delle più variegate sfumature che certa musica ti consente. La voce di Nico è un fantasma che si aggira senza pace nei dedali di una mente non ancora del tutto devastata, cantando – e recitando – di paesaggi irreali e stregati, di aria e luce bianca, di silenzi e visioni, di ombre senza nome. Una quiete dopo la tempesta senza pietà e redenzione, senza la possibilità di ricominciare, con momenti lirici e melodici da brivido, intrisi di unangoscia incurabile, di un fatalismo latente e perenne, di una inconsapevole impossibilità ad agire”. Qualsiasi inconsistenza prende forma in canti demoniaci e universali, partendo da “The Marble Index” e dal suo “Prelude” fino all’inno ancestrale di “No One Is There”, accompagnato da una danza irrequieta di violini e pianoforte, da “Ari’s Song” dedicata al figlio a “Roses In The Snow” per poi approdare all’album “Deserthsore” con la stupenda “The Falconer” e la successiva, dal raccolto lied a cappella, “My Only Child” e la malinconica “Le Petit Chevalier” cantata dal figlio Ari (Christian Aaron Boulogne) fino alla pudica ninna-nanna in “Afraid”, per concludere con la marcia stentorea di “All That Is My Own”, mentre i sogni si svelano e i dilemmi si sfaldano in verità pure ed abissali. I due album, usciti l’uno nel 1969 e l’altro nel 1970, non hanno mai avuto un grande successo commerciale; già pure, però, con essi si delinea una nuova faccia della stessa icona-medaglia di questa donna che comincia a deperire e a mistificarsi in una sorta di martire sofferta e sofferente della sua stessa arte. Tinge i capelli dorati di un nero implacabile, diventa eroinomane e conduce una vita sregolata tra concerti e viaggi con amici ed amanti; sposa Philippe Garrel, regista cinematografico underground, con il quale girerà film criptici ed oscuri quali “Le Lit De La Vierge” (1969) e “La Cicatrice Intérieure” (1972).
Nico, con la sua inseparabile sigaretta e i capelli nero corvino, pubblica un nuovo LP, “The End…” (1974) nel quale comincia ad affiancare ai suoi brani, sempre più oscuri, grandi canzoni come l’indimenticabile “The End” dei Doors o una sorprendente e solenne versione dell’inno tedesco “Das Lied Der Deutschen”.
Passano gli anni e Lei diventa sempre più un fantasma. Nel 1981 esce “Drama Of Exile” che accanto a brani smaccatamente dark quali “Purple Lips”, “One More Chance” e “Sixty Forty” regala delle magnifiche cover: “I’m Waiting For The Man” dell’amato/odiato Lou Reed e “Heroes” di David Bowie. Una gemma nera. Ma così, come riporta la biografia di Gabriele Lunati, rammenta Lutz Ulbrich, uno dei suoi amanti che dipinge anche un tetro panorama degli eccessi: “Il periodo in cui mi feci di eroina fu il peggiore della mia vita anche se almeno avevo un obiettivo: farmi. Suona perverso, ma è così. Quando ti fai incontri le persone più strane nei posti più improbabili, come in un film. Un film di gangster. Ma la cosa stupida è che iniziai da solo, e solo perché anche Nico si faceva. Lei mi diceva sempre: “Dài, prendine un po, è buona…”. Quando stai con qualcuno che ami, vuoi sentirti al livello di quella persona e condividere tutto. Nico… quello che le piaceva più di sé stessa erano gli occhi. Io la adoravo, in modo assoluto. Avevo 22 anni quando la conobbi, ero un suo fan e mi innamorai follemente di lei, per forza. Ma lei viveva con Garrel allepoca, in Rue de Richelieu, Parigi. Dio mio, era incredibile. Non ho mai visto un altro appuntamento così in vita mia. Tutto nero e scuro, e poi loro erano pure così poveri… Lui se ne stava sempre in casa, avvolto da una coperta, senza cibo, senza luce, tutto il mondo lasciato fuori. Mozziconi di sigarette ovunque, fumava le Kool, e nessuno si era mai preso la briga di pulire per terra. Se ne stava seduto lì a pensare per ore […] Una volta, a New York, quando ci lasciammo definitivamente, la situazione era a un punto limite. Lei mi colpì alla testa con un ferro e io cercai di strozzarla. Venne la polizia a separarci, al Chelsea Hotel, dove appena due porte dopo la nostra stanza Sid Vicious strafatto aveva ucciso sua moglie Nancy”.
Nico era ormai una dark lady; orgogliosa delle bruciature della propria pelle e della sua voce distorta da anni di fumo accanito. Sarebbe stata l’esempio e insieme il precursore di un nuovo movimento fortunatissimo negli anni ’80: il gothic-rock. Band mitiche di quel periodo come Joy Division e Siouxsie And The Banshees la vollero come supporter per i loro concerti, e nel corso di questi anni si ricordano i live-recordings più emozionanti di tutta la sua vita, dalla storica reunion dei Velvet Underground al Bataclan nell’ormai lontano ’72: “Do Or Die!” (1982), “En Personne In Europe” (1983), “Live Heroes” (1986) e “Live In Tokyo” (1987).
Nel corso di questi ultimi anni scopre e reinventa la Babele commerciale della musica elettronica con l’interessante opera d’addio “Camera Obscura” (1985), dimostrando un audace distacco con il passato e stimolanti possibilità di rinnovamento che mai avverranno. Tra gli altri “Camera Obscura”, la cover di “My Funny Valentine”, “Into The Arena” e “König” sono il suo meraviglioso testamento musicale. La sua carriera era appena risorta dall’oscurità degli anni precedenti, e cominciava ad avere un discreto successo di vendite. I suoi ultimi concerti erano ispirati e tecnicamente ineccepibili, sebbene caratterizzati dall’euforico senso di dannazione che li contraddistingueva; si ricorda una sera in cui, sfinita dal whisky e dalla droga scoppiò in un ultimo grido prima di barcollare e cadere a terra: “Questa notte voglio morire con voi!.
Infine un sardonico e banale incidente, la cui natura è ancora avvolta nel mistero, pose fine ai suoi giorni; da “Sacerdotessa sepolcrale del rock”, così come la immortala il critico musicale Piero Scaruffi, è morta in silenzio, succube della genialità e del costante senso di autodistruzione.

Da dietro i vetri della mia finestra vedo un demone danzare una parodia cruciale. Mi invoca e agita in aria le braccia. Ma non c’è nessuno. Proprio ora che i giochi iniziano. Non c’è nessuno.

Nico (1938-1988)

 Michele Alinovi

Nico, Andy Warhol, Maureen Tucker, Lou Reed, Sterling Morrison, John Cale

Nico, Andy Warhol, Maureen Tucker, Lou Reed, Sterling Morrison, John Cale