Musicista, ma anche scrittore, sceneggiatore e attore, Nick Cave è sempre stato alla ricerca di un senso da dare all’essere nel mondo. Spesso ciò lo ha portato ad esperienze estreme, urlate nella sua musica, fino a sfociare in una sorta di misantropia verso ciò che lo circondava. Il suo “Io”, ma anche i personaggi descritti in musica (le alterne vicende dei suoi tanti alter ego) e le storie raccontate, non sono altro che aspetti e metafore di una esistenza travagliata. Nick Cave è un poeta maledetto così come lo erano Edgar Allan Poe, Arthur Rimbaud e Charles Baudelaire. Questi termini di paragone possono di certo sembrare semplicistici o forzati, ma servono in qualche modo a farci approcciare al suo mondo. Il blues ed Elvis Presley, Johnny Cash, Tom Waits. Il punk e la new wave, le filastrocche in chiave tribale. Le ballate di morte. E si potrebbe continuare a lungo, perché tantissimi sono i richiami presenti nella sua musica. Quando penso a Nick Cave le prime parole che mi vengono in mente sono Amore e Rabbia. L’amore come ricerca disperata di un conforto per far fronte alle avversità della vita e alle proprie insicurezze; l’amore giovanile, l’amore per la bellezza, ma anche l’amore in senso religioso e quello per la morte. Rabbia. Anche qui, la rabbia che ogni giovane cova dentro di se, rabbia per le ingiustizie, rabbia intesa come delusione per le mancate risposte dalla fede. La morte ancora, la tragedia e il dolore sono una costante nella sua musica, raccontate, rappresentate ma anche subite. Ho sempre associato l’ascolto di Nick Cave e i suoi Bad Seeds a quello di una musica adulta, complessa e non scevra da implicazioni letterarie e teatrali. Parlarne a proposito è impresa non di poco conto.

Il Nick Cave maturo non è un lontano parente di quello che sin dai primi album coi Bad Seeds (ma anche The Birthday Party) gridava le sue liriche per raccontare le vicende delle vita. La sua discografia è stata caratterizzata da varie fasi: dal rock malato (“From Her To Eternity”, 1983/84; “Your Funeral… My Trial”, 1986; “Tender Prey”, 1988) alla fase introspettiva (“The Good Son”, 1990; “The Boatman’s Call”, 1997), dal blues declinato in chiave folk-noir (gli anni 90 di “Let Love In”, 1994 e le “Murder Ballads”, 1996) alla declamazione in versi e alla riduzione al minimo della musica (“Push The Sky Away”, 2013; “Skeleton Tree”, 2016, ma anche le colonne sonore con Warren Ellis).

Gli album della prima parte della carriera fanno parte della storia della musica rock e non solo, ma è sulla seconda stagione che vorrei soffermarmi. Per i più questa rappresenta la fase calante, la “mancanza d’ispirazione” che coincide con l’abbandono dell’età giovane, ma è anche la fase della riconciliazione con sé stesso, l’accettazione definitiva di Dio e il ritorno ad una vita pacata. La fase 2 di Nick Cave è iniziata a metà degli anni 90 ed ha trovato il suo compimento negli album successivi, dove l’urgenza rock ha ceduto il passo alle ballate al piano (in vero da sempre presenti nei suoi lavori, sin dal capolavoro “The Good Son”). Il ritorno a sonorità più veloci e classic rock c’è stato a più riprese, anche nel progetto estemporaneo Grinderman, dal quale sono usciti fuori due potentissimi album old style. La caratteristica principale degli ultimi due decenni però, è la presenza di un’aura malinconica, a volte pacificata, altre disperata, quasi una rassegnazione consapevole a tutte le negatività del mal di vivere. Cave è diventato un predicatore. Il nostro in passato ha attraversato varie fasi pericolose, dovute all’eccesso di uso di alcol e droghe e, anche se questi aspetti hanno inciso non poco nella scrittura e nelle musiche, alla fine ciò che ne veniva fuori era sempre una via d’uscita, una luce in fondo al tunnel. La riscoperta della fede e lo studio di testi sacri hanno contribuito ad aiutarlo a capire il dolore, ma nell’ultima produzione sembra che vi sia quasi una situazione di stallo. Ciò è stato in particolar modo determinato dalla scomparsa del figlio Arthur avvenuta due anni fa. La tragedia si affronta e forse si supera cercando di andare avanti, continuando come prima anche se non è come prima.

In “Skeleton Tree” Cave ha cercato di trovare una strada alla propria espiazione, ma alla fine rimane la sensazione di trovarsi innanzi a un vicolo cieco. La fede non basta a placare il dolore (così in “Jesus Alone”: “With my voice I’m calling you” e ancora: “You believe in God but you get no special dispensation now”), può solo dargli un senso (in “Skeleton Tree”: “I called out, i called out right across the sea but the echo comes back in, dear, and nothing is for free”, ma alla fine del brano: “…and it’s all right now”). Il suono è ridotto all’osso (il piano e qualche tocco al sintetizzatore) e i Bad Seeds si limitano ad accompagnarne il lamento. E’ come se si volesse spogliare del malessere interiore per cercare la catarsi. Eppure questo magnifico album, a parte la stampa mainstream (abituata a celebrare gli autori piuttosto che analizzare i loro lavori) non è stato realmente capito dalla critica di settore. Forse ci si aspettava qualcosa di diverso? O sono i continui cambi di rotta musicale che hanno disorientato? Invero, tolte le parentesi più “veloci” (i già citati Grinderman, ma anche gli album “Nocturama”, 2003 e “Dig, Lazarus, Dig!!!”, 2008) è da “No More Shall We Part” del 2001 (altro album incredibilmente sottovalutato) che un continuum permea i suoi lavori: la battaglia costante con i demoni esistenziali. La musica è diventata più intima. Seppur disturbato dall’attualità egli cerca il contatto col suo pubblico, il cui abbraccio finalmente lo conforta.

Il Nick Cave di oggi è un uomo di sessant’anni a cui non si può chiedere di essere quello che non è mai stato, o di fare un altro album che ricorda i lavori migliori (tutti gli anni 80, i primi 90?). Avercene di dischi così al giorno d’oggi. Pura classe cristallina e poesia in musica. Ammantata di oscurità e di luce.

Giuseppe Giannini

Nick Cave