“E la furia di Stefan si scatena ancora di più e pensare che Primo ti voleva pure bene, bruttostronzo albanese che cazzo fai? T’ha dato il pigiama nuovo, le pantofole, la cotoletta e tu vai giù pesante con questa mattonella che gli hai ridotto il viso ormai a pezzi e le sue mani cercano di fermarti e di stringerti nello stesso tempo, chissà se questo lo capisci, fottuto albanese…”

Peppe Lanzetta (1956)

 

Napoli 1
Qualche acquerello sopravvive in mezzo alle discariche, seppur tracciato con le pennellate decise e schiette dell’argot, del dialetto e della volgarità: Secondigliano non è fatta per i poeti, ma possiede una poesia più intima. Bisogna scavare tra le macerie per trovarla… io ci ho provato. Per una settimana ho viaggiato con le ansie, le angosce, la gioia e i desideri di coloro che vivono nel terreno dove alligna la “Malapianta”, che con la sua chioma, di rami intricati e nodosi legami, lascia filtrare poca luce dal cielo e le cui radici asfittiche, ramificate al di sopra della terra, diventano capillari venosi di quei poveri frutti a cui è sottratta la linfa, che consumati, cadono verso la terra, consci che finalmente è arrivata l’ora del riposo. Sebbene al malcapitato possa sembrare di trarre nutrimento dalla malapianta, non si accorge – finché palese uno sparo irrompe tra le parole a sancire il netto separarsi della morte dalla vita – che ne viene solo sfruttato, così dissecca. Il sangue e la presunta morale sono il suo nutrimento, e i prodotti di scarto del suo biochimismo sono il cemento, le scorie, monticelli di denaro; il suo respiro ha il ritmo dei muscoli cardiaci, dell’adrenalina, della tensione, della paura, e ad ogni vittima che assorbe nasce una gemma, così accade che questo albero somigliante ad un’enorme impalcatura di ossa, occupi con la sua chioma l’intero cielo. In questa atmosfera dove sembra che aleggi nell’aria un costante vapore di catrame che annerisce del suo fumo tutti gli animi, tutti gli occhi, le bocche e i genitali di chi ci vive, si snodano queste storie di umanità semplice e pura. Come in ogni trattazione distopica rimane un ultimo uomo, che si pulisce gli occhi dalla fuliggine e va contro il sistema imposto, o semplicemente lo ignora e la gioia e le ansie e le sensazioni del lettore sono tutte nelle sue mani, che vorrebbero spazzare il cielo opaco, strappare le nubi, per godere della luce. C’è una piccola differenza però: questa non è una trattazione distopica, è la realtà, un realismo sporco di ghetto e sofferenza, la cui sensazione d’oscurità è stata banalizzata da libri, film, serie tv rendendo ogni particolare di questa immane tragedia, un puro semplice e digerito luogo comune. Quando di comune quei luoghi non hanno niente.

Napoli 2
E’ un giorno come un altro, soltanto un’aria inquieta si frammischia ai vapori peciosi; c’è uno strano e inusitato silenzio; un nugolo di persone è affacciato verso il burrone discarica abusiva, e l’immagine è quella d’una grande tragedia. Donne si strappano i capelli, uomini si portano le mani al viso coprendosi gli occhi, i bambini curiosi, non coscienti di cosa sia la morte e con le guance arrossate d’innocenza e sporche di nero, vengono tenuti lontani dai genitori. Si inizia ad udire un sordo lamento, un gemito collettivo, un mmmmmmmmhhh che esala dalla folla; lacrime e commiserazione, occhiaie che si fanno voragine. Poi il nugolo si sparpaglia, diventa singoli che camminano, con la faccia rivolta verso il basso, verso il presente. Nessuno guarda più avanti. Il giornale locale titola: “La Speranza trovata sul fondo d’un burrone”, e più sotto il forbito commento di un passante: “E chi la  vede più?. Sarà morta uccisa: la Speranza doveva morire, era lei ad accendere quel barlume che dilaga feroce dalla pupilla e fa contrarre il volto, capace di incendiare tutti coloro che vi si oppongono. Per questo è stata uccisa, lo si doveva immaginare, parlava troppo, sempre parole buone per tutti: ce la farete, ce la faremo. Qui ci sono delle regole non scritte, a violarle, succede quel che succede, lo sanno tutti”. Chiuso il giornale c’è pur sempre il tempo di una pausa meditativa, un bel caffè amaro. L’aroma risveglia il gioco delle corrispondenze, così nel ricordo di sensazioni, succede che le mie narici vengano pervase da un odore di pasta e cavoli, melanzane indorate e cotolette… e Peppe Lanzetta che emerge da questa nuvoletta, con la penna in mano a separare i sapori, le atmosfere, e a caratterizzare tutto ciò di cui sto parlando, facendoci entrare nelle viscere di questa Napoli la cui oscurità tentacolare accarezza teneramente e strozza brutale con il medesimo sinuoso movimento. La “Piovra” che sorge dalla fogna dell’anima e blandisce i passanti coi suoi tentacoli, e chi vi soggiace diventa come quell’insetto che vive la sua vita adulta un’ora e mezza e in quel periodo cerca di accoppiarsi: effimero. Come l’efèmera nasce e muore in un giorno, senza significato, senza nome, senza volto. In certi luoghi l’oppressione deterministica ti costringe ad una scelta duale: o dentro o fuori, aut aut categorico, Secondigliano non ammette ibridi morali; o te ne imbevi fino ad affogare, ormai nutrimento e delizia della “Piovra” o la rifuggi.

Napoli 3
Così può capitare che in quel momento, mentre la “Piovra” con facili promesse ti lusinga e con il suo nero viscido tentacolo ti accarezza il viso ungendoti di inchiostro, un raggio di sole filtri a pervadere la tua pupilla e nel suo automatico dilatarsi, insieme alla luce si mischi il futuro, così, provi ad evadere dalla sua morsa e spuntano su di te delle ali che si fanno seriche, ali fatte di vergogna, di schifo, di respirare aria pulita e non quel catrame che avvolge ogni albero, ogni finestra, ogni palazzo, e rende così sporco l’animo umano, con la sete e la fame di giustizia, con la paura per ogni azione e inazione e tutto il sudiciume del mondo che ti è capitato davanti agli occhi, lo vedi trasformarsi in seta, librarsi leggero; e così al facile guadagno dell’efèmera preferisci volare altrove. Tu sei importante, perché con te grazie a te, per tua mano rinasce la Speranza, si solleva, nelle sue vesti candide di cartapesta e vola, coi buchi nel petto che non si rimarginano, ma vola, mentre la “Piovra” rifugge nelle profondità magmatiche di ogni animo corrotto, e tu, nella tua macchinina, verso una spiaggia, che sia anche una spiaggetta a goderti un giorno di sole con la tua bella, due giorni, tre, ed il futuro…

 Giacomo Grignetti

Secondigliano, Napoli

Secondigliano, Napoli