Di David Lynch

Scritto da: DAVID LYNCH
Musiche di: ANGELO BADALAMENTI, DAVID LYNCH
Montaggio di: MARY SWEENEY
Fotografia di: PETER DEMING
con:
NAOMI WATTS
LAURA ELENA HARRING
JUSTIN THEROUX
ANN MILLER
ROBERT FORSTER
MICHAEL J. ANDERSON
DAN HEDAYA
ANGELO BADALAMENTI
JAMES KAREN
CHAD EVERETT
BRENT BRISCOE
BILLY RAY CYRUS
PATRICK FISCHLER
MICHAEL COOKE
MELISSA GEORGE
REBEKAH DEL RIO
MONTY MONTGOMERY
Produzione: MARY SWEENEY, NEAL EDELSTEIN, MICHAEL POLAIRE, PIERRE EDELMAN, ALAIN SARDE, JOHN WENTWORTH, TONY KRANTZ, JOYCE ELIASON
Durata: 145’      Anno: 2001
Titolo Originale: MULHOLLAND DR. (Monacò)

MULHOLLAND DRIVE

“Mi attardai a osservare i balenii dei riflettori di Westwood Village che bucavano il cielo proprio sopra di me ravvivando la bassa nuvolaglia. Mi abbandonai all’effetto ipnotico dei guizzi luminosi fino a restarne instupidito. Neppure le auto che sfrecciavano sulla Mulholland riuscivano a scuotermi da quel torpore. I fasci di luce ad un tratto svanirono e consultando l’orologio mi accorsi che era passata mezzanotte.”

James Ellroy (1948)

Prologo.
Il breve racconto di William Mulholland che invidiava i morti:
Un ingegnere di Belfast, un autodidatta che amava creare la luce attraverso sbarramenti artificiali e delle forme bellissime ed essenziali giocando con l’immaginazione e la natura, si trasferì un giorno negli Stati Uniti per realizzare, tra le altre cose, una diga… e per dare il suo nome ad una strada. Arrivò a New York nel 1870 e, dopo una parentesi come minatore in Arizona, nel 1928 si trasferì nella solare West Coast dove, dopo esser stato accarezzato dalla dolce brezza dei suoi numerosi successi, si macchiò del peggior disastro dell’ingegneria civile della storia americana. La sua ombra proiettava troppa oscurità. In California, il 12 marzo del 1928, un assordante rumore di fondo cambiò improvvisamente e per sempre il destino di centinaia di persone, liberandole dal peso della carne. Una muraglia d’acqua alta come un palazzo di dieci piani e fitta come un drappo funebre fu la nuova versione della diga St. Francis, che cedette, poche ore dopo l’ispezione del nostro ingegnere, e scaricò circa 47 milioni di metri cubi d’acqua che inondarono la Santa Clara Valley. Acqua, acqua dappertutto, e la morte divertita arrivò nuotando, trascinandosi via la città di Santa Paula e tutto ciò che trovò a portata di bracciata; se ne andarono così storie, vite vissute e da vivere, grandi progetti per il futuro, ricordi, speranze, delusioni, rapporti occasionali e amori destinati a durare per sempre, scopate a pagamento, parlate a male, torte di mele, debiti e crediti, piccoli misteri irrisolti, gesti caritatevoli, amicizie, violenze… il fango seppellì e mise a tacere ogni cosa nel buio. Ci furono 450 vittime, inclusi 42 bambini. Siamo tutti figli delle nostre azioni e non sempre la vita dà soddisfazione; il ricordo è un boato nel labirinto della memoria, con l’eco che rimbomba nel vuoto di un’anima dannata per una colpa troppo grande. Ci fu un processo per quel disastro ovviamente, e dall’inchiesta venne fuori che il nostro non avesse nessuna possibilità di prevedere che sarebbe diventato il braccio destro della “Grande Mietitrice”. Innocente. Nonostante ciò quando prese la parola, l’ingegnere ammalato di dolore, dichiarò in lacrime: “Invidio i morti”.
Si chiamava William Mulholland e non scrisse mai il suo libro della felicità.
Fine prologo.

David Lynch sta facendo un sogno… nel cuore della paura. Notte a Hollywood, stelle scintillanti e profumo di gelsomini nell’aria, calma irreale; una limousine nera sfreccia lungo Mulholland Drive interrompendo il silenzio e il flusso di coscienza in quella tarda ora, disegna lampi di luce e strane geometrie mentre affonda nel buio… poi l’incidente. Solo ombre nelle ombre ora su Mulholland, e silenzio. Una ragazza è sopravvissuta, bruna, bellissima, rapita, esce dalle lamiere contorte e vaga come in assenza di peso. La sua testa prende a girare a vuoto. I figli di puttana che giocavano nella squadra dei cattivi, classica manovalanza mafiosa, rimangono comodi nella limousine distrutta. Mattino a Los Angeles. La bionda Betty arriva ad Hollywood, a casa della zietta, è una giovane aspirante attrice che tenterà la fortuna nel mondo del cinema cercando di conquistare la “Fabbrica dei Sogni”. Inizia così la storia, con la danse apache di queste due donne, perdute. L’arte di David Lynch è puro istinto, ragnatela di incubi, sogni e delitti. Il regista americano si muove tra il crepuscolo e la morte e rende il suo personale tributo al film che più ama: “Viale Del Tramonto” (1950) di Billy Wilder – il cartello stradale di Sunset Boulevard, la stessa auto del film di Wilder al Paramount Lot, lo stesso cancello in ferro battuto, la stessa arcata… cinquant’anni dopo. “Mulholland Dr.” è una creatura indefinita, percepita, che spinge tutto all’eccesso, ricca di atmosfere noir, umorismo delirante, soggettive sinuose e bugiarde… pulsioni di morte e perversione che vengono da uno schermo deformato, schermo come un velo tra sogno realtà e ricordo, che proietta la speranza frustrata di un amore impossibile, ambivalente e velenoso… è il riflesso di un indirizzo: Trentanovesima e Norton, dove un freddo mercoledì mattina del 15 gennaio del 1947, la “Dalia Nera” venne trovata morta, il suo corpo squarciato tagliato in due all’altezza della vita. Betty Short si chiamava, una storia di omicidio degli anni ’40 riproposta da Lynch nel 2001, Lynch che attraversa l’aldilà e il tempo, lasciandosi trasportare dalla sensorialità, sublimando “Eraserhead – La Mente Che Cancella”, “Velluto Blu” e “Strade Perdute” (capovolto) e proponendo l’ennesima variazione del “Mago di Oz” e de “La Donna Che Visse Due Volte” di Alfred Hitchcock.

La sceneggiatura – la più complessa mai partorita dal regista – di una logica perfetta, incredibilmente sofisticata, è concepita e scritta addentrandosi nel più profondo dei meandri della psiche umana, “mezzo industriale” in grado di creare mondi, con sfumature che possono facilmente sfuggire ad una prima visione. Una storia dettata da un’atmosfera e da un cartello stradale: Mulholland Dr.: “Mi immagino Mulholland Drive di notte. Chiunque abbia guidato su quella strada sa che non c’è molto traffico, e che è piena di coyote e gufi e chissà cos’altro. Si sentono delle ‘storie’ a proposito di cose che accadono su Mulholland Drive. E’ una strada piena di mistero e di pericoli. Ed è come guidare sul tetto del mondo, guardando giù la Valley e Los Angeles. Si vedono questi panorami incredibili, quindi è alquanto onirica oltre che misteriosa”. La struttura narrativa si perde tra sogni dolci e saffici e personaggi alla “Twin Peaks”: “Una semplice storia d’amore nella città dei sogni”. Ottimo il montaggio di Mary Sweeney, che si occupa anche della produzione con l’aiuto dei francesi di Canal Plus (il film era stato concepito come episodio pilota di una serie tv dell’americana ABC, mai andata in onda a causa degli elevati costi). Le raffinate immagini (ai limiti dell’allucinazione), che si sposano perfettamente con l’opera del magnifico fotografo statunitense Gregory Crewdson e con le istantanee di Lottie Davies, sono dell’impagabile Peter Deming, il suo obbiettivo e la sua cinepresa “fluttuante” riescono a catturare il lato oscuro di Hollywood e la brillantezza di Los Angeles. Deming è uno dei pochi direttori della fotografia ad usare la macchina da presa come un pennello che schizza impazzito luce e tenebra. Le musiche sono dell’accoppiata Badalamenti/Lynch; le melodie fanno capolino dal buio, i suoni sono percettivi… una colonna sonora ossessionante di alta classe: “Jitterbug” prima dei titoli di testa, sulla scena del ballo (con un paio di indizi fondamentali per il film), poi il brano “Mulholland Drive”, l’oscura “Diner”, la spensierata e démodé “I’ve Told Every Little Star”, la magica “Silencio”, il blues malato di “Mountains Falling” composto dal solito Lynch e John Neff e… “Llorando (Crying)” di Roy Orbison, in una commovente e stupenda versione della cantante Rebekah Del Rio, che compare nella parte di sé stessa in uno spettacolo al Club Silencio, dove Lynch dà una grande dimostrazione del suo “metodo”: la Del Rio e il trombettista jazz Conte Candoli (scomparso poco dopo le riprese), sembra che stiano cantando e suonando per davvero, ma di colpo si scopre che non è così, è tutto in playback! Si aprono i nostri occhi, increduli ci destiamo dal torpore in cui eravamo precipitati… è solo uno spettacolo, è solo finzione, e anche le cose di cui siamo sicuri possono spiazzarci, come una musica che continua senza musicista. Tutto è magia e sogno. La direzione degli attori è curatissima e le interpretazioni perfette. La folgorante carriera di Naomi Watts (Betty/Diane) comincia proprio con questo film, con una coraggiosa performance ricca di sfumature, dolcezza e disperazione. Splendida Laura Elena Harring (Rita) – anche lei lanciata da “Mulholland Dr.” – femme fatale senza memoria, avvenente e con una sensualità da vertigini. Justin Theroux (il regista Adam Kesher, impegnato in un film che non s’ha da fare) è una rivelazione; in questo ruolo è adombrata in parte la figura dello stesso Lynch e delle sue esperienze. I personaggi di contorno riescono ad essere memorabili pur comparendo per pochissimi attimi: la forte presenza di Robert Forster (il Detective McKnight) ad esempio, Dan Hedaya e Angelo Badalamenti (i fratelli mafiosi Castigliane – Badalamenti che sputa il caffè e chiede il tovagliolo esprimendosi senza articoli è da paura!), e ancora il nano Michael J. Anderson (l’inquietante Mr. Roque). “Mulholland Dr.” è anche il palcoscenico dove si esibisce per l’ultima volta e con la consueta eleganza la leggendaria attrice della MGM Ann Miller (Coco), che poco tempo dopo le riprese passerà a miglior vita. I film di David Lynch prevedono sempre una presenza misteriosa, nell’ombra… qui è un cowboy (interpretato dal produttore Monty Montgomery) che da un ranch illuminato da un cielo nero come la coscienza di Satana e un lampione che fa le bizze, sulla Mulholland, sembra sapere tutto di tutti e veste i panni del burattinaio: un’oscura presenza che a quanto pare ha il potere di spostare le paure in una zona ancora più oscura rendendo la notte assoluta. Il film ha vinto la Palma D’Oro a Cannes per la “Miglior Regia” ex aequo col superbo “L’Uomo Che Non C’Era” di Joel e Ethan Coen e ha ottenuto anche la Nomination all’Oscar per la “Miglior Regia” (la terza per David Lynch) dopo “The Elephant Man” (1980) e “Velluto Blu” (1986). Un successo per una pellicola partita male. Morta. Resuscitata. Trasformata. Il regista l’ha ripresa per i capelli aggrappandosi alle sue idee e al suo cartello stradale, Mulholland Dr.: una lunga strada che in 90 minuti dalla collina porta all’oceano. Da un terribile incidente – il ritorno alla vita per la bruna, il sogno di una nuova vita e una nuova identità per la bionda, pensando alla propria morte imminente – sangue che fluisce lentamente, ville di lusso e bettole da quattro soldi, notte, le palpebre si chiudono, il sogno comincia… Diane/Betty insegue una chimera, ha dimenticato tutto, ha relegato il ricordo di un delitto a pagamento nella sfera onirica, stessa cosa ha fatto con il suo atto definitivo; ed è in quel momento e in quella particolare dimensione che incrocia il destino con Rita in una villa di Beverly Hills. Scene apparentemente confuse, scollegate tra loro, visioni, Hollywood tra enigmi, complotti, fantasmi, palme, pericoli e sangue, luci splendenti e zone d’ombra nel cuore del glamour: “Un sogno nel sogno” ha scritto Edgar Allan Poe. Il fantasma di “Viale Del Tramonto”, David Lynch che esplora sempre più a fondo il buio, la terrificante dimensione del subconscio, con un’eleganza sopraffina… il ritratto di “Beatrice Cenci” attribuito a Guido Reni, “Doppio Sogno” di Arthur Schnitzler e va oltre… abbraccia e fa rivivere la meravigliosa “Gilda” di Rita Hayworth… oltre, i vaneggiamenti del Noodles senza presente, perso nella fumeria d’oppio in “C’Era Una Volta In America”… Lynch sfoglia un libro (il Destino), scopre un mostro (chi fallisce è destinato a diventare un’entità oscura nascosta dietro un vicolo senza uscita), apre una “Scatola Blu”. “Mulholland Drive” è il mistero della morte di Marilyn Monroe – il cadavere di Diane che diventa Betty, una donna distrutta dall’amore e dal fallimento, colma di sentimenti negativi, gelosa, frustrata, che si suicida, triste e sola – “Mulholland Drive” è l’anima di una Los Angeles che innocente non è mai stata e scopre il cadavere mutilato e torturato della “Dalia Nera”… “Mulholland Drive” è un riflesso surrealista, è un mucchio di parole a caso gettato in aria, che cadendo si sono disposte a formare la storia di una morte e di una chiave blu, assumendo i connotati di un’inchiesta sulla vera identità, ed è la storia di un senso di colpa. Il finale è un addio alla dolce Diane, in un ricordo importante ma molto fragile, frammenti di realtà che si mescolano ad una visione dov’è lo schermo a frantumarsi e non i personaggi. Uno specchio bellissimo, il cinema in stanze inedite, mai esplorate. Hollywood misteriosa, perversa, fuliggine ovunque, un mostro nero dietro l’angolo, due vecchi rimpiccioliti che escono dalla “Scatola Blu” aperta e diventano giganti, ridendo di Diane; in quelle risate ci sono i fantasmi e un cortocircuito nel tempo. Un sipario di oscurità cala ottenebrando la vita. “Mulholland Drive” è un sogno in cui la sadica Diane si tradisce erodendo un suicidio per ricavarne pezzi di se stessa, Betty, splendidamente consacrata al sacrificio del vuoto. Una stella del cinema, una cameriera fallita. E’ sveglia o sta dormendo?… SILENCIO!… ma non c’è niente, nel silenzio.

“Mi aggrappai a Betty, con una preghiera, un’implorazione. Le nuvole si aprirono, l’aereo cominciò la discesa e apparvero le luci crepuscolari della città. Chiesi a Betty di accordarmi un buon esito del viaggio, in cambio del mio amore.”

James Ellroy (1948)

Monacò

Mulholland Drive (2001) - David Lynch

Laura Elena Harring, Naomi Watts – Mulholland Dr. (2001)