Chi può mai dire dove finisce la vita e comincia il racconto, e se mai ci si possa distaccare dalle vicende personali per nuotare in un mare d’invenzione, colpevole o innocente che sia, ma pur sempre una forma estemporanea di realtà?
Di Michel Houellebecq (Thomas è il suo vero cognome) tutto si può dire, tranne che a modo suo non sia un tipetto piuttosto geniale. E schizoide. Ha in sé la verve del letterato fine e del pozzo culturale senza fondo, ma anche altrettanta passione virile e poco virtuosa ne percorre le vene e i capillari, rendendolo simile a quella mala razza che siamo abituati a definire “O l’adori o lo odi”. Houellebecq rinnova la tradizione dello sguardo francese sulla vita, quell’acume velato di amaro sadismo, quel sorprendere con visuali inconsuete. Grumi di genio dissoluto, conditi con pennellate d’ironia, a volte cupa ma spesso dissacratoria e trascinante. Scrive, in uno dei suoi romanzi: Gli uomini vivono gli uni accanto agli altri come buoi; è già molto se riescono, di tanto in tanto, a condividere una bottiglia di vino. Houellebecq non prescinde dalla realtà, sia essa bella o brutta, perché mai la ritiene arida e fine a sé stessa: La verità è scandalosa. Ma senza, non c’è nulla che abbia valore. Una visione onesta e ingenua del mondo è di per sé un capolavoro… man mano che vi avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta…”. La sua visione del mondo (che cambia) è coerente, rapace perché si avvinghia alla mente e difficilmente passa inosservata. Capace di slanci lirici di alto livello e lignaggio, Houellebecq è uno scrittore che a suo modo sa essere scomodo, perché vede le cose e parla le lingue che altri vorrebbero obliare, vere e crude e profonde come incisioni in alberi dalla scorza infinitamente spessa. Ha avuto molte parentesi di vita intellettuale e lavorativa, condite da un esistere a zig zag tra le intemperie dei sentimenti. Ha conosciuto la depressione così come il dolore e la solitudine, che non a caso appaiono come marchi indelebili nelle sue pagine e nei suoi personaggi.
Il lavoro da informatico, svolto per breve tempo negli anni ’80, gli ha fornito con molta probabilità lo spunto per il primo romanzo, “Estensione del dominio della lotta” (“Extension du Domaine de la Lutte”, 1994, 2000). Protagonista è un programmatore che ha una vita sociale ridotta al minimo, fissato con alcune piccole manie che non contribuiscono a risolvere le sue paure e la sua asocialità. Così interno è il mal di vivere che finisce per influenzare anche il collega Tisserand. La vita del protagonista si rivelerà come una sequela di occasioni perdute a causa di una carenza d’amore. Misantropo? Disperatamente solitario? Forse. Eppure c’è tanta gente che lo ha letto e l’apprezza, e un motivo ci sarà. Escludendo l’improvvisa pazzia collettiva, c’è forse un verso, un punto nel quale converge l’attenzione e il gusto, e chi legge Houellebecq l’ha trovato proprio nelle sue pagine. Il suo linguaggio s’infarcisce di scurrilità, in certe situazioni. Ama il sesso e le donne, le parole per quello che valgono e vogliono significare e si diverte ad alternare la metafora al concetto esplicito.
Il secondo lavoro, “Le particelle elementari” (“Les Particules Élémentaires”, 1998, 1999), ne fece una caso letterario mondiale, con premi e critiche che piovvero in egual misura, polemiche che non fecero altro che accrescere la popolarità dell’autore francese e che spianarono la strada anche alla trasposizione cinematografica. Come recita l’incipit: “Questo libro è innanzitutto la storia di un uomo, di un uomo che passò la maggior parte della propria vita in Europa Occidentale nella seconda metà del Ventesimo secolo. Perlopiù solo, egli intrattenne tuttavia rapporti saltuari con altri uomini. Visse in un’epoca infelice e travagliata”. Il protagonista è Michel Djerzinski, un biologo molecolare che a quarant’anni non riesce a trovare stimoli in un lavoro che gli ha regalato molte soddisfazioni, piano parallelo di una vita privata anch’essa sterile e piatta. Un lungo flashback ripercorre l’esistenza di Michel e Bruno, il fratellastro, cresciuti in assenza della figura paterna e all’ombra di una madre superficiale (difatti, la vera infanzia di Houellebecq). La vita dei due fratellastri, i loro amori e le vicende di sesso si incrociano in futuro, quando la vita pone le condizioni e tutto procede verso l’annullamento. Un messaggio di fiducia, tuttavia, emerge alla fine del romanzo. Il lavoro di Michel condurrà un giovane biochimico di nome Frédéric Hubczejak a perfezionare le scoperte che condurranno alla creazione di un nuovo genere umano, esente dai difetti genetici del vecchio, già da tempo comunque avviato al proprio declino. Questo messaggio, Houellebecq lo riprenderà in seguito.
Esplicito nelle esternazioni, lo fu ancor di più all’indomani dell’uscita di “Piattaforma. Nel centro del mondo” (“Plateforme”, 2001), dove i protagonisti si chiamano Jean-Ives (prototipo dell’uomo houellebecquiano con tutti i difetti, le tare e le nevrosi) e Valérie. Al centro del mondo c’è il rapporto amore-sesso, il significato di un’esistenza, anche se non mancano le situazioni in cui viene attaccato, per la prima volta esplicitamente, il credo islamico. Libro controverso, da taluni stroncato, da altri idolatrato. Dov’è la verità? Che lo si legga, e lo si giudichi solo dopo averlo fatto. Fu accusato di incitazione all’odio razziale Houellebecq, ma non ha mai cessato di stupire coi suoi testi, perché il suo fine pare essere l’inutile tentativo di comprensione delle ossessioni umane, del mondo da cui vorrebbe essere distante ma lo circonda ineluttabilmente. Ha dichiarato che: “… J’aimerais bien échapper à la présence obsessionnelle du monde moderne; rejoindre un univers à la Mary Poppins, où tout serait bien… (Vorrei sfuggire la presenza ossessiva del mondo moderno; far parte di un universo alla Mary Poppins, dove tutto sarebbe bello)…”.
Houellebecq lasciò la Francia per andare a vivere in Irlanda e quindi trasferirsi in Spagna. “La possibilità di un’isola” (“La Possibilité d’Une Île”, 2005) solleva interrogativi sul tema del doppio e dell’identità umana, parlandoci di clonazione e di vita eterna, di solitudine e amore condotto fino all’estremo. Un testo che cerca il significato dell’umanità in universi paralleli, tutti destinati a congiungersi. I Daniel protagonisti, a partire da Daniel 1 fino a Daniel 25, mettono in mostra la propria ipocrisia, lo smarrimento tipico di una società allo sbando. Le voci narranti sono parenti genetici ma separati temporalmente, come generazioni che si susseguono nel tempo. Con gli anni, il futuro riserva all’umanità la cancellazione del problema della morte, ma nel contempo anche della passione e delle emozioni, rendendo le vite aride e senza senso.
Houellebecq è anche un eccellente saggista. Tornando indietro nel tempo (al 1991), sfoderò un’intensa abilità cognitiva nell’esporre la personale visione di un genio letterario malato e insano, eppur bellissimo: Howard Phillips Lovecraft. I miti, i mostri, gli incubi, il mondo visionario e le patogene vestigia letterarie di Lovecraft, di colui che tanti talenti successivi ha ispirato, sono analizzate con puntiglio e febbrile lucidità, nel saggio “H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita” (“H.P. Lovecraft. Contre le Monde, Contre la Vie”, 1991, 1998). Che dire, sono pochi i saggi che mi hanno preso alla gola come questo, e non può mancare nella biblioteca di ogni letterato, specie se amante di certa letteratura.
Nel 2010, Houellebecq compie un giro su sé stesso, forse in parte pentito di tanta sfrontatezza nelle opere precedenti (anche se, visto il seguito, non ci giurerei!). Esce “La carta e il territorio” (“La Carte et le Territorie”, 2010), un testo che è incondizionatamente suo, ma anche povero di elementi disturbanti e provocatori, cosa che gli venne utile per l’attribuzione del Premio Goncourt. La storia di “La carta e il territorio” è l’ennesima lucida prova della sconfitta del genere umano, della sua débâcle contro il tempo e l’irruenza della natura. Ha concretizzato da tempo la perdita di valori e l’artificiosa esistenza che l’essere umano si è costruito intorno col progredire dell’esistenza, col passare del tempo moderno.
Scrive Houellebecq in “Sottomissione” (“Soumission”, 2015): “La totalità degli animali e la schiacciante maggioranza degli uomini vivono senza mai provare il minimo bisogno di giustificazione. Vivono perché vivono, tutto qua, è così che ragionano; poi immagino che muoiano perché muoiono, e che questo, ai loro occhi, concluda l’analisi”. “Sottomissione” è fantapolitica in cui la Francia è governata da un partito islamico (Fratellanza Musulmana) e gli altri raggruppamenti politici e le élite francesi collaborano con il nuovo Governo, come atto non solo di conversione ma di vera e propria sottomissione. Allo stesso modo, il protagonista François, professore senza stimoli e con una vita sentimentale scialba di affetti e condotta al solo sesso meccanico, piega la propria testa convertendosi all’Islam per proseguire la brillante carriera alla Sorbona, divenuta una vera università islamica; un po’ il richiamo e le conseguenze di un’infanzia in cui l’alienazione degli affetti ne ha fatto lo scrittore che oggi conosciamo, tramite i suoi scritti s’intende. L’indagine di Houellebecq è di tipo sociologico, scarnifica le trame contro l’individualismo senza remore, contro l’egoismo insito nell’animo di chi si corrompe e si fa corrompere da una società sbandata, senza punti fermi che non siano ricoperti da una dura patina di ipocrisia. Houellebecq è questo, prendere o lasciare.
Se siete di quelli che amano scoprire, e giudicate magari solo dopo aver scoperto, potrebbe valere la pena confrontarsi con un autore del genere, se non altro per sacrosanta curiosità. Se non volete gli espliciti schiaffi della parola, ma vi piace trincerarvi dietro un sicuro paravento di normalità a filtrare ciò che viene proposto dalla vita di tutti i giorni e siete devoti al politicamente corretto, be’, allora sarà molto difficile che riusciate ad apprezzare Michel Houellebecq.

Best regards,

Enzo D’Andrea

Michel Houellebecq

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