Se è vero che buona parte di ciò che oggi appartiene alla nostra cultura lo abbiamo ricevuto in eredità dagli ultimi decenni del Novecento, non può più stupirci questa continua corsa a indagare il passato, e non per puro spirito di nostalgia. Semplicemente in altri tempi, che non a caso corrispondono al periodo della giovinezza, l’Occidente traboccava di una vivacità culturale che oggi ci appare davvero impensabile. Arte, musica, letteratura, cinema, teatro: l’asticella era posta molto in alto, il confronto davvero spietato, lasciare tracce significative molto più difficile che in questo lacerto di terzo millennio così strano e contraddittorio. Non è giusto, fino in fondo, guardare in particolare agli anni Sessanta e Settanta come a un’età dell’oro: non erano poi così spensierati e allegri, c’erano tensione, contrasti violenti, contrapposizioni radicali, la vita non era affatto semplice. Eppure proprio allora si formò una coscienza che, per chi ci è passato, ha dell’imprescindibile: a ogni atto estetico ne corrispondeva una precisa necessità etica, nulla era pensato fine a se stesso, ogni cosa urgente e necessaria.

Ecco che, pensando a un titolo per questa mostra personale di Vito Masi, è spuntata fuori la parola “Mellotron”. Un termine che, indubbiamente, profuma di antico, ricco di quel gusto vintage che nel nostro presente muove l’anima ben più dell’ultimo ritrovato high tech. Si definisce tale strumento come l’antesignano dell’attuale sampler, un campionatore ante litteram capace di riprodurre suoni di diversi strumenti musicali e della voce umana. Per ogni tasto poteva essere registrata una qualunque informazione sonora, purché di durata non superiore ai 7”. Questa non è che un’informazione tra il tecnico e il suggestivo, che solo in parte tiene conto della lunga ricerca di Vito Masi all’interno della pittura. Nato alla fine degli anni Cinquanta, il Masi ventenne era un ragazzo alla ricerca, proprio nella musica, della sua ispirazione culturale. Figlio del Sud come tanti immigrati, cresciuto in Belgio – ed è lì che sente ancora forti le proprie radici – si è nutrito di quei suoni per crescere. E siccome l’arte è prima di tutto un gioco della memoria, queste cose periodicamente tornano a galla, tra i pensieri e i colori. Non riescono ad abbandonarlo né lui ci riesce a tenerle lontane. Questa sua nuova mostra segna il definitivo ritorno alla pittura d’immagine – chiamarla figurazione mi appare riduttivo – dopo un periodo in cui ha sondato altre possibilità espressive che non hanno escluso la fascinazione dell’astratto-informale. Un grado di sperimentazione altrettanto interessante, ma forse meno adatto a rappresentare l’ansia del tempo presente, le sue contraddizioni, i pericoli che la pittura come linguaggio, rischioso e complesso, sempre insegue.

Per la mostra gli ho dunque chiesto di ripensare ad alcune tracce che lo avevano segnato, di ricordare quei nomi illustri per lui germinali ed essenziali, provando a titolare questi nuovi quadri che mi hanno davvero sorpreso, perché sono ugualmente originali e intensi. Si va da Al centro del cosmo a Cerchio, da Epitalamo a Isolata, da Sentinella notturna a Ultima schermaglia (Robert Fripp, Ian McDonald, David Cross); per Dentro e fuori ha “scomodato” Michael Pinder e per Sette storie Tony Banks, cita Flavio Premoli in La terra diventa mondo e Appena puoi.

Non lo conoscevo, Vito Masi, ma è bastato uno scambio di mail per ipotizzare una collaborazione. Poi l’incontro e la sorpresa di avere tanti punti in comune. Un uomo interessante che si è autodefinito cupo e melanconico, facendo cioè sua quella tipica condizione dell’artista saturnino, vittima compiaciuta dei propri umori, che non teme l’esclusione dal mondo e sente il bisogno di agire nell’ombra, dove l’umore nero incrocia il fascino del dolce oblio. Eppure la predisposizione solitaria non impedisce a Masi di essere dentro le cose e di approcciare una pittura ricca di spunti e di interesse. Il suo agire mi pare un altro retaggio culturale e visivo del tardo Novecento, di quando cioè la pittura stava passando al setaccio dell’arte concettuale, essendosi ormai accorta che il suo linguaggio da solo non avrebbe potuto farcela a fronteggiare l’irresistibile avanzata delle neoavanguardie. Mi viene in mente un articolo che scrisse, nel 1982, Helena Kontova su “Flash Art” a proposito della pittura che viene dalla performance: “La pittura si trasforma dunque inglobando alcuni elementi della performance, dell’installazione e anche della fotografia. Perché se l’arte d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta è stata caratterizzata dall’uso di oggetti extra-artistici (compreso il corpo umano), con l’accentuazione della loro materialità e oggettualità ed anche come pura rappresentazione (in alcuni casi si potrebbe parlare di nuova spettacolarità), la pittura in generale e quella degli ex performer in particolare tende ad assumere alcune di queste caratteristiche”.

Nella maggior parte dei suoi lavori attuali Vito Masi utilizza corpi, che sono quelli dei propri familiari, le persone che gli stanno più vicine. Li costringe in torsioni innaturali, posizioni faticose, riprendendoli per frammenti o tranche. Ne studia i muscoli, la pelle con le proprie imperfezioni, mette in evidenza una sorta di geografia, di mappa, di atlante dell’epidermide. E qui, prima ancora che una performance privata – dura pochi istanti e la pittura la trasforma in qualcosa di potenzialmente eterno – mi ricorda le straordinarie fotografie in bianco e nero di John Coplans, che però ritraeva solo se stesso nell’impietoso andare verso la vecchiaia, mentre i corpi di Masi trasudano potenza e giovinezza. Se però prendiamo in particolare Moneta spicciola e Ultima schermaglia, i due dipinti che raffigurano pugni chiusi non si sa se a difendersi o ad attaccare, il richiamo al grande artista e teorico americano risulta ben più che una coincidenza. Tutto in Masi si muove nell’ombra, superfici lunari che fuoriescono dal nero notturno e alchemico, talvolta inframezzate da pause in rosso, rettangoli di colore che interrompono una sequenza di immagini con l’escamotage della pausa. Vito Masi pensa in termini di lirismo assoluto, senza ricorrere mai al meccanismo della narrazione. Nei suoi lavori non importa ciò che accade ma la forte concentrazione emotiva derivata da un processo di conoscenza del mondo che, non casuale, ci giunge attraverso la pittura.

Altre interruzioni sono date dai rari paesaggi – Al centro del cosmo, Acinesia del Principe R., La fontana delle salamandre – che non hanno niente a che vedere con quella teoria dei Non Luoghi di cui parlò Marc Augé negli anni Novanta. Non sono periferie del niente, ma riflessioni sull’anima che investono una volta di più la memoria. E soprattutto in loro che sembra ancora fluttuare il suono antico del Mellotron da cui il tutto prese ispirazione. Un’eco appena percettibile in lontananza. Altri luoghi, altri tempi, la stessa vita.

Luca Beatrice