“Dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano, ecco l’unico fatto che possa compensarmi di non essere io stesso l’uragano.”

Emanuel Carnevali (1897-1942)

Impensabile credere di poter raccogliere in poche parole l’essenza tutta dei Massimo Volume. Questa citazione è soltanto un primo contatto dal quale avviarsi in un percorso non soltanto musicale, ma anche letterario, sentimentale, duro, crudo, teso e ruvido.
I Massimo Volume nascono durante l’inverno del 1991 a Bologna.
La figura centrale del gruppo è rappresentata da Emidio Clementi, un ragazzo inquieto di San Benedetto del Tronto, che dopo la morte del padre inizia degli spostamenti randagi e disperati, manifestazione di angosce e turbamenti interiori.
In formazione, nei primissimi anni di attività, affiancano Emidio la batterista Vittoria Burattini e i chitarristi Gabriele Ceci e Umberto Palazzo, quest’ultimo uscito prestissimo dal gruppo e rimpiazzato da Egle Sommacal, cambiamento decisivo ai fini dei componimenti musicali.
Ed è in questo periodo che, suonando, il gruppo trova anche il proprio nome: Massimo Volume. Il racconto ce lo offre Emidio nel suo libro autobiografico “L’ultimo Dio” (2004): “Durante le sessioni di prova, suonavamo in cantina; non avendo a disposizione una strumentazione molto efficace, gridavamo di mettere al massimo volume gli amplificatori”.
Incidono, nel 1992, un demo dal titolo “Demo Nero” al quale segue, l’anno successivo, il loro primo vero disco, “Stanze”.
“Stanze” nasce dall’inquietudine di Emidio e raccoglie, nel suono e nella voce, il malessere che è presente dietro tante esistenze quotidiane; il disco si presenta con un suono teso, aggressivo, ma sempre in cerca del dialogo col testo. L’urgenza è quella di mostrarsi “senza trucco”, osservando la realtà. Asse portante dei lavori è proprio il senso di malessere, l’indagine, attraverso la creazione di tanti personaggi che popolano i testi, di stati d’animo e condizioni di vita. Personaggi entro i quali è possibile riconoscersi. I MV fungono, così, da specchio per chiunque si avvicini al loro ascolto. Ascolto che propone una peculiarità determinante: in essi non si incontra il cantato, bensì il declamato! La voce, Clementi, si fa accompagnare dalla musica nelle sue declamazioni e letture dei testi che sono dei racconti. Racconti di vita. Di gente comune. Per sintonizzarsi al meglio con la musica dei Massimo Volume, è indispensabile conoscere alcuni aspetti ed eventi che hanno forgiato il carattere del fondatore. Ho scelto di partire menzionando il misconosciuto Emanuel Carnevali, perché è molto influente su Emidio. L’incontro tra Clementi e il poeta bolognese, è un incontro letterario avvenuto per mezzo di un cliente abituale del ristorante greco nel quale Emidio lavora come aiuto cuoco, negli anni della sua giovinezza. Fabio Dalmonte, questo il nome del cliente, una sera porta un libro ad Emidio, “Il primo Dio”, romanzo autobiografico di Carnevali, dicendogli di leggerlo perché parla di uno come lui. Un girovago, braccato dalla vita, dall’inquietudine, che lo affascina e, come dichiarato in un’intervista da Clementi stesso, è lo scrittore che gli ha dato la consapevolezza di quanto sia importante osservare la realtà.
Dopo nasce il secondo disco intitolato “Lungo i bordi” (1995), fortemente influenzato dalla poesia di Carnevali. L’album si apre proprio con “Il primo Dio”, un’elegia dedicata al poeta, e procede con brani evocativi e intensi come “Inverno ‘85”, “Per farcela”, “Pizza Express” nei quali è possibile apprezzare un ascolto ripulito dalle asperità di “Stanze” e che segna il percorso di vita del fondatore del gruppo. Significativo, a tal proposito, il verso conclusivo della già citata “Pizza Express”: “Mi avviai verso casa. Erano gli ultimi istanti di quella che da allora in poi avrei chiamato la mia vita precedente.”
Vita precedente che si muove “Da qui”, brevissimo brano in “Lungo i bordi” che introduce il successivo lavoro, del 1997, che porta proprio lo stesso titolo del pezzo. I MV sembrano voler tracciare, “Da qui”, il solco dal quale sono venuti. In un crescendo di emozioni, di tensioni, il disco dipana la sua energia e narra, attraverso personaggi comuni, storie di solitudine: “Manciuria (l’ultimo John Ford)”, “Senza un posto dove dormire”; di rabbia: “Atto definitivo”; e di riflessioni introspettive, come ci suggerisce il pensiero decisivo, più volte ripetuto, contenuto nel brano “Sul Viking Express”: “Perché sono qui dove sono”. Il brano conclusivo di questo LP, “Stagioni”, segna definitivamente il percorso, lo scorrere del tempo, il susseguirsi delle stagioni e i cambiamenti che coinvolgono ognuno di noi.
In questi anni, la scrittura di Clementi e il suo speciale modo di interpretarla in musica, lascia delle impronte che giungono vicinissime a noi; anche geograficamente. È recente, infatti, la scoperta e la documentazione, strettamente personale, di un poeta lucano, Yzu Selly, che cita, nei ringraziamenti a margine di un suo libro, “Cucuwàsh” (1999), proprio i Massimo Volume. Pignolese di origine, Yzu Selly compone poesie dal forte impatto emotivo, testi di delicata intensità, di violenta intimità; alcuni esempi si possono trarre dalla sua scrittura: “Io me n’evado da un’altra parte!”; “L’apparenza è una verità fugace”; o ancora: “Amara è l’acqua che bevo / e / il morso che stringe, dentro / abbarbicato alla vita / nonostante tutto”. Versi, questi, che i Massimo Volume potrebbero musicare per stati d’animo condivisi. Parafrasando Clementi, Yzu Selly è in attesa che qualcuno declami un t(s)uo verso a squarciagola…”. Ed è proprio lo stile di declamazione il tratto caratteristico che interagisce tra il poeta lucano e Clementi, il rimarcare, ripetendoli più volte, quei versi pregni di vita vissuta!

Due anni più tardi esce “Club Privé” (1999), un disco assolutamente differente da quelli fin qui conosciuti. È il tentativo, che lascia in parte perplessi i seguaci del gruppo, di presentare i brani nella forma canzone vera e propria. Qui Clementi si cimenta col canto, ma la scelta verrà presto abbandonata. Ciò che invece resta saldo è la forza delle parole, valga un esempio su tutti: “Avuto conferma di vento a favore, tolgo gli ormeggi”. Chissà se questo disco, che si chiude con la premonitrice “Altri nomi”, non sia stato voluto allo scopo di inviare un messaggio sull’imminente separazione della band.
Emidio e soci si allontanano, ognuno seguirà per un periodo più o meno lungo la propria strada.
In fondo a quelle strade, nel 2008, troveranno l’amicizia e la musica a rinnovare quella voglia di tornare ad essere ciò che sono sempre stati insieme. Ripartono con un concerto che viene fissato su disco, “Bologna Nov. 2008” (2009), al quale segue, nel 2010, “Cattive Abitudini”. Questo è il disco che stabilisce un contatto col passato allungando un ponte verso il futuro. L’apertura è affidata ad un brano che rimanda alla riunificazione del gruppo: “Celebriamo allora i nostri sforzi, il solco avaro da cui siamo partiti”, e procede sviluppando i temi cari ai Massimo Volume, attimi di nostalgia (“Le nostre ore contate”) enfatizzati dalla poesia post-rock: “Io non ti cerco / io non ti aspetto / ma non ti dimentico!”. Alla nostalgia, in questi brani-narrazione, si unisce, forte, il senso del vuoto lasciato da chi c’era ed ora non c’è più, conferme giungono da “Litio”: “C’è una stanza vuota qui dove potresti fermarti, dall’ultima volta che sei venuto la tengo chiusa a chiave”, e da “Mi piacerebbe ogni tanto averti qui”. Clementi riserva, inoltre, un omaggio ad un amico di vecchia data, nonché musicista un po’ dimenticato, Fausto Rossi (Faust’O), dedicandogli un brano energico, “Fausto”, come a richiamarlo da uno stato di abbandono scaturito dalle inquietudini e vicissitudini della vita. In coda si trova quel trait d’union (“In un mondo dopo il mondo”) col disco che verrà qualche anno dopo…
“Aspettando i Barbari” (2013), l’ultimo lavoro fin qui presentato dai MV, è intriso di riferimenti culturali vari, che spaziano dalla poesia, “Dio delle Zecche” è un poema di Danilo Dolci, alla musica (“Vic Chesnutt”), dall’architettura (“Dymaxion Song”) alla letteratura (“La cena”). Il disco suona energico, pulito, con un ritmo più alto rispetto agli anni delle storie minimali, ma conserva il carattere introspettivo lanciando un’occhiata diffidente al futuro e con una sempre più marcata cifra stilistica che rimanda al sound dei Joy Division. Cosa possiamo fare, noi, mentre siamo in attesa dei barbari? Ossia di questo futuro in chiaroscuro? Potremmo affidarci al suggerimento dell’architetto Buckminster Fuller: invece di combattere la realtà esistente, rendiamola obsoleta costruendo un modello nuovo, col fine di cambiare qualcosa.

Donato Ramaglia

Massimo Volume, Meglio Di Uno Specchio

Massimo Volume – Da Qui (1997)