Quando ero piccolo volevo imparare a disegnare come il Bonfa. “Bonfa chi!?”, direte Voi.
Permettetemi un rapidissimo preambolo.
Avevo 14 anni quando mi capitò tra le mani un albo diDylan Dog” (credo fosse “Il Marchio Rosso”, n°52 della serie regolare), e fu subito amore. Quella scoperta segnò la mia vita in maniera sconvolgente. Ero finalmente abbastanza grande per leggere storie cupe, di misteri e omicidi, di mostri e vampiri, di licantropi e donne spesso in abiti succinti. Prima di allora, del mondo del fumetto conoscevo davvero poco: in bagno leggevo “Topolino”, come tanti (sia chiaro, era Pippo il mio personaggio preferito, per i motivi che il grande Andrea Pazienza aveva compreso meglio e prima di me); avevo in casa moltissime copie de “Il Giornalino”, qualche vecchio numero di “Lanciostory” e del “Corriere dei Piccoli”. Ero fortunato, lo so. Ma cosa compravo in edicola? Poca roba. Solo “Cattivik” e “Lupo Alberto”. O meglio: del Lupastro leggevo sporadicamente qualche striscia, del “Nero Genio del Male”, invece, collezionavo tutte le uscite. Era il genere umoristico, insomma, quello che prediligevo ai tempi delle scuole medie. Com’era giusto che fosse, a quell’età.
E qui arriviamo al Bonfa.
Non che mi dispiacessero le storie diCattivik” realizzate da Giorgio Sommacal, Piero Lusso, Giacomo Michelon e gli altri. Anzi! Ma quando sfogliavo quelle pagine e cominciava una storia disegnata (e magari scritta anche) da Massimo Bonfatti, ero semplicemente più felice.
Non mi chiedevo neppure il motivo. Il Bonfa mi piaceva più di tutti. Punto. Oggi potrei tentare di comprenderne la ragione. Forse perché Bonfatti era il copertinista della testata? No, troppo riduttivo. O forse perché le sue storie mi facevano ridere di più? No, non credo. Preferisco pensare che fosse il suo tratto a essere unico e inconfondibile, persino agli occhi di un lettore giovanissimo quale ero. In effetti, a riguardarle oggi, le sue chine sembrano di una precisione maniacale. La quantità di dettagli nelle sue tavole è impressionante. Il suo stile è certamente riconducibile a quello dei maestri Silver (Guido Silvestri), Bonvi (Franco Bonvicini) e Clod (Claudio Onesti), ma il Bonfa ha qualcosa in più: è chiaramente un perfezionista. E io adoro i perfezionisti. Mi spiego meglio: tutti i personaggi, nelle storie di “Cattivik”, indipendentemente da chi fossero gli autori, erano disegnati in maniera “semplice” e caricaturale (corpi schiacciati, piedi grandi, gambe e braccia lunghe e sottili, teste grandi, occhi a palla e nasi enormi). Bonfatti non faceva eccezione alla regola, ma oggi posso affermare senza ombra di dubbio che lui, di quel genere di disegno, facesse arte. E’ come se, tra tutti, fosse riuscito a portare il personaggio alla più alta espressione grafica possibile. Prendiamo una qualsiasi tavola da lui realizzata. Ciò che colpisce sono i contorni netti ed omogenei, la precisione delle forme. E il lettering. Già, il lettering. Le parti testuali all’interno dei balloon e nelle didascalie, intendo. Se ne parla sempre poco. Pochissimo. Eppure non esisterebbero i fumetti senza i dialoghi, le onomatopee, le dida. Oggi si tende ad utilizzare il lettering digitale, anche nelle migliori testate. Io però sono un nostalgico e appassionato della lavorazione artigianale dei testi, quella che si faceva con carta millimetrata, fogli adesivi e righelli, perché donava un’anima unica e personale alle tavole. Beh, Bonfatti è un letterista magistrale, tra le altre cose.
Adoravo “Cattivik”, ma mi rendevo conto, già in quegli anni, che il buon Bonfa meritasse un palcoscenico più ampio, che potesse elevarlo tra gli indiscussi Maestri del fumetto umoristico italiano. Tant’è che quando la Casa Editrice ACME interruppe la pubblicazione degli albi di “Cattivik” (con mia somma tristezza), Massimo Bonfatti si dedicò alla realizzazione della miniserie “Leo Pulp” (2007), gioiello assoluto del fumetto italiano creato da Claudio Nizzi. Vi erano narrate le vicende di uno strampalato investigatore privato in stile hard boiled anni ’30. Strano a dirsi, il fumetto era edito dalla popolarissima Sergio Bonelli Editore. Incredibile! L’editoria popolare (che più popolare non si può) si apriva finalmente al mondo degli autori umoristici. Sono tuttora convinto che quei tre albi di “Leo Pulp” (già, solo tre…) rappresentino una punta di diamante per la storia del fumetto italiano.
Fortunatamente l’attività artistica del Bonfa non si fermava qui: riprese a disegnare vignette e illustrazioni, fece comparsate sul “Rat-Man” di Leo Ortolani, illustrò una sceneggiatura di Mario Monicelli (sì, proprio lui) e nel frattempo, di tanto in tanto, continuava la stesura delle storie de “I Girovaghi”, serie di cui è autore completo. Erano le avventure, anzi, le disavventure di una famiglia di nomadi, poveri e sgraziati, a spasso per il mondo con un fatiscente carrozzone di legno trainato con estrema nonchalance da un omone rude, rozzo e zozzo. Ricordate il film “Brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola? Siamo in contesti molto simili. Ma non temete, leggere “I Girovaghi” vi farà ridere a crepapelle delle miserie umane e materiali. Questi loschi personaggi sono, in realtà, gli unici di cui Massimo Bonfatti è autore completo. La serie, però, non ha mai trovato una collocazione editoriale ben precisa. La si incontrava, quasi casualmente, all’interno di pubblicazioni varie, spesso testimonial di iniziative culturali. Sembrava che l’autore stesso non volesse fermarsi mai, mettere radici. Ma non c’è opera che possa rappresentare meglio l’arte e la personalità del Bonfa. Sempre impeccabile stilisticamente. Sempre ironica e demenziale. Sempre geniale. Ma sempre sfuggente. È il Bonfa il vero “girovago”. Coerentemente.
Io lo so che Massimo Bonfatti sarà osannato dalla critica, un giorno.
Non mi spiegherò mai come sia possibile che le case editrici continuino a ristampare opere di autori che non ci sono più e che non investano nei grandi Maestri viventi. Non mi spiegherò mai come sia possibile che un autore completo e di indiscutibile talento come Bonfatti abbia prodotto relativamente poco.
Ma so per certo che la sua arte continua a perlustrare nuovi lidi. Anche se a bordo di quel disastrato carrozzone.

Michele Nella

Massimo Bonfatti

Massimo Bonfatti