Come può un giocatore apparentemente sgraziato e poco dotato tecnicamente (solo in apparenza però) diventare l’attaccante più prolifico della storia del Campionato argentino? Come può vincere trofei a catena? Come può venire acclamato dalla folla anche dopo aver sbagliato tre rigori in una stessa partita? La risposta è semplice… è possibile solo se giochi una partita con il ginocchio fracassato e riesci lo stesso a segnare; è possibile se nonostante un gravissimo lutto familiare decidi di giocare lo stesso solo per mettere quella palla in fondo al sacco per dedicare la rete al figlio che non hai più; è possibile se sei un gigante dalle spalle forti, dagli attributi immensi, se metti in conto e accetti anche di dover morire sul quel rettangolo verde pur di aiutare la tua squadra a vincere. E’ possibile se ti chiami Martín Palermo, e decidi che il modo migliore per regalare gioia ai tuoi tifosi è quello di sfondare porte avversarie e impallinare portieri. E’ possibile se hai una tigna da vendere ed un cuore che getteresti mille volte e mille altre volte ancora oltre l’ostacolo, pur di alzare le braccia al cielo dopo una partita vinta o la conquista di un trofeo. Martín Palermo nasce il 7 novembre del 1973 a La Plata. Lui è argentino, ma ha chiare origini italiane, come buona parte dei suoi connazionali d’altra parte. I suoi nonni erano siciliani e i genitori sono nati in Sud America, mantenendo tuttavia tutte le più antiche tradizioni dell’isola della Trinacria. Poco o nulla si sa della sua infanzia, ma questo è solamente un dettaglio. La cosa che più conta è che la sua chioma bionda e riccioluta comincia a prendere a calci un pallone già da piccolissimo. A dire la verità, più che con il pallone tra i piedi, Martín decide di avercelo tra le mani. Il suo approccio col mondo del calcio è tra i pali, gli piace fare il portiere. Se nasci a La Plata hai due opzioni, l’Estudiantes o il Gimnasia, ma a sessanta chilometri da Buenos Aires sogni il Boca Juniors e il River Plate. Il piccolo (si fa per dire) Martín cresce sano, forte e robusto. Si iscrive alle scuole calcio e come detto, inizia a giocare in porta nelle giovanili dell’Estudiantes De La Plata. Un giorno, in occasione di una partita, il suo allenatore si ritrova senza centravanti e ha una intuizione: chiede a Martín di giocare in attacco per sfruttare la sua forza fisica. In quella partita si comporta egregiamente e da quel momento in poi non lascerà più la maglia numero nove che il suo mister gli aveva consegnato. Segna a ripetizione in tutte le partite dei campionati giovanili e finalmente nel 1991 si affaccia, più o meno in pianta stabile, in prima squadra. Ma i primi anni con i Los Profesores (chiamati così perché la società era stata fondata da studenti universitari) sono piuttosto complicati e comincia a giocare in maniera continua solo dal 1995. In quella rosa non ci sono grandi talenti, Juan Sebastián Verón escluso. La società dell’Estudiantes vanta un passato glorioso per aver vinto tre volte di fila  la Coppa Libertadores tra il 1968 e il 1970 (la quarta la vincerà nel 2009) e la Coppa Intercontinentale (1968), ma in Patria non ha praticamente tradizione, avendo conquistato il titolo solamente nel 1983 (gli altri due arriveranno nel 2006 e nel 2010). A metà degli anni ’90 tuttavia Los Profesores sono una squadra che fa “sali e scendi” dalla Primera División e la Primera B Nacional (l’equivalente della nostra Serie B). Nel 1995 i biancorossi vincono il Campionato di Seconda Divisione e ritornano nella massima serie argentina. I livelli più alti però non sono facili per Palermo e compagni, che perdono ben sei delle prime undici partite, infilando solamente 5 punti frutto di altrettanti pareggi tra cui il 2-2 del Monumental contro il River Plate. L’allenatore dei biancorossi, Miguel Ángel Russo, viene esonerato e al suo posto è chiamato Daniel Córdoba, che fa giocare con una certa frequenza Palermo, cosa mai avvenuta con il suo predecessore. E Martín ripaga la fiducia del suo nuovo tecnico con 6 gol in 8 partite. Dall’ultimo posto, l’Estudiantes risale al 9° infilando sei vittorie e due pareggi nella parte finale del Torneo di Apertura. Tra le vittime dei Los Profesores, il Boca Juniors (battuto per 2-1) e il Gimnasia La Plata nel derby (3-0). Nel Torneo di Clausura poi la squadra continua nella sua scalata chiudendo a fine Campionato al 4° posto, con Palermo che si conferma uno dei goleador più prolifici della competizione con 11 reti, che sommate alle 6 del “girone d’andata” fanno 17 gol totali. L’anno successivo per l’Estudiantes è soffertissimo: inizia male vincendo solamente 2 delle prime 12 partite e chiudendo al giro di boa appena all’11° posto. Nel “girone di ritorno” le cose non vanno meglio, anzi sono solo cocenti delusioni e Los Profesores chiudono al 16° posto, il peggior risultato di sempre da quando sono tornati nella massima serie. Una stagione tormentata anche per l’apatia di diversi giocatori simbolo della squadra e dalle dimissioni al termine del Campionato, il 21 luglio 1997, del Presidente Daniel De La Fuente, che ha condotto il club sul lastrico dal punto di vista economico. La società si vede quindi costretta a vendere i suoi pezzi pregiati e tra questi figura ovviamente Martín Palermo. Le prestazioni del centravanti non sono passate inosservate alle big del Campionato argentino: su di lui piombano il River Plate, il Boca Juniors, il Lanús e il Vélez Sarsfield. La scelta ricadrà sul Boca, anche perché Diego Armando Maradona in persona lo chiama e lo “invita” ad andare a giocare a La Bombonera. Se El Pibe de Oro si scomoda per offrirti un contratto, non si può rifiutare, e quindi il 1997 è anche l’anno del passaggio di Palermo dall’Estudiantes al Boca Juniors. In quella squadra c’erano il portiere Roberto Abbondanzieri, un giovanissimo Walter Samuel, il Capitano Diego Cagna, Claudio Caniggia e Juan Román Riquelme. La prima esperienza con la maglia degli xeneizes (così soprannominati perché fondati da marinai genovesi) non è delle migliori, e infatti i risultati faticano ad arrivare. A fine stagione viene chiamato sulla panchina del Boca Carlos Bianchi, che in Argentina è veneratissimo per aver vinto con il Vélez Sarsfield ben tre Campionati tra il ’93 e il ’96, una Coppa Libertadores (1993), una Coppa Intercontinentale (battendo il Milan in Finale per 2-0) e una Coppa Interamericana (1994). Bianchi ha una voglia matta di rilanciarsi dopo la deludente esperienza avuta in Italia sulla panchina della Roma, dalla quale venne esonerato il 6 aprile 1997 dopo il KO di Cagliari. Nella campagna di rafforzamento arriva un altro attaccante, Guillermo Barros Schelotto, e siccome con Palermo c’è grande rivalità fin da ragazzi, ecco che Martín esprime il desiderio di cambiare aria. I due non si sopportano (almeno all’inizio), ma Bianchi fa una certosina opera di diplomazia per convincere il suo gigante a rimanere, dicendogli che lui in coppia con Schelotto avrebbero fatto le fortune del Boca. Una volta messi da parte gli egoismi e le gelosie reciproche, i due cominciano a giocare l’uno per l’altro segnando valanghe di gol e collezionando vittorie su vittorie. Con 20 reti Palermo diventa Capocannoniere del Campionato e conquista il titolo di “Apertura” del 1998.  La sua esperienza bocense è fatta di gol a grappoli, vittorie come se piovesse e momenti di goduria allo stato puro: come quando dopo una rete si toglie i pantaloncini e poi simula l’amplesso con il compagno di squadra Riquelme. Il 1999 è un anno ricco di soddisfazioni, ma anche di sacrifici perché per lui si aprono finalmente le porte della Nazionale argentina, oltre a vincere il torneo di “Clausura” con la maglia del suo Boca. Nel mese di luglio, l’albiceleste debutta in Coppa America. La prima sfida è contro l’Ecuador. La partita si sblocca quasi subito grazie al “Cholo” Diego Pablo Simeone. E’ nel secondo tempo tuttavia che Palermo si prende la scena, mettendo a segno una doppietta in sei minuti. Nel finale di match l’Ecuador accorcia, ma la partita finisce 3-1. Tre giorni più tardi, il 4 luglio 1999, accade qualcosa di incredibile. L’Argentina è impegnata nella seconda partita del girone contro la Colombia. In avvio di gara un traversone dalla sinistra di Juan Pablo Sorín cerca di raggiungere in area di rigore proprio Palermo, ma viene anticipato con un braccio da un difensore colombiano, l’arbitro vede ed è calcio di rigore. Dal dischetto si presenta lo stesso Palermo, tiro secco e teso, ma anziché sentire il soffice rumore del nylon della rete risuona un “tocco sordo e metallico”, quello della traversa. Passano pochissimi minuti e questa volta è la Colombia ad usufruire di un penalty: dagli undici metri Iván Ramiro Córdoba non sbaglia e fa 1-0. Nel secondo tempo los cafeteros si presentano di nuovo dal dischetto dopo un fallo di Roberto Ayala su un attaccante colombiano, ma questa volta il centravanti Hámilton Ricard si sa ipnotizzare dal portiere Germán Burgos che riesce a respingere conservando così l’1-0. Sul capovolgimento di fronte ancora un fallo di mano in area colombiana causa il calcio di rigore per l’Argentina. Tutti si aspettano che lo specialista Ayala vada a calciare, ma Palermo non vuole sentire ragioni, si prende il pallone sotto il braccio e lo va a sistemare sul dischetto: vuole riscattarsi dopo l’errore del primo tempo. Ha la grande occasione per rimettere le cose in pari. I suoi occhi sono iniettati di sangue, ha la rabbia dentro… prende una rincorsa lunghissima, da fuori area. Corre deciso come un toro che punta il drappo rosso del torero, tira fortissimo… ma non si sente più nemmeno il rumore della traversa… il pallone è diventato un souvenir per i tifosi colombiani. La sfera in curva e le mani tra i capelli per Martín. Il selezionatore dell’Argentina, Marcelo Bielsa, in panchina passeggia nervosamente… nemmeno lui crede a quello che è successo. Lancia una sorta di occhiataccia un po’ rabbiosa e un po’ incredula verso il suo numero nove che rimane per diversi secondi con lo sguardo perso nel vuoto. A dieci minuti dalla fine arriva anche il gol del 2-0 della Colombia con un colpo di tacco su azione d’angolo grazie a Edwin Congo, e nel finale c’è spazio anche per il “golazo” di Johnnier Montaño. Il 3-0. Partita segnata? Si… ma c’è ancora un altro colpo di scena: in pieno recupero Palermo viene steso in area da Cordoba; ennesimo calcio di rigore, il quinto della serata. Martín afferra di nuovo il pallone, decide di andare a calciare. Un masochista! Questa volta se lo fa parare… in una notte maledetta per l’albiceleste riesce ad entrare nella storia come il primo calciatore ad aver fallito tre rigori nella stessa partita, un record, negativo, ma pur sempre un record. Un po’ come gli era accaduto qualche anno prima – però in senso positivo – quando sempre nel calciare un rigore scivola e colpisce la palla con entrambi i piedi, spiazzando il portiere di turno e insaccando. Tornando alla Coppa America, la sua Argentina si qualifica al turno successivo battendo l’Uruguay per 2-0 e dopo il gol di Kily González, Palermo cancella la serataccia contro la Colombia siglando la rete del raddoppio. Il cammino della sua Nazionale tuttavia si ferma ai quarti di finale persi (2-1) contro il Brasile che poi andrà a vincere il titolo. Per Martín una pagina da archiviare al più presto possibile. Nel novembre del 1999 mette a segno la rete numero 100 con la maglia del Boca Juniors, ma è un gol da record per altri motivi: durante la partita si rompe un ginocchio, il crociato anteriore e il collaterale mediale. Il suo allenatore, Carlos Bianchi, ha finito i cambi e non può sostituirlo. Gli chiede di stringere i denti e di rimanere in campo. E lui lo fa e incredibilmente, segna. E’ per cose come questa che un giocatore si conquista l’amore dei tifosi, e infatti i supporters del Boca lo adorano. Tuttavia il grave infortunio lo tiene lontano dai campi per diversi mesi. Rientra il 24 maggio del 2000 in coincidenza con i quarti di finale di Coppa Libertadores contro gli acerrimi nemici del River Plate. Al Monumental i millonarios hanno vinto per 2-1 e per il ritorno a La Bombonera, Palermo risulta nella lista dei convocati. Bianchi lo porta però solo in panchina perché non ancora al meglio della condizione. Il Boca sta vincendo 1-0 grazie al gol di Marcelo Delgado su assist di Riquelme, ma non basta perché in Sudamerica non esiste la regola del “gol segnato in trasferta”. Il secondo tempo sta scivolando via e nonostante i padroni di casa attacchino a testa bassa, la difesa del River regge l’urto. Dagli spalti si inizia ad invocare il nome di Martín Palermo… la sua gente lo vuole in campo. L’allenatore ci pensa su qualche minuto, poi decide che è la notte giusta per ributtarlo nella mischia. E lui entra in campo carico a palla… il Boca raddoppia con Riquelme su calcio di rigore, la Finale è ad un passo ma il capolavoro non è ancora completo. Sebastián Battaglia lavora un pallone in area e serve Palermo che controlla spalle alla porta, si gira e con un rasoterra chirurgico batte il portiere Roberto Bonano per il trionfo, 3-0. Sugli spalti è delirio assoluto, in campo altrettanto, il Boca vola prima in semifinale e poi vince in Finale contro il Palmeiras ai calci di rigore dopo il 2-2 dell’andata e lo 0-0 del ritorno. Per “El Titan” è la definitiva consacrazione a livello sudamericano. Ma per prendersi la scena a livello internazionale, bisogna battere un top-club europeo, e quale migliore occasione se non quella della Coppa Intercontinentale? E’ il 28 novembre del 2000 e il Boca Juniors, Campione del Sud America, incontra il Real Madrid che si è laureato Campione d’Europa, battendo 3-0 il Valencia nella Finale di Champions League. Il teatro della sfida è lo Stadio Nazionale Olimpico di Tokyo. Dopo appena due minuti Schelotto serve sulla sinistra Delgado che dal fondo mette in mezzo un pallone sul quale arriva come un falco Palermo che insacca, 1-0. Altri tre giri d’orologio e ancora lui, brucia sullo scatto un difensore madrileno, e con un diagonale di sinistro batte il portiere Iker Casillas, 2-0 per il Boca e avvio shock per il Real Madrid. All’11’ i blancos tornano in partita grazie ad un tracciante di Roberto Carlos. Nel secondo tempo i tentativi di Luís Figo, Raúl e José Maria Guti sono vani. Al 90’ il Boca Juniors è Campione del Mondo e Palermo riceve il premio come Miglior Giocatore della Finale. Ora sì che è pronto per approdare in Europa.

Il Villarreal se ne aggiudica le prestazioni: il sottomarino giallo è un team emergente, non ha una grandissima tradizione né in Spagna né a livello continentale. E Palermo gioca poco, non riesce ad integrarsi nella mentalità e negli schemi del calcio spagnolo, e anche gli infortuni ci si mettono di mezzo: dopo aver segnato una rete, per esultare si aggrappa ad un muretto dove ci sono i cartelloni pubblicitari, sotto il suo peso la struttura crolla e gli spacca tibia e perone! Sei mesi di stop. Nel 2003, dopo 70 presenze e 18 gol con la maglia del Villarreal, passa al Betis prima e al Deportivo Alavés poi. In tutto metterà insieme con le due squadre 41 presenze e 7 reti, una miseria. L’età non è più “verdissima”, i problemi fisici ci sono, il feeling con l’Europa non è mai sbocciato, così Martín decide di tornarsene nella sua Argentina, a casa, al Boca. Anche qui, almeno inizialmente, le difficoltà sono tante e in giro c’è già qualcuno che parla di un giocatore finito e che farebbe bene ad appendere le scarpette al chiodo. Invece nel 2004 vince la Coppa Sudamericana (l’equivalente dell’Europa League) contro i boliviani del Club Bolívar. I trionfi non finiscono qui perché Palermo vince nel 2005 anche la Recopa Sudamericana (la Supercoppa del Sud America) contro l’Once Caldas, il Campionato di “Apertura” e di nuovo la Coppa Sudamericana contro i messicani del Pumas UNAM. La collezione dei trofei viene rimpinguata ulteriormente nel 2006 quando conquista il titolo di “Clausura” e ancora una volta la Recopa contro i brasiliani del San Paolo. All’andata vince il Boca per 2-1 grazie ad una doppietta di Rodrigo Palacio, nel ritorno Palermo ci mette lo zampino siglando una rete (quella del momentaneo 1-2) nel 2-2 finale. Il 2006 tuttavia è contrassegnato dalle gioie in campo e dal dolore fuori dal rettangolo verde: prima di una partita contro il Banfield infatti, sua moglie purtroppo perde il figlio Stefano subito dopo il parto. Un colpo tremendo. La società decide che se vuole, Palermo può prendersi un paio di giorni liberi per stare vicino alla famiglia, ma lui decide ugualmente di scendere subito in campo. Parte dalla panchina, entra e segna due gol che permettono al Boca di vincere. Dopo le reti rivolge lo sguardo al cielo gridando: “Todo para ti, Stefano!”. Martín sa essere un “Titan” sui campi di calcio e soprattutto fuori, e inizia a trovare dentro di sé una forza insospettata, superando il lutto e rimanendo un riferimento per la sua famiglia e per il Boca. Trascina la sua squadra verso numerosi trofei a suon di gol. Arrivano nell’ordine: il “Clausura” 2006, la Coppa Libertadores 2007 (contro i brasiliani del Grêmio), la Recopa Sudamericana 2008 – 3-1 contro l’Arsenal Sarandí (sua la rete del momentaneo 1-0) e l’“Apertura” 2008. Sempre nel 2008 Palermo subisce un nuovo infortunio, allo stesso ginocchio che aveva fatto crack qualche anno prima. Sembra ormai che la sua avventura sia arrivata al capolinea in quanto l’età e i tanti acciacchi sembrano più che un invito ad appendere le scarpette al chiodo. Anche perché ormai non ha più nulla da dimostrare a nessuno, ma essendo un “Optimista del gol”, come lo definì anni prima il suo vecchio allenatore Carlos Bianchi, lui non si arrende. Rimane fermo per altri sette mesi, ma alla fine decide di voler tornare in campo: non ha ancora portato a termine la sua missione. Nonostante il lungo periodo di inattività, il commissario tecnico della nazionale argentina, Maradona, lo convoca per le ultime gare valide per la qualificazione ai Mondiali del 2010 in Sudafrica. La partita decisiva è contro il Perù, nel mese di ottobre. L’Argentina passa in vantaggio ad inizio secondo tempo con una rete di Gonzalo Higuaín. Nel frattempo sul Monumental di Buenos Aires inizia a scatenarsi una tempesta, una pioggia torrenziale, un diluvio che si abbatte sui giocatori in campo che faticano a vedere il pallone. Il Perù pareggia i conti all’89’ con Hernán Rengifo, ammutolendo i tifosi argentini che ormai, visto il punteggio, hanno la convinzione di dover vedere i Mondiali davanti alla tv e senza l’Argentina. L’impresa è disperata, ci vorrebbe un miracolo, ci vorrebbe un gol e rimangono solo gli spiccioli, solamente il tempo di recupero. Minuto 93’: calcio d’angolo per l’Argentina, palla che balla in area tra Ángel Di María ed Ezequiel Lavezzi, serie di rimpalli e alla fine, con una zampata di piattone sinistro a due metri dalla riga bianca, Palermo la indirizza in fondo al sacco. E’ un gol pesantissimo, i tifosi sono in delirio, il CT Maradona si tuffa sull’erba bagnata, i giocatori si abbracciano, Martín si toglie la maglia e va a baciarsi il tatuaggio sull’avambraccio sinistro dove è inciso il nome del figlio scomparso Stefano. L’Argentina si qualifica per i Mondiali e Palermo è un eroe nazionale. Mica male per uno che “poteva tornare utile solo per fare il giardiniere dello stadio”, come lo definì inizialmente (in modo dispregiativo) il suo primo allenatore Miguel Ángel Russo ai tempi dell’Estudiantes. Ed invece, quel giardiniere va ai Mondiali con la sua Nazionale. L’esordio è contro la Nigeria e basta un gol del difensore Gabriel Heinze per vincere. Nella seconda gara contro la Corea del Sud, l’assoluto protagonista è Higuaín, che mette a segno una tripletta, finirà 4-1. Contro la Grecia invece, Palermo entra a dieci minuti dalla fine e realizza il gol del definitivo 2-0 (la rete del vantaggio era stata siglata da Martín Demichelis). L’avventura dell’Argentina, dopo aver vinto per 3-1 contro il Messico negli ottavi, finisce ai quarti contro la Germania (dopo un perentorio 0-4). Sarà questa l’ultima esperienza di Palermo con la sua Nazionale, ma c’è ancora qualcosa da fare per diventare immortale. Ci sono ancora tanti gol da segnare con la maglia “Azul y Oro” del Boca Juniors, con la quale alla fine toccherà quota 236 reti, un record assoluto che fa di Martín Palermo il cannoniere ad oggi più prolifico della storia del club. Il 18 giugno 2011 gioca la sua ultima partita, e alla fine si commuove e commuove tutti i tifosi del Boca cui per anni ha regalato gioie e trionfi. Nel 2012 comincia la carriera da allenatore sulla panchina del Godoy Cruz, squadra della Primera División argentina. Anche da bordo campo insegnerà calcio e guiderà tanti giocatori con lo spirito ottimista di chi ha sempre lottato e creduto nei suoi mezzi, non dandosi mai per vinto di fronte alle avversità della vita. Un titano dalle spalle larghe e possenti che niente e nessuno è riuscito a mettere in ginocchio.

Donato Valvano

Martín Palermo

Martín Palermo

 

Martín Palermo, “El Titan” scheda tecnica

Nome: Martín
Cognome: Palermo
Nato il: 7 novembre 1973, La Plata, Buenos Aires, ARGENTINA
Altezza: 1,87
Peso: 85
Ruolo: Attaccante

Carriera:

Estudiantes De La Plata (Presenze 93 / Reti 34)
Boca Juniors (Presenze 102 / Reti 81)
Villarreal (Presenze 70 / Reti 18)
Betis (Presenze 27 / Reti 4)
Deportivo Alavés (Presenze 14 / Reti 3)
Boca Juniors (Presenze 216 / Reti 113)
Argentina (Presenze 15 / Reti 9)
 
Palmarès:

Boca Juniors:
Campionato Argentino: 6 / Coppa Libertadores: 2 / Coppa Sudamericana: 2 / Recopa Sudamericana: 3 / Coppa Intercontinentale: 1 / Calciatore dell’Anno: 1