“Ehi Huck e Jim
Nel cuore caldo del profondo Sud
Ehi Huck e Jim
In barca vanno sul Mississippi
È bianco Huck e nero è Jim
Ma amici per la pelle fanno tutto a metà
Mille avventure
Contro i caimani
Nelle paludi tropicali
Sabbie mobili che sbarrano la via
Ehi Huck e Jim
Nel cuore caldo del profondo Sud
Mentre cotone spunterà
Mortali lotte i galli fanno già
E i piantatori
Fanno i predoni
Dove cacciavano i Mohicani
Lo show-boat con la sua orchestra fa allegria…”

Vince Tempera (1946), Luigi Albertelli (1934), Massimo Luca (1950) 

Quella appena letta era la sigla di uno dei cartoni animati – oggi il nome originale anime è più comune, ma allora non ne sapevamo un fico secco… mica c’era Internet! – che più ho adorato, quando i peli sulle guance erano ancora un’utopia e, in fondo e forse… forse, si stava meglio di adesso. Era il 1980, o quasi, Dio, quanto semo vecchi! Con quella sigla, dicevo, iniziava un sogno. Un vagare tra le onde del Mississippi, tra pezzenti e gente danarosa, dove bastava poco per vivere ma dovevi comunque saperne una più del Diavolo, perché nessuno ti regalava nulla.
Così, piccino picciò, scoprii Mark Twain.
Erano i primi libri, le prime faticose letture, e per fortuna i consigli furono buoni, anzi ottimi. Immergersi in un clima avventuroso, a noi piccoli bambocci veniva facile… ci era sufficiente uscire di casa in un caldo pomeriggio d’estate per far finta che quel mare d’erba intorno a noi fossero le acque infinite del fiume padre, e noi pronti a sputare l’anima per non finire a mollo. E quanti colpi di remo, quante rive avvistate, quanti pericolosi criminali abbiamo affrontato. Oggi, a rivedermi – perché sì, lo ammetto: io ci riesco ancora! – sorrido, inevitabilmente. Eppure quell’amore non mi bastò allora e non mi sazia oggi. E Twain è venuto avanti, si è seduto al mio fianco, raccontandomi storie su storie, con una squisita fantasia e un gusto da prima scelta, cose che nemmeno potresti sospettare a vederlo così, un po’ arcigno un po’ troppo serio, con i baffoni militari, i capelli bianchi scarmigliati e il cisposo sopracciglio. E ti chiedi: “Possibile mai che quest’uomo abbia scritto quella roba lì?”. Diamine che sì!, ti risponderai immediatamente.
Samuel Langhorne Clemens (1835-1910) al – suo – secolo il vero nome di Mark Twain, si fece dal basso, imbarcandosi in quel genere mai troppo sofisticato eppur affascinante che è la letteratura d’evasione. Era sì stato tipografo ma anche battelliere, prima di mettere a frutto l’esperienza in quello che fu il successivo mestiere – di giornalista e scrittore – e l’innegabile consacrazione.
La prova iniziatica fu un racconto, “Il celebre ranocchio saltatore della contea di Calaveras” (“The Celebrated Jumping Frog of Calaveras County”, 1867),  grazie al quale l’insolito pseudonimo di Samuel ebbe riscontro in tutto il mondo. Twain era un romantico e un amante della vita avventurosa, ma non uno sprovveduto. La sua documentazione, i suoi dettagli ti fanno rivivere un contesto sociale e ambientale lontano anni luce dal nostro e, per forza di cose, irrimediabilmente scomparso. Gli anni d’oro del Mississippi, dei grandi battelli che lo percorrevano in su e in giù e in lungo e in largo non esistono più se non nelle stampe e nei libri che raccontano quell’epoca. E non sarà stato un caso se il suo pseudonimo vuol dire letteralmente “Marca due (Braccia)”, in pratica una frase da scandagliatore, di quelli che misuravano la profondità del fiume onde agevolarne, per l’appunto, la navigazione. Era il tempo degli schiavi d’America, del Nord e del Sud in quello che fu uno dei più grandi e sanguinosi conflitti prima delle due grandi guerre mondiali del Novecento. Ma era anche l’America dei coloni e degli avventurieri, quella libera giovane e selvaggia terra di frontiera, dove gli spazi sterminati cancellavano persino i confini della mente e dei sensi, lasciandoti senza fiato come un bacio profondo e troppo lungo. Quell’America dei grandi fiumi scomparve, in un lento declino, dopo la Guerra Civile – Twain si arruolò nell’esercito sudista, anche se fu solo per un paio di settimane. Quell’America venne sostituita da una tendenzialmente più moderna, che iniziò a procedere su ritmi diversi, balzando come una gazzella per portarsi alla testa di tutte le potenze economiche mondiali; e lo scrittore attinse a piene mani da quei ricordi per immortalare un Paese che non sarebbe di lì a poco stato più quello di cui egli scriveva.
Vennero così “Le avventure di Tom Sawyer” (“The Adventures of Tom Sawyer”, 1876), un classico immortale dell’eterno ragazzo Tom, colui che con fervida fantasia rifiuta la logica repressiva del mondo adulto di St. Petersburg – all’inizio del romanzo, l’orfano Tom sguscia via dall’armadio per sfuggire al controllo affettivo di zia Polly e scavalca lo steccato che circonda la casa, verso i campi aperti – e per rifugiarsi in avventure e tremendi segreti, la vita pulsante di un diamante che vuol scrollarsi di dosso la polvere per risplendere nel mondo che più gli va a genio. Non un novello Peter Pan, ma comunque un ragazzino che vive la propria esistenza senza vincoli, accettando anche la necessità di crescere e non, come l’eroe di verde vestito nato dalla penna di Sir James Matthew Barrie, che la rifiuta a priori. E inevitabilmente, il piccolo Tom conquista la simpatia dei lettori (credo milioni se non miliardi). Ci si sente vicini a lui, anche nelle ingenuità e nella curiosità, perché al margine dello spavento, com’era da bambini, c’è il lieto fine. Ci deve essere per forza. Infatti, al ribelle Tom Sawyer la fine del romanzo riserva anche benemerenze civili, visto che la sua testimonianza evita che un innocente venga accusato di un delitto che non ha commesso.
A ruota – come quelle dei battelli del Mississippi – seguirono “Le avventure di Huckleberry Finn” (“Adventures of Huckleberry Finn”, 1884). Huck, l’amico di Tom Sawyer, è il reietto della comunità, figlio di un ubriacone violento, indifferente ai divieti. Non è costretto a portare le scarpe di domenica, dorme in una botte e può permettersi il lusso di bestemmiare se ne ha voglia, ed è per questo invidiato dai ragazzini suoi coetanei. Tom, come giustamente sottolinea lo scrittore Sergio Campailla, segue Huck e sfugge ai vincoli della società, senza rompere del tutto il patto con essa, senza rinnegarla. Huck fa l’esatto contrario. Il suo è un distacco tanto completo perché naturale. “Voi di me non sapete niente se non avete letto un libro che si chiama ‘Le avventure di Tom Sawyer’, ma questo non importa. Questo libro l’ha fatto Mr. Mark Twain, e lui ha detto la verità, in genere. Certe cose le ha tirate in lungo, ma di solito ha detto la verità. Ma questo è niente. Non ho mai visto nessuno che non ha contato delle balle, prima o poi, tranne zia Polly, o la vedova, o magari Mary. La zia Polly – cioè la zia Polly di Tom – e Mary e la vedova Douglas, beh, c’è tutto in quel libro, che in genere è un libro veritiero, anche se un po’ tirato in lungo, come ho detto prima. Ora quel libro si svolge così: io e Tom abbiamo trovato la grana che i ladri hanno nascosto nella grotta, e così siamo diventati ricchi. Ci siamo cuccati seimila dollari a cranio – tutti in oro. Era un casino di soldi, a vederlo tutto ammucchiato. Bene, il giudice Thatcher se lo è preso, e lo ha messo a interesse, e ci dava un dollaro al giorno ciascuno, per tutto l’anno – che quasi non sapevi che farci. La vedova Douglas mi ha preso come figlio suo, e ha detto che voleva civilizzarmi; ma era una bella barba stare in casa tutto il tempo, con la vedova che era così a posto e per bene nei suoi modi; e così, quando non ce l’ho fatta più, ho tagliato la corda. Mi sono rimesso i miei stracci, sono tornato alla mia botte, ed ero di nuovo libero e soddisfatto. Ma Tom Sawyer, lui mi è venuto subito a cercare e mi ha detto che voleva mettere su una banda di briganti, e che potevo entrarci anch’io se tornavo dalla vedova e diventavo rispettabile. E così sono tornato.”
Ernest Hemingway definì Twain “lo scrittore da cui ebbe inizio l’autentica letteratura americana moderna”.
Non c’è dubbio che quella dei romanzi sia stata la grande stagione di Twain; è vero che l’ironia e il sarcasmo, talora l’irriverenza ma anche la timida poesia che si affaccia dietro i volti dei vagabondi e dei sognatori, sono stati i suoi cavalli di battaglia, quegli immaginari equini bellici per i quali il suo nome ancor oggi è ricordato. Lo stile dello scrittore che tanto piaceva a Hemingway ebbe il definitivo decollo nell’elaborazione del parlato comune, laddove Twain seppe dare il tocco in più a quella sgangherata e selvaggia logorrea (con tinte diverse, quando leggo “Huck Finn” – forse il suo capolavoro – ripenso a certe cose di Cormac McCarthy, “Suttree” sopra tutti ma non solo… ripenso anche a Jack London, a John Steinbeck, a William Faulkner, John Fante, Jack Kerouac, Charles Bukowski). Credo quindi, che Hemingway abbia avuto ragione a dire quelle cose.
Twain, come detto, fu giornalista e conferenziere di successo, tirando fuori roba notevole, come l’immancabile “Vita sul Mississippi” (“Life on the Mississippi”, 1883) e il resoconto del suo primo viaggio in Europa, con “Gli innocenti all’estero” (“Innocents Abroad or The New Pilgrim Progress”, 1869).
Non fu soltanto questo. Seppur immensamente legato alla fama dei due romanzi gemelli del grande fiume, il nome di Mark Twain seppe deliziare il palato dei  lettori con opere del calibro de “Il Principe e il Povero” (“The Prince and the Pauper”, 1881, tre anni prima di “Huck Finn”), una “favola con morale” basata sull’inverosimile scambio di persona tra l’erede al trono d’Inghilterra e un popolano suo coetaneo: “… Nell’antica città di Londra, in un giorno d’autunno della metà del XVI secolo, venne al mondo in una povera famiglia a nome Canty un bimbo maschio che nessuno desiderava. Nel medesimo giorno, nella potente famiglia dei Tudor, nasceva un altro bambino, atteso e desiderato non solo dai genitori, ma da tutta l’Inghilterra. Gli inglesi avevano anelato e sperato per anni quella nascita, avevano pregato Dio per lui, e adesso che erano stati esauditi sembravano quasi impazziti per la gioia…”. Un racconto che, grazie alla sua semplicità e alla diretta presa sull’indole giovanile del lettore, non ha età e non perde mai un certo buon smalto. Twain si divertiva, nelle opere maggiori, a scandagliare con occhio ironico le seriose fattezze della realtà. Spesso ci riusciva in pieno, lasciando l’impressione che stesse solo giocando. Ma forse, nell’intimo, anch’egli si convinceva che quello poteva essere l’approccio migliore per far comprendere come le cose possono essere apprezzate da differenti angolature.
“Un americano alla corte di Re Artù” (“A Connecticut Yankee in King Arthur’s Court”, 1889) è un romanzo fantastico nel quale un americano del Connecticut, misteriosamente, si trova catapultato dall’Ottocento nell’Inghilterra del 528. Dopo l’iniziale smarrimento, il protagonista riuscirà attraverso una serie di vicissitudini a farsi largo nella Corte del leggendario sovrano. Grazie alle proprie conoscenze sul futuro, l’uomo farà presa sull’ingenuità e la superstizione propria della gente dell’epoca. Probabilmente, si tratta della prima opera letteraria costruita intorno a un viaggio nel tempo, non fosse altro perché pubblicata qualche anno prima della più esplicita opera di H.G. Wells (“La macchina del tempo”, che fu edita nel 1895), dal taglio decisamente più drammatico.
L’ironia e l’acume sarcastico di Twain si esplicitava anche in racconti come “La banconota da un milione di sterline” (“The £1,000,000 Bank Note”, 1893), ma anche con l’inventiva e le situazioni paradossali e macabre, come nel “Cannibalismo in ferrovia” (“Cannibalism in the Cars”, 1868), nel quale si assiste a un racconto ai limiti dell’horror, in una chiave di lettura da gran maestro e con un colpo di scena finale nel quale, nel leggere, si perde la speranza. Oppure la satira politica de “La Grande Rivoluzione di Pitcairn” (“The Great Revolution in Pitcairn”, 1879).
La grande stagione americana della letteratura, probabilmente, iniziò davvero con Mark Twain. E se è vero che non ci fu solo lui, Twain probabilmente fece la sua parte in modo abbondante. Hemingway – mica l’ultimo arrivato – non lo disse tanto per dire. E come mi hanno insegnato gli anni e le letture, un classico diventa tale quando resiste al tempo e lascia inalterato il proprio appeal. Come una bella donna. E su questo credo ci sia poco da dubitare.
Seppur trascorra il tempo, ogni tanto mi capita di canticchiare quella canzoncina e di pensare ai giovani vecchi Tom e Huck, a quel grande fiume dei ricordi e dell’avventura e a chi, forse inconsapevole, creò quel mondo romanzesco. Anche se non lo si vuol far notare all’esterno, è bello tornare ragazzini, magari solo per mettere insieme quattro sogni scalcagnati… che per noi però possono valere tutto l’oro del mondo.
Proprio come una zattera in balia delle acque del Grande Fiume.

Best regards, 

Enzo D’Andrea

Mark Twain, Il Narratore Del Grande Fiume

Mark Twain