“One dove You’re the one Ive been waiting for Through the dark fall The nightmares the lonely nights

I was born A curling fox in a hole Hiding from danger Scared to be alone

One dove To bring me some peace In starlight you came from the other side To offer me mercy, mercy, mercy…”

“One Dove” – Antony And The Johnsons

Antony Hegarty è uno stronzo. Riesce a farmi piangere ogni volta che sento la sua voce. Una voce che trasmette serenità ed inquietudine, gioia e dolore. Infiniti. Nel suo vibrato, nelle sue innumerevoli sfumature, nel suo modo di trattenere le parole, c’è tutta la sua vita borderline. Antony, questa specie di omone di due metri che ha però la grazia di una libellula, conosciuto nel mondo per essere il leader degli Antony And The Johnsons, è una figura ambigua, dove la sua voce inconfondibile valica i confini delle classificazioni conosciute. Non per niente negli anni ’90 Antony era una delle più famose Drag Queen statunitensi e quando si mise a fare musica (il primo lavoro fu un EP intitolato “I fell In Love With A Dead Boy”), fu “tirato fuori” dal quel poeta maledetto di Lou Reed, che ha cantato per tutta la sua carriera musicale vite ai limiti dell’umanità.
E Antony, che ha intitolato il proprio gruppo in onore di un travestito newyorkese morto nel 1992, Marsha P. Johnson, attivo nel movimento in difesa dei diritti degli omosessuali, ha cominciato con l’aiuto del batterista Todd Cohen, di Joan Wasser e Maxim Moston ai violini, di Jeff Langston al basso elettrico, di Jason Hart al piano e di Michele Schifferle al violoncello ad inanellare una serie di composizioni raffinate e piene di malinconia, impreziosite dalla sua voce incredibile. In questa sua prima fase Antony riuscì ad avere un discreto successo nel circuito underground newyorkese, grazie ad una serie di concerti in locali alternativi, che gli consentirono di pubblicare il primo lavoro nel 2000, che portava nel titolo il nome del gruppo: “Antony And The Johnsons”. Lo stile non è originalissimo, ma già dalle prime note del brano d’apertura, “Twilight”, un blues amaro che più amaro non si può, si rimane assolutamente incantati dalla voce di Antony. Gli archi, poi, fanno il resto. Anche se la fonte di ispirazione a suo dire, sono stati Boy George e Marc Almond, lo stile è completamente diverso, viste le atmosfere sognanti ricorrenti in tutto l’album: “Atrocities”, ad esempio, ha un sound quasi ambient; “River Of Sorrow” è un altro blues; “Rapture” ha anche un’arpa a fare da contrappunto allo strano vibrato della voce di Antony. Un disco che sicuramente colpisce per la delicatezza espressa in ogni suo brano, sia per le melodie che per gli arrangiamenti raffinatissimi. Hegarty, pur essendo un personaggio, non si cela dietro il personaggio. La sua anima pura e contraddittoria si rivela in ogni sfumatura del suo cantato.
Ma la vera svolta degli Antony And The Johnsons si ha con il successivo LP, “I Am A Bird Now” (2005). La struttura compositiva è più quella di un album pop, con una presenza degli archi più discreta. Tutto il disco è una continua alternanza di tratti maschili e femminili intersecati tra loro, a dimostrare che l’anima, quella che muove l’Universo, non ha sesso. Qui è presente anche quella perla di “You Are My Sister”, cantata anche dall’idolo di Antony, Boy George, che partecipa in maniera davvero ispirata. L’album è fragile e potente allo stesso tempo, trasfigurando quasi la stessa immagine di Antony Hegarty che ha – per chi non lo avesse mai visto – l’aspetto di un grosso orso ingentilito, una specie di sorella di Ozzy Osbourne. Questo lavoro gode anche della illustre partecipazione, neanche a dirlo, di sua maestà Lou Reed, e di Rufus Wainwright che canta in maniera indimenticabile “What Can I Do?”, un brano che ti prende il cuore e te lo restituisce sanguinante dopo poco più un minuto e mezzo…

Passano gli anni e i Johnsons pubblicano “The Crying Light” (2009), un concept album che si interroga sulla natura dell’uomo e, filosoficamente, sui principi che muovono le cose. Ma Antony è così etereo che riesce a cantare la sua natura difficile in maniera talmente diretta da renderla semplice a chi ha la grande fortuna di ascoltarlo. La struttura delle canzoni è quella voce/piano, abilmente arricchita dall’arrangiamento minimale e poco invasivo dei fidati archi. Sono davvero una più bella dell’altra, e sono così intense che risulta impossibile stilare una classifica personale delle preferite. In questo LP hanno una dimensione particolarmente affascinante: una su tutte “Another World”.
Il successivo “Swanlights”, pubblicato nel 2010, è un lavoro profondamente diverso sotto vari aspetti. Innanzitutto è un album in cui la dimensione musicale è soltanto una delle diverse modalità di espressione, in quanto il disco raccoglie un variegato intarsio di poesie, fotografie ed opere visuali. Come seconda cosa ha un’aura gioiosa, diversa dal precedente “The Crying Light”. Infatti torna la parola “luce” nel titolo, ma qui la luce non piange. Sarà che è uscito solo un anno dopo il precedente, quindi con un tempo di “maturazione” insolito per i tempi abituali di Antony, ma “Swanlights” a me sembra più frammentato, come se le canzoni fossero incompiute, o bozze di brani da pubblicare in seguito, degnissimo comunque di un ampio ascolto; da segnalare la presenza della grande Björk.
I due lavori successivi sono riletture di vecchi successi: “Cut The World” (2012), è un album in cui i Johnsons rivedono vecchi brani in chiave orchestrale. Voi vi chiederete che senso abbia questo tipo di operazione, in quanto gli archi sono già ampiamente presenti in tutti i loro lavori. Ebbene l’arrangiamento orchestrale, con una consistente sezione di fiati ed ottoni, rende l’ascolto particolarmente magico. E’ un disco da custodire gelosamente nella propria collezione.
L’ultima fatica, ad oggi, di Antony è datata novembre 2014, ed è intitolata “Turning”. Questa volta la scelta è ricaduta su una session live, con annesso DVD, in cui in maniera molto intima gli Antony And The Johnsons pubblicano nuovamente perle come “You Are My Sister”, “One Dove”, “I Fell In Love With A Dead Boy”. Gli ultimi album del gruppo, anche se fatti di vecchi successi, non sono mai banali e l’ascolto non è mai scontato.

Grazie, Antony Hegarty, che mi fai piangere ogni volta che ascolto la tua voce.

Bartolomeo Perrotta

L'Orso E La Libellula... Antony And The Johnsons

Antony Hegarty