“Vivi la tua vita come se fosse reale.”

Leonard Cohen (1934)

Spesso un volto ed una voce raccontano più di una storia narrata. E per parlare di un genio tormentato comincerò proprio dalla sua voce e dal suo volto. L’avete mai visto in faccia Leonard Cohen? E ascoltato la sua voce? Tutto il suo tormento, lì, è narrato perfettamente. A differenza di altri artisti dannati e malinconici, il suo tormento non nasce dalla difficoltà di vivere, ma dalla estrema necessità di comunicare. Canadese di origini ebree, Leonard perse il padre a 9 anni, fatto che segnerà per sempre la sua esistenza. La sua carriera – non ancora da musicista – cominciò nel 1956 con la pubblicazione di un libro di poesie. Si, perché il nostro Leonard è un vero e proprio poeta e scrittore, prima che cantautore.
Il suo bellissimo primo album “Songs Of Leonard Cohen”, uscirà solo nel 1967, ma prima vedranno la luce ben due romanzi, che venderanno 800.000 copie ciascuno. La sua vita è talmente intrisa di poesia, che ha addirittura chiamato la figlia Lorca, in onore del poeta da lui amato per primo: Federico García Lorca. In una intervista Cohen asserì che fu per quell’animo inquieto che lo contraddistingue da sempre che decise di diventare un cantautore, “mestiere” di certo più movimentato rispetto a quello di un sedentario poeta chiuso nelle sue stanze a narrare i suoi tormenti interiori. La chiave di lettura per comprendere la cifra stilistica di Leonard Cohen è forse questa sua attiguità al mondo della letteratura e della poesia. Troppo spesso si abusa del termine “poeta” per definire un cantautore, ma in questo caso non vi è termine più aderente alla realtà. La struttura delle sue canzoni infatti è semplice, se non elementare, ma allo stesso tempo estremamente profonda: per usare un termine in voga nei talent show, Leonard “arriva” dritto nei cuori di chi ascolta. Ma non sono motivetti: “Io non scrivo canzoni, solo poesie che corteggiano la musica”, mette in chiaro. Per citare qualche semplice esempio da questo suo primo disco, “Suzanne”, “Master Song” (forse il suo brano migliore in assoluto), “The Stranger Song”, “Sisters Of Mercy” e “So Long, Marianne” sono canzoni elementari, spoglie se vogliamo, nulla di più, ma la sua voce e i suoi testi le rendono memorabili ed immortali. “Songs Of Leonard Cohen” si apre con lo storico arpeggio di chitarra che impreziosisce la sua canzone manifesto, l’incantata “Suzanne”. Per poter comprendere la poetica dell’autore canadese va preso proprio in analisi il testo di “Suzanne”. I suoi scritti infatti godono di una ricchissima polisemia, ogni singolo termine può prendere vari significati e cambiare profondamente il senso di tutta la frase. Qualcuno dice che la celebre canzone in questione parla della sua amica Suzanne Verdal e di una presunta relazione sessuale che lo stesso Leonard ebbe con lei, ma il cantautore ha usato spesso intersecare visioni erotiche con immagini bibliche donando a chi legge e ascolta un’atmosfera sognante e surreale. Io so solo che il testo è meraviglioso (tra l’altro molto difficile da tradurre se si vogliono mantenere le stesse sfumature che in Cohen sono la componente più importante); in effetti qui si parla di amanti e di un fiume (la Verdal abitava proprio vicino un fiume nei pressi di Montréal), ma anche di Cristo che invita ad essere marinai fino a quando il mare renderà liberi. Suzanne che indossa stracci e piume mentre ti tiene per mano lungo un fiume è la stessa visione che viene offerta da Jimi Hendrix in “Little Wing” dove “Quando sono triste lei viene da me, per rendermi libero con mille sorrisi” (ringrazio il mio amico Giorgio Pompei per questa singolare visione). Per il chitarrista statunitense “Little Wing” forse era la droga, per Leonard Cohen no, ma probabilmente entrambi parlavano solo di libertà.

“Songs From A Room” (1969) segue sostanzialmente la scia tracciata (anche nel titolo) dal primo album, poesia in note che arriva a livelli altissimi con brani quali “Bird On The Wire” (omaggiata anche dal grande Johnny Cash), “Story Of Isaac”, “Seems So Long Ago, Nancy” e “Like A Bird”.
A chiusura di una sorta di trilogia musicale e poetica di Cohen arriva “Songs Of Love And Hate” (1971), e a sancire questa prima parte artistica raccogliendone l’atmosfera e l’essenza nel 1973 viene pubblicato l’album dal vivo “Live Songs”. “Songs Of Love And Hate” mantiene la struttura inalterata e neanche gli arrangiamenti cambiano; Cohen ormai ha trasformato in un marchio di fabbrica divenuto subito identificabile questo modo di raccontare poesie accompagnate da un tappeto musicale semplice e malinconico. Di questo suo terzo lavoro in studio vanno assolutamente ricordate la cupa “Avalanche” (brano amato da Nick Cave che ne ha anche fatto una cover), “Famous Blue Raincoat” e “Joan Of Arc”.
Nel 1974 esce “New Skin For The Old Ceremony”, dove qualcosa si trasforma. La struttura delle canzoni si fa più ricca e in alcuni casi bizzarra, con frequenti cambi di ritmo e anche di genere nello stesso brano. Tuttavia è un disco meno riuscito dei precedenti, anche se al suo interno si trovano comunque pezzi interessanti come la curiosa “Is This What You Wanted”, la delicata e malinconica “Chelsea Hotel #2” e “Who By Fire”, brano sospeso e magico.
Che Cohen non stia attraversando il suo momento migliore lo conferma “Death Of A Ladies’ Man” (1977). Per questo suo album vale sostanzialmente il discorso fatto per il precedente, sia per il cambio di stile sia per la qualità media, leggermente inferiore ai primi lavori del poeta/musicista canadese. Da sottolineare comunque il gioiello démodé “Memories” e “I Left A Woman Waiting”, che fa il verso a Lou Reed.
Un deciso miglioramento si ha con “Recent Songs” (1979). Il cantautore ritorna in una forma strepitosa: “The Guests”, “The Window”, “Came So Far For Beauty” in odore di jazz, la dolce “The Traitor” e “Ballad Of The Absent Mare”.
Gli anni ’80 iniziano nel migliore dei modi: Cohen pubblica “Various Positions” (1984), uno dei suoi migliori album di sempre. Il brano di apertura è “Dance Me To The End Of Love” dove Leonard canta “Guidami danzando alla tua bellezza col suono di un violino che brucia, conducimi danzando oltre il panico, fin dove starò al sicuro”. La sua caratteristica, a differenza di altri famosi interpreti che hanno cantato di grandi argomenti sociali diventando portabandiera di varie battaglie, è quella di essersi concentrato sull’uomo e sui suoi tormenti, quasi rifugiandosi in se stesso. Ma “fare canzoni è sempre un processo misterioso, a volte lento, doloroso”. Proprio questo tormento lo portò anche ad avere una grande depressione dalla quale riuscirà ad uscire solo con l’avanzare dell’età. Altre gemme contenute in questo album sono “Coming Back To You”, “Night Comes On” e l’immortale “Hallelujah”; la canzone, ricca di riferimenti biblici, è stata coverizzata da alcuni dei più grandi artisti di sempre come John Cale (che fu il primo) e Jeff Buckley (che segue il nuovo arrangiamento ideato da Cale) in quella che forse ad oggi è la migliore reinterpretazione di questo brano, superiore anche all’originale.
Anno 1988, siamo in pieno delirio elettronico e dance, e Leonard in modo camaleontico e sorprendente si adegua, pubblicando un disco che suona incredibilmente attuale e strettamente legato alla sua inconfondibile voce di rasoio: “I’m Your Man”. L’album è riuscitissimo, a ulteriore conferma dell’ottimo periodo artistico che sta vivendo; stupendo il brano di apertura “First We Take Manhattan”, come pure la romantica ballata successiva “Ain’t No Cure For Love” e “Everybody Knows”. Davvero curioso il pezzo che dà il titolo all’album “I’m Your Man” e degna di chiudere un lavoro così ben fatto “Tower Of Song”. Intanto in copertina il nostro, vestito da yuppie, si mangia una banana.
Entriamo negli anni ’90 e Cohen lo fa da assoluto protagonista pubblicando un LP sublime: “The Future” (1992). I primi due brani, “The Future” e “Waiting For The Miracle” sono talmente potenti e inquietanti da essere stati selezionati da Trent Reznor (leader dei Nine Inch Nails) per la colonna sonora del film “Assassini Nati” (“Natural Born Killers”, 1994) di Oliver Stone. Da citare anche le dolci ballate “Anthem”, “Light As The Breeze” e la strumentale “Tacoma Trailer” che chiude l’album. Poi la depressione torna a rifarsi viva purtroppo… e non per niente Leonard ha di fatto smesso di fare dischi con “The Future” fino al 2001.
“Ten New Songs” (2001) è il primo LP di inediti da dieci anni a questa parte, e il ritorno di Cohen è ricco di ballate romantiche e atmosfere notturne accompagnate dalla voce e dalla scrittura della cantante americana Sharon Robinson: “In My Secret Life”, “A Thousand Kisses Deep”, “Love Itself” e “By The Rivers Dark” i vertici di questo lavoro a quattro mani che ha goduto di grandi consensi.
Passano soli tre anni ed ecco un nuovo disco in studio: “Dear Heather” (2004). “The Letter”, il terzo brano, è uno dei migliori, accompagnato ancora dalla suadente voce della Robinson e da un arrangiamento seducente come pochi. L’album procede spedito e nasconde diversi calici di champagne come “Villanelle For Our Time” (con la rauca voce di Cohen accompagnata dal coro e dal piano di Anjani), “There For You” e “The Faith”.
Il 2009 vede l’uscita del doppio CD “Live In London”, un sontuoso live che funge anche da “The Best Of…” contenendo una selezione incredibile di successi vecchi e nuovi in una resa dal vivo assolutamente scintillante e con un Leonard in gran forma; tra gli altri: “Dance Me To The End Of Love”, “The Future”, “Ain’t No Cure For Love”, “Bird On The Wire”, “Everybody Knows”, “In My Secret Life”, “Who By Fire”, “Anthem”, “Tower Of Song”, “Suzanne”, “Hallelujah”, “I’m Your Man”, “So Long, Marianne”, “First We Take Manhattan”, “Sisters Of Mercy” ecc.
Cohen riprende a comporre musica con una certa regolarità e con una sempre più incredibile verve realizzativa. Esce nel 2012 “Old Ideas”, album dal sapore antico e dalle sonorità moderne. La voce si fa sempre più cavernosa, e al tempo stesso sempre più affascinante. “Show Me The Place” è uno dei brani migliori dell’intera sua carriera e ricorda nell’interpretazione l’ultimo Tom Waits. Un gioiello. Ma non è l’unico: indimenticabili anche “Crazy To Love You”, “Come Healing” e “Lullaby”.
Segue a ruota “Popular Problems” (2014). Ad oggi il suo ultimo lavoro in studio. Ancora un disco sperimentale, dove Cohen fonde perfettamente rock, folk, blues in modo miracoloso e modernissimo. Prova ne è il fatto che una delle canzoni, “Nevermind”, viene selezionata come sigla di apertura della seconda stagione di “True Detective”, bellissima serie tv dal sapore noir ideata dal talentuoso Nic Pizzolatto. L’album si apre con “Slow” che ci proietta perfettamente in quello che sarà il sound ideato dal diabolico Cohen; il secondo pezzo, “Almost Like The Blues” è arricchito da un pianoforte ipnotico e dalla voce sempre più oscura, che sembra provenire dal profondo di una caverna. Altri due pezzi almeno da menzionare: la dolce e sognante “Samson In New Orleans” e “Born In Chains”.
Ascoltare il primo album di Leonard Cohen equivale ad ascoltarne l’ultimo; lo stile essenziale e la voce magnetica, gli arrangiamenti che si rifanno alla musica gospel ma anche a certi suoni che sanno di sirtaki, fanno assomigliare (in un certo senso) tutte le sue canzoni. Ma questo non è un problema, anzi. E’ la magia di ascoltare decine di nuove poesie come se fossero già nostre. Ed è proprio su questo che insisto: leggete i suoi testi (qui sarebbe stata troppo lunga analizzarli), possibilmente in inglese, ed entrerete in un mondo fatto di storie magiche, di solitudine, di amori sfuggenti, di tenerezze, ma anche di un senso di religiosità laica molto profonda. Nel commentare la sua celeberrima “Hallelujah” (con un ritornello epico per bellezza e profondità), Cohen dice che la parola Hallelujah “è ricca, evoca abbondanza, è una parola meravigliosa da cantare. Trasmette energia quando la sputi in faccia alle catastrofi, è un’affermazione del nostro vigore”. E questo, in una canzone che è sì intrisa di riferimenti biblici (il Re Davide, il Signore, il Trono, la Sacra Alleluja), ma anche di sottili riferimenti sessuali, sempre sottintesi e mai espliciti, che rendono il brano un vero capolavoro. La cosa essenziale è che comunque è difficile ascoltare le sue canzoni, con quella voce, quando fuori c’è il sole. Del resto non poteva che essere così, per uno che ha chiamato sua figlia Lorca.

Bartolomeo Perrotta

Leonard Cohen

Leonard Cohen