La mimesi del male si sposta nella Berlino divisa degli anni Ottanta. Il teatro di Andrzej Żuławski apre i battenti, preparatevi a scrutare le pupille di Satana.

 

“E’ come se avessi due sorelle, la Fede e il Caso… la Fede non può escludere il Caso. Io sono il motore del mio stesso male.”

Anna/Helen

 

Mark (Sam Neill), appena tornato a Berlino da un viaggio di lavoro, incontra immediatamente sua moglie Anna (Isabelle Adjani), i due incominciano una furiosa litigata: Mark crede che sua moglie lo tradisca e teme per le ripercussioni che una loro eventuale frattura farebbero ricadere su Bob, il loro figlioletto. Anna dissimula, bofonchia e rifugge continuamente dalla discussione. Mark arriva a dimettersi dal proprio lavoro, le pene d’amore per sua moglie sono troppo forti, le vibrazioni troppo intense; la sanità mentale dell’uomo è a serio rischio. Mark viene a sapere, tramite l’avvenente amica di Anna, Margit Gluckmeister (Margit Carstensen) che sua moglie ha una relazione con un uomo di mezz’età, uno sciroccato idealista di nome Heinrich (Heinz Bennent). Mark vuole disperatamente delle risposte, ma Anna con una sconquassante lucidità sciorina tutti i piaceri che essa prova nella relazione con questo presunto altro “uomo”, facendo esplodere il marito in una scenata risibile all’interno di un caffè, dove l’innamorato folle scaraventa sedie e tavoli per aria e urla disperatamente. La lealtà viene totalmente travisata e Mark ripiega per tre settimane in un tunnel di alcol e perniciosa autodistruzione. Però, nonostante il tradimento di Anna, non ha intenzione di lasciarla, non può. Accetta la situazione come un vero e proprio fatto compiuto, ed è disposto a comprendere e perdonare tutto. Ma d’altro canto sua moglie non può più rinunciare alla relazione sessuale che da tempo intrattiene; l’attrazione è così viscerale che reciderla è semplicemente inammissibile. Come l’amore di una madre per il proprio figlio. Appunto. Infatti non è Heinrich colui che sta avendo una relazione con Anna, dato che l’uomo non ha contatti con lei da molto tempo e anche l’amante della donna, con il suo modo estremamente teatrale ed impettito, verrà inglobato dal vorticoso abisso che la mancanza di Anna stessa ha creato. Mark e Heinrich si scambiano una colpa che in realtà non hanno. La relazione che la donna ha intrapreso è frutto del suo stesso grembo. Peccato sublime, il più scandaloso e ributtante tabù, tutto ciò è la prova di come la spirale nichilistica possa ottenebrare il mondo e ricoprirlo di orribile splendore. Mark mette alle calcagna della donna un investigatore privato, ma il segreto che quest’uomo scoprirà è così truculento e mefistofelico da non poter essere rivelato.

 

“Ma che cos’è?! Anna cos’è?!”

Heinrich

 

Anna cerca conforto nella fede, in chiesa, di fronte ad un crocifisso ligneo. Digrigna i denti e ansima disperatamente; pretende una risposta da quell’uomo sulla croce, ma il silenzio del figlio del Padre la porta al più totale disfacimento, che si compie in una delle scene più sconcertanti della storia del cinema. Anna è in preda al più assurdo delirio, si dimena come un’ossessa in un sottopassaggio di Berlino. Urla, sbraccia, si contorce in un eterogeneo fiumiciattolo di cibo che ella stessa ha disfatto, disciolto, spappolato. Come andrà a finire questo indicibile orrore? Non sarò certo io a dirvelo.

“Può darsi che tu abbia visto Dio in persona e non te ne sei neanche reso conto, perché tu credi in Dio, non è vero? Sì certo! In questo grande, incomprensibile Dio…”

Mark

I connotati della pellicola sono fluidi e in repentino mutamento, i generi si sovrappongono fino a raggiungere l’orrore più estremo, l’orrore che solo il più terribile dei film pervicaci e spaventosi può esplicare. Un magistrale Sam Neill ci grazia con una prova sorprendente, ricolma di superba capacità attoriale. Ma è Isabelle Adjani che ci rapisce e ci scuote come una bandiera sferzata dalla bufera. Vincerà il Premio come Miglior Attrice al 34° Festival di Cannes. E raramente un premio fu più meritato di questo. Anche Heinz Bennent dà una sfavillante prova di sé, regalandoci una splendida interpretazione. Tutto notevole, come al solito. Parliamo pur sempre di Żuławski, nessuna novità. Registicamente, il Maestro polacco, mette in movimento la più sensazionale delle sue opere; la qualità della messa in scena è totale, probabilmente la sua miglior pellicola. Sicuramente la più sentita e straziante. Żuławski qui è perfetto, rigoroso, astruso. Ci sono gli scavalcamenti di campo e la macchina da presa in preda alla frenesia più totale; piani sequenza di un impatto indiscutibile. Un’opera immensa. Gli sguardi penetranti a filo macchina ci trattengono in uno stato di assoluto disagio, è come se ci chiamassero direttamente in causa: “ANCHE VOI DOVETE PARTECIPARE! Guardate come ci si autodistrugge, divenite attori del teatro dell’orrore”. Il tòpos dello sdoppiamento è presente anche in questo film, assonanza granitica tra “Possession” (1981) e “La terza parte della notte” (1971), caratteristica ineluttabile del “metodo Żuławski”. Le musiche di Andrzej Korzynski sono un ansiogeno cocktail anni Ottanta, ma le direttive żuławskiane nella colonna sonora sono vivide ed evocative; le note presentano una forte connessione con “Diabel” (1972) e soprattutto con “La terza parte della notte” – entrambi del nostro compianto terrorista polacco, per chi non lo sapesse -. Il film mi rimanda in modo lampante alla poetica ideologico-religiosa di Jacopone da Todi, il frate laico francescano. La dicotomia tra l’estremo, “l’esmesuranza” (vocabolo in volgare umbro frequentissimo nelle “Laude” di Jacopone) esprime meravigliosamente il tormento estremo, l’annullamento di ogni realtà, il misticismo, la sofferenza, la flagellazione e lo svilimento fisico e mentale dei personaggi; aggiunto al loro peregrinare continuo in un mondo sconnesso e schizofrenico. “Possession” è l’irrequieto tormento di un’impossibile esistenza, la multiforme discesa nel baratro più oscuro dell’inconscio umano. Un assoluto nulla che esplode come un virulento Big Bang, “l’alta nichilitade” di Jacopone da Todi. I personaggi astrusi, grotteschi, sdoppiati, polimorfi come la natura stessa della pellicola, ci mostrano l’ennesima immagine di un mondo che non è mondo, di una vita che non è vita (come nel primo lungometraggio di Żuławski); solo la violenza, l’adulterio, la passione sfrenata la fanno da padrone. Non esiste solidarietà, non c’è vero amore, solo dolore, solo struggimento, solo possessione. E “Possession” è il manifesto più alto della poetica malata di Andrzej Żuławski.

 

“Sei diventata brutta, ti sei indurita…”

Mark

Donatello Bochicchio

Isabelle Adjani - Possession (1981)

Isabelle Adjani – Possession (1981)