Ci introduciamo mestamente su uno degli infiniti set dell’oblio, di cui è lastricato il mondo. Nadine Chevalier (Romy Schneider), sta per cimentarsi nell’unica interpretazione che non avrebbe mai voluto sostenere. Attrice decaduta, bistrattata, al verde, è costretta dalle avversità a relegarsi ai ruoli del più becero cinema pornografico. Ma questa scena è differente; c’è un deuteragonista inaspettato. Dietro le quinte, Servais Mont (Fabio Testi), la sta fotografando. Nadine si ravvede, e attraverso una struggente supplica, lo prega di smetterla. Servais smette solo quando la sicurezza lo butta fuori. Servais Mont scatta fotografie per conto di un meschino malavitoso, Mazelli (Claude Dauphin); fotografie di rapporti omossessuali, prodotti in un postribolo degenerato, l’anticamera del peggior girone infernale. Angherie, profitti, l’assenza totale di empatia è dilagante. Ma Servais è completamente rapito dalla bellissima Nadine, e le chiede di fare altri scatti. Lei accetta. Il fotografo si presenta a casa dell’attrice, dove conosce lo sghembo marito di lei, Jacques Chevalier (Jacques Dutronc), un sedicente attore senza lo straccio di un quattrino. Jacques e Nadine vivono alla giornata, e l’uomo vive da parassita, girando in casa mezzo nudo, blaterando e collezionando costosissime fotografie di vecchie dive del cinema. Servais è ormai caduto nel torbido abisso dell’amore, un amore così vasto che si ripiega su se stesso; tenta di rilanciare la carriera di Nadine, finanziando un allestimento del “Riccardo III” di William Shakespeare a teatro. Il bieco Mazelli gli presta una grossa somma di denaro e Servais punta la sua stessa vita sul piatto della passione. Nadine durante le prove si scontra spesso con il protagonista dell’allestimento, Karl-Heinz Zimmer (un superlativo Klaus Kinski). Un attore estremamente trasportato, esigente e pedante. Lo scontro tra i due è infatti inevitabile; l’attrice, ex diva sul viale dell’anonimato, e il facinoroso attore imbevuto di talento, in cerca di un riscatto e di una gloria che non gli verrà mai tributata. La mimesi del “Riccardo III” fallisce miseramente, stroncata dalla proterva critica. Tutto crolla, Servais deve ripagare il suo debito. Stop. “L’Importante è Amare” (1975) è la prima fatica di Andrzej Żuławski da quando è diventato un esule, costretto a scappare dalla sua Polonia; abbandonata la Patria natia dopo interminabili ostruzionismi, polemiche e rimandi, fatti provenire a lui dal protervo governo di Varsavia, decide di emigrare in Francia, dove comincia ufficialmente un nuovo corso della sua carriera, che gli tributerà un po’ di quella fama e di quel riconoscimento internazionale che, ad ogni modo, già meritava in precedenza. “L’Important c’est d’Aimer” è un dramma totalizzante, magnificamente orchestrato. La pellicola, sovente, esplode con ferina bestialità in scene di violenza disarmanti, da quelle con Kinski a quelle con Testi. Il fil rouge che collega questo film alle prime tre pellicole del cineasta polacco, è lapalissiano. La violenza: onnipresente e sgorgante; il sentimento: palese di abbandono totale, perdita assoluta ed incontrovertibile di ogni possibile speranza. La fredda sofferenza smaltata a lucido sul mondo. L’inferno, sempre, dovunque e comunque. Ineluttabile. La nevrotica e nevrastenica rappresentazione di una realtà impossibile, viene perpetuata ancora; il turbolento recitare dei protagonisti è il sigillo di qualità del terrorismo żuławskiano. Romy Schneider ammalia con il suo fascino distaccato, ma, al contempo turbolento. L’italianissimo Fabio Testi è ben immerso nella parte, senza strafare; ma per dirla tutta, il vero must del film sono l’immenso Kinski e Jacques Dutronc. Pazzeschi. Nonostante la dose di shock pervicace, la pellicola è decisamente alleggerita dalla devastazione e dal terrore rispetto ai canoni dei suoi tre lavori precedenti. Tutto è stato rimescolato, ridimensionato e smussato con attenzione. Gli estremi tòpoi del passato e del presente, saranno riproposti in tutta la loro potenza, pochi anni dopo, nel suo ennesimo sconvolgente lungometraggio “L’Amour Braque (Amore Balordo)” (1985). La regia è naturalmente più asciutta, rallentata, la macchina si sofferma, ci lascia lentamente affondare nel dramma. La fotografia ottenebrante (l’oscurità degli interni è spesso accentuata), e gli archi alle musiche di Georges Delerue fanno il resto. Żuławski non mostra pietà per i suoi protagonisti, soprattutto nel campo amoroso. Ci trasporta in un mondo in cui le pene d’amore sono così sublimi e gravi che l’atto stesso di amare è del tutto impossibile. Si sfonda nell’ineluttabile torba inemotiva; un altro girone che compone il suo inferno personale. Un amore folle che tutto consuma, che brucia lento e inesorabile. Il finale dell’opera forse ci mostra una via d’uscita, un minuscolo e flebile afflato di speranza, ma è già tardi, i titoli di coda si avvicinano, il tempo scorre, l’amore brucia e di Nadine e Servais non ne sentiremo mai più parlare. Ci domandiamo se tutto questo struggimento sia umanamente sopportabile, se l’amore vero, debba rappresentare una continua lotta con il mondo e con se stessi. Impossibile da sostenere, impossibile da rifuggire. Perché, dopotutto, l’importante è amare.

Donatello Bochicchio

Klaus Kinski - L'Important C'est D'Aimer (1975)

Klaus Kinski – L’Important C’est D’Aimer (1975)