Se voleste rappresentare iconograficamente l’idea dell’Inferno, in che modo lo fareste? Fiamme? Zolfo? Caverne incandescenti adornate di demoni, mentre una fiumana di dannati annega nello Stige? No… no. Queste facezie fumettistiche lasciamole ai cartoni animati. L’Inferno, è un luogo funereo, lugubre, nebbioso; l’Inferno è un periodo ben delimitato della nostra storia, nel nostro Paese, a casa nostra. Andrzej Żuławski, con il suo primo lungometraggio del 1971, disvela l’Inferno sulla Terra. L’incipit del film è evocativo e brutale: un donna recita alcuni passi dell’Apocalisse di Giovanni, presagendo il tono distruttivo dell’opera, mentre vengono esposte in sequenza diverse immagini di una grande magione immersa in un bosco tenebroso. La donna è Marta (Małgorzata Braunek), moglie del giovane e angustiato protagonista, Michał (Leszek Teleszyński) che scorgiamo intento a parlare con suo padre (Jerzy Goliński), musicista e uomo dotato di buona cultura. Mentre i due disquisiscono irrompe uno sparo, che come un nefasto tuono dirompente preannuncia una catastrofe in realtà già in atto, e Michał dopo alcuni secondi di esitazione corre disperatamente verso casa. Un drappello della cavalleria nazista infuria con desolante silenzio di fronte la sua abitazione, come uno stormo di cavalieri germanici imperante su una villa romana nel V secolo d.C. Gli apostoli del male. La visione orrifica di sua moglie che lentamente arranca diritta come un fuso, con gli occhi sbarrati dal terrore assoluto e il volto grondante sangue. Come paralizzato, Michał non osa avvicinarsi e diventa spettatore prediletto del più crudele dei drammi. Sua moglie, sua madre e il suo figlioletto di pochi anni sono stati trucidati. Devastato dal dramma l’uomo incontra un suo vecchio amico, che lo mette in contatto con la Resistenza. Durante la sua prima operazione contro un collaborazionista dei nazisti, agisce in coppia con un altro partigiano, che viene però ucciso di fronte ai suoi occhi nel momento dell’azione. Michał comincia una fuga disperata per le fangose e buie strade di Varsavia, incalzato dalla Gestapo. Arranca ferito sulle scale di un tetro palazzo, e proprio mentre sta per essere raggiunto, un altro uomo viene ucciso al suo posto. Un uomo vestito nel suo stesso modo. Identico a lui. Mentre scruta di nascosto la scena, una donna incinta urla disperata, la donna è uguale a sua moglie Marta. I nazisti la trasportano di forza in casa, abbandonandola in preda al dolore; Marta sta per partorire. Michał la raggiunge e assiste quasi inerme al doloroso e struggente parto della donna; la scena viene mostrata interamente, non ci viene risparmiato nulla dal regista. Michał decide di prendersi cura della donna e di suo figlio, decide di ricostruire un’altra famiglia, di unirsi ad una donna che apparteneva ad un altro uomo. Ancora una volta. Per sostenere la sua nuova famiglia, tramite alcune pressioni trova un posto di lavoro sicuro e ben pagato, l’unico posto di lavoro sicuro in tutta la Polonia. Michał diventa così una cavia umana per pidocchi. Dal suo sangue e da quello degli altri donatori verrà sublimato il vaccino contro il tifo, che dilaga endemicamente nel Paese. Paradosso assurdo di un mondo alla rovescia; i pidocchi, minuto paradigma della crudeltà e della scelleratezza della Terra, coccolati e trattati con assoluta perizia. Malattia e cura dello stesso male. Żuławski non ci mostra speranze né vie d’uscita, ma solo la vivida parabola del mondo mentre sprofonda all’Inferno. Cura il tutto in modo davvero maniacale: la regia, dinamica, frenetica, nevrotica, epilettica, si alterna a momenti di quiete che nascondono una fredda angoscia. La verticalità e gli obbiettivi larghi vengono reiterati spesso. Viene dato particolare spazio anche ai primi piani, senza andare mai oltre. Alcune sequenze sono davvero degne di nota, come quella dell’inseguimento nelle desolate e fangose strade di Varsavia, che è a mio avviso uno dei più belli scorci di cinema della storia. Per quanto riguarda il montaggio (di Halina Prugar-Ketling), splendida la micro ellissi delle cavie che sistemano i pacchetti ricolmi di pidocchi sulle cosce. Lucida, fluida e fredda osservazione del dolore. La fotografia di Witold Sobocinski ci ottenebra e incupisce totalmente, compenetra e ammanta persone e luoghi. La musica penetrante di Andrzej Korzynski non fa altro che acuire il dolore che già provano i protagonisti di questo immenso dramma, e che patiamo un po’ anche noi. La recitazione degli interpreti è eccelsa, a cominciare dal cianotico protagonista Michał (Leszek Teleszyński), talmente bravo da essere scelto anche per il secondo film del regista polacco, “Diabel” (1972). Lo stesso vale per la bellissima e travagliata Marta (Małgorzata Braunek), anche lei in “Diabel”. Da sottolineare la magnifica interpretazione del padre di Michał, Jerzy Goliński, che personalmente ho preferito ancor di più delle altre. Sempre perfettamente calati nel torbido dramma, gli attori danno il meglio di sé nei travolgenti dialoghi impostati dal perfido Żuławski, dialoghi magnificamente teatrali, spesso sconnessi e urlati, vero segno di riconoscimento del regista. Interessante è l’impostazione psicologica dei personaggi: mentre Michał tenta di opporsi alla brutalità, di combatterla, di costruire e mantenere una famiglia nonostante le condizioni totalmente avverse, suo padre reagisce rinchiudendosi nell’alienazione di un passato di cartapesta. Non osa contrapporsi al male, preferisce la pace catartica della musica, tenta più volte di invogliare suo figlio ad un duetto con il violino, cerca disperatamente di tenerlo vicino a sé, impedendogli di finire come gli altri. Ma invano. La fulgida cornice storica ha un posto di estremo rilievo, come anche nel secondo film del regista maledetto, il già citato “Diabel”. La Polonia sprofonda nel nulla, come è avvenuto svariate volte in passato, per mano degli invasori. Demoni impersonali, fugaci, tetri mietitori di anime. La Polonia durante l’invasione e l’occupazione nazista è l’Inferno sulla Terra. Un non-luogo, una terra dove il tempo non esiste più, le persone tornano a vivere per soffrire, e dov’è impossibile rifuggire l’orrore, situazione esiziale, come scritto nell’Apocalisse di Giovanni. Żuławski lo sa, perché in quell’epoca ci è vissuto, anche se era molto piccolo. Il finale destabilizzante e confuso del film, chiude in qualche modo il cerchio, palesando la discesa degli inoppugnabili portatori di giudizio e di morte. Nessuna anticipazione però. Andrzej Żuławski, il “cancro del cinema mondiale”, così come è stato appellato da alcuni, manifesta la brutalità del mondo, nella imperitura reiterazione del male (come già detto, ma vale davvero la pena di ripeterlo), nella ciclicità della morte, e della vita, che non è vita fino in fondo, ma che permette al dolore e al male di scorrere in modo opulento e vilmente maestoso. Iniziare una carriera cinematografica con una prima opera del genere, non è da tutti; Żuławski, con il suo cinema schizofrenico, nevrotico e malsano, incute dolore fisico a chi mostra di avere il coraggio di guardare i suoi lavori. Non risparmia nulla a nessuno, gli spettatori non debbono essere coccolati e rinfrancati da una facile e banale visione; lo spettatore, così come gli attori, deve soffrire, sudare, fino a quando il suo stesso corpo non implori a gran voce la volontà di mettere fine a questa sofferenza. Pochi registi al mondo sono capaci di creare tali tribolazioni nel fisico e nella mente di chi guarda. Sconvolgimenti fisiologici. “La Terza Parte della Notte” riprende l’ipostasi da cui si dirama il Male, come dirompenti radici di un albero marcio e corrotto. Superbo e impagabile. Imperdibile.

Donatello Bochicchio

L'Apocalisse Di Andrzej Żuławski: La Terza Parte Della Notte

Małgorzata Braunek – Trzecia Część Nocy (1971)