L’Amore Per La Morte, Il Nulla Al Posto Di Dio

 

“E’ per la morte che noi viviamo, è per la morte che amiamo ed è per lei che procreiamo e sgobbiamo, le nostre fatiche e i nostri giorni si susseguono ormai nell’ombra della morte, la disciplina che osserviamo, i valori che salvaguardiamo e i progetti che facciamo portano tutti a un solo esito: la morte.”

Albert Caraco (1919-1971)

Vi sono scrittori dalla voce inconfondibile, il cui tono basta a smentirci e disintossicarci da qualsiasi illusione. Dalle parole di un pensatore si edifica certamente una visione del mondo, ma le parole e i ragionamenti, ad un certo punto, vengono meno. Albert Caraco è forse l’ultimo scrittore, l’ultimo limite prima di un’Apocalisse e di una caduta dalla storia. Il suo nihilismo di fondo, la disperazione marmorea e monotona nella sua martellante incapacità di variazione, ha molte affinità con quella di Louis-Ferdinand Céline, e sicuramente con quella di Emil Cioran. Non a caso, la suddetta triade, è stata citata più volte; con l’aggiunta di un altro grande pensatore dalla corrusca voce: Nicolás Gómez Dávila.

Albert Caraco nacque ad Istanbul nel 1919, da una famiglia ebrea, visse un’ infanzia traballante a causa dei continui spostamenti – Vienna, Praga, Berlino, Honduras, Brasile e Uruguay – lavorativi del padre, e della crescente tensione dovuta al conflitto imminente. Morirà a Parigi, di morte suicida a lungo voluta con agghiacciante insistenza, e testimoniata da queste parole: “Attendo la morte con impazienza ed arrivo ad augurarmi il decesso di mio padre, poiché non oso uccidermi prima che se ne vada. Il suo corpo non sarà ancora freddo quando io non sarò più al mondo”. In italiano sono stati tradotti, di lui, quattro libri: “Breviario del Caos” (1982) e “Post Mortem” (1968) con Adelphi, “Supplemento alla Psychopathia Sexualis” (1983) pubblicato da ES e “L’uomo di mondo” (1967) pubblicato da Guida. La sua opera in francese è invece immensa, frammentaria, provocatoria, disperata fino all’inverosimile; logorata e sballottata da una miriade infinita di idee, che culminano nelle funebri omelie finali, che coincidono proprio con i suddetti titoli editi da Adelphi. Tutto, naturalmente, scandito da una prosa geometrica e classica, chiaroscurale, che può risultare, per l’assenza di ossigeno, poco apprezzabile. E’ incredibile quanta concentrazione di forze sia presente nella prosa ordinata di Caraco, quasi, con il suo stile, egli volesse ordinare il Caos – un Caos interiore e universale, scaturito da una sofferta osmosi-emorragia tra storia dell’uomo e storia di un singolo. Di fronte a tanto stile, il “cosa” viene detto passa in secondo piano, lasciando il posto al “come” viene detto. Il materialismo di Giacomo Leopardi aveva, come ultimo gradino, la visione della natura, del mondo, della poesia, come fossero, queste, miniere (in)esauribili di fenomeni estetici; Gottfried Benn scrive che lo stile è la prova dell’esistenza… lo stile, “smalto sul nulla”. Cioran scrisse in una lettera a Mario Rigoni: “Si vous avez le ton, vous avez tout”. La Parola, alla quale Cioran e Caraco si votarono con un chimico e distruttivo amplesso, testimonia un qualcosa di prezioso per il mondo del pensiero occidentale: la visione di una filosofia come “atteggiamento”, come costruzione quotidiana, e la scrittura come bisogno biologico – vedi Elias Canetti, Vasilij Vasilevič Rozanov e simili. Questo atteggiamento è prezioso a prescindere dalla qualità o profondità del loro pensiero, e del resto cosa è profondo?

Rimane una completa identificazione tra filosofia e vita; il cui sapore risuona di misticismo orientale, nonché di solipsismo, e rimembra, se vogliamo, anche le memorie dei santi – santi però senza fede. Scrive Caraco: “Gli uomini si sono diffusi nell’universo come una lebbra, e più si moltiplicano più lo snaturano, essi credono di servire i propri dèi divenendo sempre più numerosi, i bottegai e i preti approvano la loro fecondità, gli uni perché essa li arricchisce, gli altri, invece, perché li accredita”. Era inevitabile, con queste premesse, che il tono di Caraco basti a presentare le sue tesi senza che esse siano presentate. Bastano queste righe, un cenno insomma, a presentare tutto quanto Albert Caraco. Noi sentiamo quel che dice solo subendo la tempra della sua anima, che affiora nella sua prosa. Paradossalmente, potremmo anche glissare le sue tesi – a volte ripetitive –, ma il sapore della sua verità ci sorveglia e prolifera all’interno dei nostri cantucci; e, se sentiamo che la sua verità riposa e ci veglia, forse è perché quella verità è anche la nostra.

Di cosa parla Caraco? Dell’inevitabile distruzione alla quale l’umanità è destinata; delle intossicazioni del secolo; delle pietose illusioni che ammorbano la massa dei sonnambuli; di una storia svuotata di senso; di religioni e di credenti ormai inutili; delle fasulle speranze di salvezza che, agli occhi dello scrittore e filosofo francese, sembrano “erezioni da impiccato”. La salvezza per l’uomo non esiste, il treno dell’umanità scorre su un binario e non ha altre direzioni se non il Nulla. Il nihilismo di quest’uomo di grande onestà intellettuale è il limite massimo raggiungibile dal pensiero occidentale; Caraco è il Giano tra la nostra storia e il Caos che ci attende. E’ davvero difficile immaginare un mondo e un futuro, non appena accettiamo che l’avventura dell’uomo sulla Terra sia un fiasco magistrale, un’impresa viziata alle origini, un allontanamento dalla natura, una deviazione che sa di degenerazione schizofrenica. Coloro che saranno disposti ad accettare questa premessa, coloro che non pensano questo sia “il migliore dei mondi possibili”… resta comunque un docile cerino all’orizzonte, che emana una flebile luce: se la storia è votata al nulla, c’è ancora la nostra storia, quella del soggetto… una storia che può ancora vivere indipendentemente dal resto. Non a caso, anche per Leopardi, c’è un nuovo piolo nella scala del pensiero: l’assurdo e la conseguente ironia. Scrive Cioran: “Al culmine della disperazione, solo la passione dell’assurdo può rischiarare di una luce demoniaca il Caos. Sia in Cioran che in Leopardi, pur accettando la sofferenza e il dolore, rimane l’arma dell’ironia, e soprattutto una sentenza salvifica nel mezzo del Nero: “Le illusioni non possono esser condannate, spregiate, perseguitate se non dagl’illusi e da coloro che credono che questo mondo sia o possa essere veramente qualcosa, e qualcosa di bello. Illusione capitalissima: e quindi il mezzo filosofo combatte le illusioni, perché appunto è illuso, il vero filosofo le ama e predica, perché non è illuso; e il combattere le illusioni in genere è il più certo segno d’imperfettissimo e insufficientissimo sapere e di notabile illusione”. Per quanto riguarda l’ironia, basti leggere le “Operette morali” (1827) o i “Sillogismi dell’amarezza” (1952), rispettivamente scritti da Leopardi e dal Cioran sopravvissuto al suo “Sommario di decomposizione”. Per Leopardi le illusioni esistono, tutto è un’illusione, ma illudersi, se possibile, è la cosa migliore da fare. Cioran dice: “Tutto il segreto della vita sta nel votarsi alle illusioni senza sapere che sono tali. Non appena le si conosce per quello che sono, l’incanto è rotto. Se tutto è illusorio, di reale non vi è per l’appunto altro che l’illusione”. Lo spiraglio è servito: le illusioni sono un bene, e forse è possibile illudersi. Un giovanissimo Cioran, in “Al culmine della disperazione” (1934), scrisse: “La sola cosa che possa salvare l’uomo è l’amore. E se molti hanno finito per trasformare in banalità questa asserzione, è perché non hanno mai amato veramente. Aver voglia di piangere quando si pensa agli uomini, di amare tutto in un sentimento di suprema responsabilità, sentirsi invasi dalla melanconia al pensiero delle lacrime che ancora non si sono versate per gli uomini, ecco cosa significa salvarsi attraverso l’amore, la sola fonte di speranza […] in questo mondo ogni cosa può farmi cadere, tranne l’amore”. Ricordo di avere letto queste parole alle 5 di mattina, in quinta superiore, prima di affrontare la giornata scolastica; erano le ultime pagine del suo primo libro. Non mi sono stupito di nulla: ogni riga letta sembrava la traduzione in parole di qualcosa che sentivo. Il vedere, al termine di questa specie di trattato terapeutico sulla disperazione, questa sentenza, mi diede la conferma che Cioran fosse un grande amante della vita e, come grande amante, era vittima di disillusioni profonde e ingestibili, le quali – le disillusioni – sottintendono illusioni a priori. Capacità di illudersi e deludersi: non fu poi una grande sorpresa, ma un’altra piacevole conferma, leggere che il piccolo Cioran, pur platonicamente innamorato di una ragazza insipida e insignificante – ecco l’illusione cosciente – non tentò mai un approccio (educazione al riserbo di paternale e ortodossa memoria? Solitudine interiore?) e provò un grande desiderio di morire nel vederla passeggiare con un altro compagno di classe. Nella prosa di Cioran, arguta, intelligente, ricca, scintillante, ironica, corroborante, emerge una possibile vitalità. Nonostante Cioran neghi tutto, nei suoi scritti posteriori a quelli rumeni e al “Sommario”, il sopraffino pensatore sembra sottintendere che, la verità dolorosa sulla nostra condizione, può essere dominata nella quarantena del piano teorico. Nonostante, insomma, tutto sia un nulla, ogni tanto può accadere il contrario; a patto che ciò accada sul piano pratico, e che non sia detto apertamente. Cioran aveva capito, nell’intimo, che affermare qualcosa significa sottoporre le proprie affermazioni al circo della storia, significa, in ultima istanza, fare un passo indietro e non essere all’altezza di ciò che si è detto e quindi di ciò che si è. Affermare, quindi, significherebbe tradire quegli attimi illuminanti in cui la morte è davvero desiderata per troppa lucidità. Pertanto, un occhio penetrante, vedrebbe in Cioran un grande amico, uno “squartatore misericordioso”, per dirla con Guido Ceronetti, un uomo capace di lenire la sofferenza autentica, senza però darci a bere teorie curiose sull’oltre uomo, sulla speranza, sull’eterno ritorno. Cioran può essere una medicina, a patto che il suo lettore-paziente sia una persona già trapassata dall’Irreparabile; in caso contrario è ovvio vedere in Cioran – o in Leopardi – dei pericolosi guastafeste.

Una lunga digressione per dirvi che Cioran ha avuto appunto, a differenza di Caraco, una notevole diffusione. Questo perché Caraco rifiuta qualsiasi ironia – un ego ipertrofico votato all’autodistruzione? – e si prende sul serio. Per lui, una volta raggiunta la propria consapevolezza, non c’è alcuno spazio per una risata beffarda nei confronti del cosmo. Anche Jean-Paul Sartre, a suo modo, pecca di ironia, come noterà lo stesso Cioran – e a questo riguardo rimando al magnifico ritratto contenuto nel “Sommario”. Da superbo conoscitore dell’anima umana e della letteratura, Cioran capì che “la più grande disfatta per uno scrittore, è quella di essere capito”; asserzione che, uno come Friedrich Nietzsche, aveva intimamente assimilato, forse a fin di bene. Caraco è uno scettico che non è scettico verso sé stesso: una scepsi coerente metterebbe in discussione anche il proprio suicidio e le proprie condizioni. In questo senso, la “filosofia” di Caraco, ha molto da spartire con quella di un altro memorabile suicida, il filosofo di Offenbach: Philipp Mainländer, di scuola schopenhaueriana. In loro non c’è spazio per l’ossigeno, imperversa l’ipotassia; in Caraco il respiro, oppresso com’è dal nitore classico della sua scrittura, è claustrofobicamente schiacciato. L’unica soddisfazione rimasta, per Caraco e un po’ come per Mainländer (“Le determinazioni volitive attivate dalla raggiunta consapevolezza che il non-essere è meglio che l’essere, rappresentano il principio morale più alto di tutti, e, dunque, il più alto senso della vita.), sembra essere la morte. In alcune righe del “Breviario del Caos”, una spettrale sensazione di deresponsabilizzazione e piacere è causata dal prevaricare della morte e del nulla sul resto, quasi una vendetta del cosmo nei confronti delle sue impurità umane. Inutile dire che, in questi pensieri, seppure essi difettino della cioraniana ironia, si nasconde una filantropia infinita, malamente tradita dalla bassezza dell’uomo, dal suo sprecare le gemme fiorite dal suo cervello prodigioso. Ecco una traccia di illusione disillusa, l’unica, la sola, dopo la quale tutto è crollato in un oscuro vortice. In questo senso Mainländer – è sua la frase celebre “Dio è morto”, ripresa da Nietzsche, con la quale però Mainländer intendeva Dio si è suicidato – si dimostra ancora più freddo e amaro di Caraco, forse per il tentato approccio teoretico del suo sistema (che, ogni tanto, nel tentativo di liberarsi da Immanuel Kant e da Arthur Schopenhauer, si inceppa). E si dimostra freddo, sempre Mainländer, nonostante, anche per lui, darsi la morte fosse l’unico atto di redenzione possibile. Legano Mainländer e Caraco anche la verginità e il rifiuto del sesso che, per il primo, rappresenta forse un più alto grado di redenzione, ovvero un maggiore coefficiente di negazione di sé stessi; il sé punito e negato nella sua riserva di virginee possibilità; per il secondo, rimando al libro “Post Mortem”, omelia funebre sacerdotale che contiene alcuni scritti dopo la morte della “Signora Madre”, colpevole di avere raffreddato sessualmente Albert, di averlo mutilato. La verginità e la sterilità, a contrastare la metastasi umana, sono altri temi che percorrono, come fantasmi e leitmotiv wagneriani, le pagine dello scrittore francese.

Caraco evita di stupire, non cede alle battute, né agli arzigogoli e né agli orpelli – in questo ricorda più i moralisti francesi, in particolare la metodica amarezza di un François De La Rochefoucauld. Solo una marcia verso la caduta e l’autodistruzione. Nessun pubblico e nessun interlocutore nel tragico solipsismo dei suoi ultimi scritti. Una ricerca disperata di autosufficienza interiore, propria degli spiriti mistici, mascherata dai modi “cortigiani” e dalla raffinatezza dell’uomo colto ed educato, che nulla ha a che vedere con l’erudito – Caraco non cita quasi mai.

La stampa non parlò di lui, e neppure segnalò il suo suicidio. Albert tentò una sorta di sodalizio umano-filosofico con Cioran, a furia di lettere solenni, che però non andò a buon fine. Il che è alquanto strano, perché il filosofo e saggista rumeno era un appassionato scrittore di lettere – amava molto, invero, il genere epistolare. Caraco era di troppo per tutti e, nonostante sorvegliasse con amore la sua prosa, in pochi si accorsero e si accorgeranno della bellezza che permea le sue espressioni, della teatrale e profetica coreografia sintattica. Oltre allo stile, credo le sue previsioni non siano strampalate, ma siano il termometro esatto di una civiltà esausta, al suo tramonto, ormai incapace di trovare nuove strade, incastrata dal sillogismo aristotelico, compulsivamente alla ricerca di un cammino e di una evoluzione che non può esistere, e forse che non è mai stata possibile… parlavano forse di evoluzione, le filosofie orientali? Credevano nel progresso? Non è questione di spezzare lance a favore dell’Oriente e della sua esistenza sognante e astorica, ma piuttosto la questione è chiedersi cosa sia il progresso, e che razza di chimera sia stato per la nostra civiltà elegante quanto precaria. Termini come segno e progresso, colpevoli di aver sostituito i termini simbolo e destino – per il malcontento di un Oswald Spengler – hanno ancora un senso? In attesa di questa caduta e di questa catastrofe – “La catastrofe è necessaria, la catastrofe è desiderabile, la catastrofe è legittima, la catastrofe è provvidenziale” , probabilmente inevitabile, facciamo un passo indietro e ricordiamo, in questo lasso di tempo tra noi e il nostro destino, quanto sia necessario e quanto servano uomini di tale grandezza intellettuale e soprattutto di tanta onestà. A prescindere dalle loro tesi, c’è bisogno di scrittori e di persone capaci di essere sé stessi nonostante tutto, nonostante sé stessi. E soprattutto che siano in grado, più che di salvare un’umanità spacciata, almeno di testimoniarne con onestà gli ultimi spasmi.

Albert Caraco, il giorno dopo la morte del padre – era il 1971 – ingoiò dei barbiturici, non aspettò neppure di essere intontito, si recise le carotidi con una lama e attese la morte in mezzo al suo sangue, come un uomo che guarda dritto, nonostante la sua miseria, la grandezza dell’Assoluto Nulla che attende tutti noi.

Gianmaria Sisca

Albert Caraco

Albert Caraco