“Immaginai una processione lungo le strade di Roma formata da centomila Cristi, ciascuno con la propria croce. In Africa, piovono bambini albini. Una mattina, la Statua della Libertà è tutta nera perché ricoperta da mosche… l’imperatore giapponese fa mozzare la lingua alle sue duemila concubine per offrirle come sushi all’esercito trionfante.”

Alejandro Jodorowsky (1929)

“La Danza della Realtà” (2001), ad una lettura fugace rimanda alla danza delle cose che un intento forte e deciso innesca nella vita. Niente più, niente meno di ciò che alcuni ciarlatani chiamano la “legge d’attrazione universale”, legge che permette a chi la contempla di ottenere tutto ciò che vuole, con un unico imperativo: “Conosci ciò che vuoi, e ciò che vuoi essere”. Al di là della denominazione new age dai chiari risvolti commerciali, il concetto ha una certa valenza pratica, giacché pare scontato che tanto più è maggiore l’intento, la volontà nel riuscire e le forze spese nella sua realizzazione, tanto più si riuscirà. Ecco, Alejandro Jodorowsky richiama molte volte questa “danza” delle cose, che lo ha portato ad essere ciò che è, ma questo è soltanto un artifizio che nasconde sotto gli eventi apparentemente fortuiti, una trama eterea intessuta da lui stesso insieme ai fili della propria vita. Certo è che uomini straordinari vivono vite straordinarie, ma alcuni episodi di questo scritto, sono puramente exempla, che permettono di adempiere al motto nietzschiano: “Quanto più astratta è la verità che vuoi insegnare, tanto più devi sedurre i sensi ad essa”. E cosa c’è di più seducente, che l’esperienza? A tal fine utilizza l’espediente della narrazione parzialmente autobiografica, che contraddistingue lo stile di un altro scrittore dell’empireo latinoamericano, Jorge Luis Borges, e l’effetto è decisamente efficace poiché induce il lettore a credere totalmente nella trama che intreccia realtà-possibile con sogno-impossibile senza margini di discontinuità. Perciò più che un’autobiografia, lo vorrei chiamare un romanzo-saggio, che sfrutta l’incedere piramidale delle azioni nella vita dell’autore (da una cosa ne scaturisce un’altra) per addurre ragioni e verosimiglianza alle proprie teorie, tramite un’esperienza, in questo modo, simil-diretta. Jodorowsky, si fa simbionte della sua creatività, facendo sgorgare sulle pagine una realtà eterogenea, ma solida, che potrebbe rassomigliare a un prato in cui vi sono svariate Calendule in fiore, ma alcune, nascoste, sono dipinti della scenografia narrativa. L’intero romanzo si propone, lo si capisce verso la fine, di essere un’apologetica della fantasia e in tal senso l’opera appare un mirabile sincretismo, nella fusione tra stile e intento, con costruzione leggera d’immagini meravigliose che accompagnano il lettore durante tutta la lettura. Quasi ogni pagina contiene nell’intreccio della carta, splendenti fili d’oro, senza alcuna banalità ad insudiciare i fogli, che si prestano ad ospitare lo sguardo del lettore come se fosse un soffice letto di nuvola. Vorrei segnalare inoltre, che esattamente nella sua parte più incredibile razionalmente, la parte dedicata allo sciamanesimo, v’è senza dubbio qualche traccia di verità. Il Symbolon, originariamente, era un oggetto diviso in due parti, che sanciva una forma di relazione tra due persone, che poteva essere un debito, un contratto, o via dicendo. L’uso attestato sicuramente più affascinante è nell’Antica Grecia, dove i cittadini ateniesi per farsi riconoscere come tali spezzavano a metà una conchiglia, tenendo una parte sempre con sé. L’altra veniva affidata all’ente pubblico, in modo tale da potersi fare riconoscere provando il combaciare delle parti. Nel tempo il significato della parola simbolo ha assunto un’aura molto più sfumata, comprendente tutto ciò che è sopito dentro di noi e ci trasciniamo dalla nostra cultura millenaria. Sono concetti che legano persone, tra queste, molte ignare di quanto siano radicati in loro simboli associati per esempio alle religioni ancestrali, alla vita, alla morte. Tutto questo mare di concetti che si lascia assorbire senza bagnarci è ciò che sfruttano gli sciamani per guarire. Assumono una voce suadente, ti trattano come un bambino in fasce, ti cullano, risvegliando il te primordiale ti accarezzano e infine, in un gioco di luci pirotecniche e scenari cupi, estirpano da te il male con grandi spargimenti di sangue e d’orrore e lo incorporano in un oggetto, o meglio ancora in un animale, da poi sacrificare. Il male così scompare. Molto c’è di inconoscibile nei meccanismi di guarigione quando si va a considerare l’influsso della mente sul corpo, con una suggestione così potente come quella degli sciamani, secolari conoscitori delle intime sfere umane; così posso affermare con buona coscienza, che questo passaggio che ai più sarà sembrato una finzione, è scientificamente possibile.

Dissolvenza sulle oscure capanne irte di misticismo, in cui abbiamo avuto il piacere di soggiornare un po’ nella tribalità dei nostri inconsci; luci soffuse ormai lontane. Il buio. Dal buio emerge qualcosa… è un libro! Già, il libro di cui sto parlando, manco fosse casuale. Lo inizio a leggere, lo leggo. Giro l’ultima pagina. Lo chiudo e inizia a dissolversi anche lui. La sua trama si sfilaccia, le parole sgrammaticano e spezzettate tornano nel regno dell’atomismo linguistico; non rimane altra visione esteriore. Bisogna chiudere gli occhi adesso. S’è tutto dissolto, è presente solo un concetto elementare ora, puro, fanciullesco, il gioco delle costruzioni, che mi pervade abbagliando la mia cecità. Visioni di magnifiche città, giardini e templi. Una strada lastricata di marmo, con ai lati colonne che sorreggono le nuvole per la loro altezza, e un palazzo, totalmente ricoperto d’edera. Lo riconosco geometricamente e avvicinandomi, gli sussurro: “sono tornato”.

L’atto dell’immaginazione è l’insegnamento del vecchio pastore cileno ed è la cosa che rimane, volgendo l’ultima pagina di questo libro.
E spero, anche, volgendo l’ultima parola.

Giacomo Grignetti

Alejandro Jodorowsky

Alejandro Jodorowsky