“Sognò di crearsi una dimora sconosciuta dal resto della terra e che lo avrebbe sottratto per sempre allo sguardo degli uomini.”

Gaston Leroux (1868-1927)

Era due uomini Carlo Franzini, aveva due anime. E due nomi.

Sotto i riflettori. Carlo Franzini tenore lirico, nato in quel di Milano il 21 aprile del 1923 in via Bramante n.13, cantava e aveva un sogno, diverso dalla sua professione della quale mal sopportava l’ambiente essendo portatore sano di un carattere ribelle e allergico alle convenzioni. Cullando quel sogno però, si era fatto un bel pezzo di strada con la musica, senza tuttavia mai sposarla nei costumi (un noto critico musicale raccontava divertito che quando Franzini era di scena all’Opera di Roma, per riuscire ad intervistarlo bisognava recarsi in una pineta dove il tenore aveva piantato la sua tenda canadese per evitare la coabitazione forzata in alberghi di lusso coi suoi colleghi), vivendo, nonostante il peso del suo talento, leggero. Bleffava perché gli altri non se ne accorgessero. Prendeva la rincorsa per così dire, fin da ragazzo. A 25 anni il suo presente. La fuga dopo aver terminato gli studi all’Accademia di Brera – dove tra gli altri fu allievo del pittore e scultore Aldo Carpi – per via della sua famiglia, rea di avergli già pianificato un futuro da impiegato di banca; sbagliato come uno sbadiglio troppo accentuato al proprio matrimonio. Carlo si nasconde a Parigi, chiedendosi cosa scriverà sulla lavagna della vita. Inizia dormendo sotto i ponti della Senna, seguendo un’inflessibile spirale che lo porterà, per mantenersi, a cantare canzoni napoletane nei bistrot di Montmartre (grazie ad una voce meravigliosa ereditata dal nonno materno). Barbone e bohémien indossa l’ombra di Emanuel Carnevali, vivendo di stenti, ma vagando in un’atmosfera vivacissima e irripetibile come quella della Parigi dell’immediato dopoguerra, con lo sguardo concentrato a censire le sfumature dei suoi sogni più vicini ora e, nonostante la sua posizione non sia quella della vita lieta e dei sonni in un comodo letto, avrà modo di entrare in contatto con nomi di spicco del panorama artistico e culturale, primo fra tutti, Henri Matisse. I buchi nelle tasche della sua giacca sembrerebbero finestre ad occhi poco allenati, ma Franzini cantando per sopravvivere, sta gettando le basi per dipingere per vivere. Non è povertà la sua, ma allenamento. E soprattutto libertà. E’ il 1951 quando rientra in Italia per partecipare al Concorso Nazionale per Nuove Voci, e per vincerlo. Debutta così al Teatro Nuovo di Milano nella commedia lirica di Felice Lattuada “Le Preziose Ridicole”. Da qui inizia la luminosa carriera di Carlo Franzini tenore, che lo porterà a calcare i più importanti palcoscenici del mondo fino al 1978, quando, esibendosi alla Scala di Milano ne “La Favola di Orfeo” di Alfredo Casella si congeda dal mondo della musica.

Altra vita: Bohème di Saturnino. Come una stella cadente senza desiderio annesso, orgoglioso e solitario, Saturnino dipingeva nella monastica solitudine della sua soffitta/museo di Piazza del Duomo a Milano. Saturnino ha sempre dipinto, tutta la vita, nei ritagli di tempo, nelle fughe e nei ritorni… ha dipinto nell’illusoria ricerca di se stesso nella sua vita. Forse ha sempre dipinto la sua anima vera e quel nome, Saturnino. Saturnino nei volti, nei paesaggi, Saturnino negli oggetti. Ma anche se nella realtà le cose erano diverse, poco se ne curava, l’importante era poter distorcere muri, camini, finestre e corpi, alterare colori restituendogli la percezione del suo posto nel mondo come lui lo sognava. E solo nella sua soffitta Saturnino era veramente, nella solitudine era il suo orizzonte, nel pennello scorreva il suo sangue. Dipingendo alla larga dalle ombre, in quel regno affacciato sul Duomo, ascoltava quieto le note di quella vita che a volte gli sfuggiva cantando e altre volte lo reclamava su una tela. Nulla però lo mise mai davvero sotto i riflettori nella sua attività artistica; si registra, nel 1975, una mostra antologica nella sala delle Cariatidi del Palazzo reale di Milano. Ciò non ha però impedito che della sua arte si sia occupata la migliore critica coeva del panorama artistico e culturale: Luciano Garibaldi, Federico Zeri, Leonardo Borgese e Mario Portalupi fra gli altri. Nel 1986 muore la madre, cui Saturnino era legatissimo. Questo tragico evento lo sprofonda in uno stato di prostrazione che sembra senza fine… la musica ora arriva ovattata, come i colori e gli odori; ad andarsene era stata la persona che teneva ben saldi sulla terra i suoi piedi, che aveva reso la sua libertà forza, la sua arte linfa vitale. Ma è ancora una volta la pittura a venire in soccorso del nostro, a salvarlo dalla depressione: Saturnino dipinge infatti nell’arco di un quadriennio (1986-1990) le sue tele più belle e intense… a tutt’oggi ancora mai esposte al pubblico. E continua a vivere. E dipingere.
Dipinge anche il 27 gennaio del 2003, quando il suo cuore è ridotto al silenzio da un infarto. Saturnino muore all’Ospedale Bassini di Cinisello Balsamo. Ad accompagnarlo nel suo ultimo viaggio terreno, un piccolo capannello di sedici persone. Pur se sensibile artista, è stato, nelle vesti di Carlo Franzini, un uomo pragmatico, capace di conseguire le più munifiche commissioni nella lirica; mentre come Saturnino era un pittore incredibilmente libero da tutte le “mode” artistiche, le correnti, le scuole o i movimenti culturali. E’ arrivato alla luce per sottrazione… alla sottrazione dall’ombra. Ha vissuto libero in un corpo e con successo in un altro. E in fin dei conti ha vinto sulla vita e perso con la morte, cosa che capiterà a tutti noi. Saturnino (Carlo Franzini) ha cantato l’arte, e questa è stata la sua ballata.

“Vorrei restare sempre fedele a me stesso e dare voce, con i miei colori, alla ribellione dell’uomo che non vuol morire.”

Saturnino (1923-2003)

Monacò

Saturnino (Carlo Franzini)

Saturnino (Carlo Franzini)