“Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio.”

Ludwig Wittgenstein (1889-1951)

 

Kynodontas” (per il mercato americano “Dogtooth”) nasce nel depressivo contesto greco della crisi del 2008. Non c’è da stupirsi che in Paesi umiliati, oppressi dalla miseria, nascano film lucidamente corrosivi, pesanti, tanto deliranti quanto onesti – pensiamo non solo alla Grecia di Yorgos Lanthimos e di Alexandros Avranas, ma anche alla Romania di Cristian Mungiu, Cristi Puiu, Cristian Nemescu e prima di Lucian Pintilie. “Kynodontas” (2009) è una piccola produzione (250.000 Euro) partorita da un’agenzia pubblicitaria di Atene; riuscì a ricevere una Nomination per gli Oscar del 2011, e vinse a Cannes il Premio “Un Certain Regard”. In Italia, sfortunatamente, non è uscito in alcuna sala. Eppure la critica ha paragonato, più o meno giustamente – perlomeno come sentito tributo – Lanthimos a Lars Von Trier e Michael Haneke. Il nome del film, tradotto, significa “dente canino”. E’ ambientato in una villa, nella quale due genitori tengono segregati le due figlie e un figlio. Segregati da che cosa? Dal mondo, da qualcosa di sconosciuto, dalla vita, dalla libertà forse. Perché fondamentalmente ritengo “Kynodontas” un film sul concetto di libertà; sul cosa deve essere oggi la libertà; sul quale deve essere il suo nuovo, necessario, urgente significato. Un concetto della linguistica può chiarire il film: nel dire “gatto”, la serie ordinata di suoni che ne compone la parola ha un collegamento (arbitrario) con il concetto di “gatto” (ovvero, con l’idea comune di mammifero domestico) e con il referente (ovvero, il gatto reale di cui stiamo parlando). Il segno linguistico che realizza questo legame e permette la comunicazione tra individui. Fino a qui tutto è semplice: col linguaggio si circoscrive una porzione di realtà (un gatto ad esempio), gli si da un nome, e ci si orienta nel mondo. Anzi, si crea un mondo. Quali sono i rischi? Lo avrete già capito: “Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”. Questo è quanto Luigi Pirandello, con la consueta, onesta, profonda semplicità e senza troppi tecnicismi ha intuito. Questi sono i problemi fondamentali della filosofia del linguaggio, quelli che non facevano dormire Ludwig Wittgenstein. Ebbene, forse è possibile capire la portata di questi problemi solo vedendo questa pellicola. Intendo dire che, al termine di qualsiasi lezione universitaria sulla linguistica o sulla semiotica, sarebbe bene trasmettere questo film. Altrimenti il “tractatus” e una frase fondamentale quale è: “Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio”, rimarrebbero vezzi da ingegneri segaioli.

Veniamo a “Kynodontas”, al suo inizio: da una cassetta si sente la voce della madre che elenca una serie di parole ai figli, deformandone il significante. Ovvero, la madre afferma che “mare” è una “poltrona particolare”… e via così. Il potere, nella famiglia descritta, è perpetrato tramite il linguaggio. Ma se il linguaggio è forma di qualcosa che sarebbe senza forma, forse è bene vedere in questo esercizio di potere l’esercizio di ogni potere. Da sempre, come diceva appunto Pirandello, l’uomo cerca di schematizzare il reale appioppando ad una parte di esso una forma, seppure tutto è in divenire come un fiume; se pensate, questo non si fa solo con le parole. Questo procedimento è alla base dell’uomo: esiste una grammatica (non a caso, per Wittgenstein, licenziare la filosofia coincideva col chiudere i conti con la grammatica) per ogni sensazione. Un cenno, un’espressione, un colore, il tono di un discorso è forma. Pertanto il rischio è quello di cadere in un labirinto senza pareti. Se io parlo con un amico, al bar, di qualcosa che credo di avere visto ma che non esiste, il mio interlocutore e io rendiamo reale un qualcosa che non esiste. In altre parole, stiamo deformando il mondo, stiamo modellando la nostra vita e la nostra rappresentazione – di mondo – a partire da delle fandonie. Parleremmo di cose che non esistono, ma il parlarne ha risvolti reali. Quindi chi potrà permettersi di dire che le illusioni non abbiano valore di realtà? Non lo ha fatto nessun pensatore che sia profondo. E la famiglia di “Kynodontas” sembra trovarsi proprio nel mezzo di un labirinto senza pareti (nel breve racconto “I due re e i due labirinti” Jorge Luis Borges era riuscito a rendere labirintico anche un deserto). Deformata e appiattita, l’esistenza di questi tre sfortunati figli è un gigantesco, surreale, grottesco equivoco. Incapaci di orientarsi tra le cose, segregati in famiglia – il luogo più insospettabile dove il male vegeta –, questi personaggi incapaci di comprendere il quotidiano si fanno sempre più bidimensionali, disumani, e anche i loro amplessi, pur incestuosi, sono “solo” azioni meccaniche. L’umanità dei tre ragazzi è stata soffocata da questa realtà fittizia, fatta appunto di linguaggio, creata dai loro genitori. Per loro non c’è alcun tipo di autoconsapevolezza, pertanto nessuna capacità di discernere alcunché. Si assisterà quindi a scene tra le più disturbanti mai viste: questi tre spettri concettuali sperano che un aereo cada dal cielo, e chi lo prenderà se lo terrà. E gli aerei poi cadono, ma è la madre a gettare modellini sull’erba, di nascosto. Oppure il dolore che una delle ragazze prova nel tagliare il piede ad una bambola. Su tutto questo domina, come una presenza funesta, il demone del controllo.

Galvanizzato dall’insopportabile (finto) bianco degli ambienti e dei vestiti, il padre e la madre (Christos Stergioglou e Michele Valley) cucendo fini sensi di colpa sulla psiche di questi figli (Angeliki Papoulia, Hristos Passalis, Mary Tsoni) laddove essi sembrano vedere oltre il loro velo, proteggendoli dal Fuori. Il Fuori è un mistero per questi tre individui, è ciò “di cui si deve tacere”; è il mistero, e forse la libertà. Ogni tanto uno dei figli lancia all’esterno delle mura della villa (alte come quelle dei carceri) dei pezzi di torta, forse per risentimento verso un altro fratello del quale nulla si sa, ma che forse è riuscito ad evadere il “controllo”. Ma crediamo che, una volta aperta la porta della cella, l’oppresso desideri, riesca ad uscire? Qui ha ragione Silvano Agosti: “Schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà”.

Astraiamo un attimo il discorso, ora: questa famiglia potrebbe essere una società intera, che ha perso il valore delle parole, della comunicazione, del linguaggio, e che è incapace di ascoltare. E’ un caso che l’aforisma, in filosofia, sia pratica gettonata proprio nel ‘900, ovvero nel periodo di una spaventosa overdose di parole (pensiamo a Nicolás Gómez Dávila, a Emil M. Cioran, ad Albert Caraco, al nostro Manlio Sgalambro, a Guido Ceronetti, a Mario Andrea Rigoni, a Karl Kraus). Io vedo nello scrivere breve il desiderio di purificare il linguaggio, parola per parola, per giungere a restituire chiarezza alla nostra quotidianità. Non è cosa da poco; Cristina Campo scrisse che Fëdor Michajlovič Dostoevskij è “l’unico scrittore ad avere chiamato le cose col loro nome” e, credete, non è poco. Il verbo viene prima di tutto, qualcuno diceva che “era in principio”, e pertanto Lanthimos ci spinge, con lucida crudeltà, ad interrogarci su questo fondamentale aspetto della vita umana.

La famiglia di “Kynodontas” è tutto l’Occidente, l’Occidente prossimo al tramonto intravisto da Oswald Spengler, che ha represso l’uomo (la sua natura primitiva) con l’eccesso di ragione. Credo che l’equazione intravista da Giacomo Leopardi, da Cioran e dai soliti sia esatta: la ragione nega la vita, la vita nega la ragione. Più ragione c’è, meno si vive. Nella Vienna fervente di Kraus, di Wittgenstein, di Robert Musil, di Otto Weininger, di Egon Schiele, di Gustav Klimt e compagnia, ognuno, nelle sue declinazioni, esprimeva in fondo una verità contenuta in un saggio di Sigmund Freud che diceva: “La libertà non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura, e ha subito restrizioni con l’evolversi della civiltà”. Infatti, in “Kynodontas”, alcune scintille di vitalità umana affiorano dall’inconscio: una ragazza esterna (che si prostituisce per arrotondare lo stipendio, e che rappresenta l’unico contatto controllato col fuori) dice al ragazzo di averlo sognato come uno “zombie”. Già, perché repressa la ragione, l’inconscio (la volontà schopenhaueriana o quella di potenza, o quello che volete) spinge per frantumare la quarta parete. Quel figlio è effettivamente uno zombie; ma quando l’inconscio, che è libero, si chiude nella gabbia pensile del linguaggio, si è fermi al punto di prima. Una volta verbalizzato (reso forma) un messaggio proveniente dal fondo oscuro dell’essere (umano), quel messaggio diventa automaticamente manipolabile. Infatti, a questo personaggio, viene detto che “zombie” significa “fiorellino giallo”. Il dolore, in tutto questo, è assunto – e io sono d’accordo – a catalizzatore della libertà, a segno di umanità, a ricerca sentita di qualcosa di più vero oltre le apparenze. Quando, inaspettatamente, uno dei figli si taglia inondando di sangue l’insopportabile e fasullo candore dei mobili, non poté che affiorare alla mia memoria quel verso di “Hurt”, brano che chiude l’incubo “The Downward Spiral” dei Nine Inch Nails, dove Trent Reznor sussurra: “I hurt myself today / to see if I still feel”. Il sempreverde dolore, unico garante della coscienza.

Altre scintille vitali vengono dalla danza: in una immagine spaventosamente poetica, una delle due figlie, si spreca in una danza epilettica, via via sempre meno contratta (mi ricorda una poesia di Vicende Aleixandre, che racconta una danza tra due amanti, i quali liberano il loro amore dalla briglia del controllo per amarsi carnalmente, primitivamente, guidati dalla musica incalzante). E puntualmente la madre è pronta, col suo sguardo protettivo e morboso, a porre fine alle intuizioni subconscie di libertà della figlia. A differenza del collega di generazione Jorge Guillén, Aleixandre qui sembra avere ragione; non è poi così cialtrone abbandonarsi alla trivialità del subconscio. Del resto “bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”.

Lasciando perdere i poeti, ma solo per non dare l’idea del saccente col mignolo alzato, scomodati poc’anzi solo perché credo fosse giusto verbalizzare quanto questi problemi siano la chiave per moltissime correnti artistiche (come la già velatamente citata “Generazione del ‘27”) e per molto altro, torniamo a “Kynodontas”. Davvero tutto questo sta accadendo solo in una sfortunata famiglia greca? Se non fosse così, da cosa vuole liberarci Lanthimos? Io credo, e qui vengo al punto, che Lanthimos voglia ribadire l’unico vero valore: la libertà. La libertà di un essere di essere, a patto che non vada in contrasto con la volontà di un altro essere. Come capire, in quel caso, che si sta invadendo la sfera di influenza di un altro? Di nuovo, col linguaggio, cioè con le parole, col tono, con un cenno, con un modo di muoversi e quindi di essere. Pertanto il linguaggio è ciò che davvero ci permette di essere liberi, e data la sua potenza e il suo valore, anche di essere schiavi. Schiavi non nel senso di oppressi (torno alle parole di Silvano Agosti), ma nel senso di “non-lucidi”. Nel senso di bidimensionali, manipolabili… schiavi appunto. D’altra parte, sempre Agosti, disse: “Uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire …”.

Credete che, in prossimità della fine di questo capolavoro di onestà, cuore e testa che è “Kynodontas”, quando si aprirà per motivi che scoprirete il cancello della villa, col padre visibilmente incapace di perpetrare il controllo, quei suoi figli varcheranno la soglia della loro prigione?

La cosa peggiore, in tutto questo, è che questi genitori hanno creato la prigione mentale per i loro figli senza cattiveria. Per troppo amore. Va da sé che, altri temi derivati da questo punto, in questo film siano: la dipendenza affettiva (piaga dei rapporti umani odierni), il senso di colpa (organo di potere e controllo), l’incomunicabilità. Insomma, la nostra società spesso tratta i rapporti umani, specie l’amore, come fossero dipendenze; con la stessa morbosità, con la stessa mancanza di qualsiasi centratura nei due esseri. In “Kynodontas” frequenti sono le scene in cui il rapporto tra i familiari, visto mai come scambio disinteressato, ha lo stesso sapore di quella “cattiva coscienza” nata dalla sinergia creditore-debitore, dall’imperversare di quella “morale del gregge” descritta in alcune fra le pagine più roventi di sempre. Dicevamo, comunque, per troppo amore: infatti, in una sequenza tra le ultime, il padre canta “Fly Me To The Moon” di Frank Sinatra traducendo dall’inglese al greco le parole per i suoi figli. Ma traduce quella canzone in maniera discutibile: “Il papà ci ama. La mamma ci ama. Noi li amiamo? Sì, noi li amiamo. Amo le mie sorelle e i miei fratelli perché anche loro mi amano. La primavera riempie la mia casa. La primavera inonda il mio piccolo cuore. I miei genitori sono orgogliosi di me perché io faccio del mio meglio ma provo sempre a migliorarmi. La mia casa è meravigliosa e io la amo. E mai me ne allontanerò…”

Ma se tutto questo avviene per amore, Yorgos Lanthimos ci svela una verità ancora più tragica: l’uomo è sporco dentro. Punto.

P.S.
Tanto per cambiare.

Gianmaria Sisca

Kynodontas (2009)