Pensando alle innovative rivoluzioni in ambito musicale negli anni Sessanta e Settanta, l’attenzione volge in primo luogo soprattutto alle terre anglo-americane. L’innegabile fermento creativo di queste zone ha inequivocabilmente lasciato un segno indelebile sulla cultura del tempo, una traccia certamente positiva, che comunque, non ha per nulla inibito ulteriori e personalissime forme di espressione artistica. Ricordiamo per esempio, che cosa accadeva in Italia o in Francia in quegli anni, dove oltre alle consuete e ben note proposte, piccole formazioni o personalità interessanti offrivano qualcosa di diverso e veramente inedito. Presto, in Inghilterra, qualcuno si accorse che nella vicina Germania, stava accadendo qualcosa di piuttosto interessante: le prime copie di esportazione della Ohr, della Brain o della Pilz, cominciavano a comparire un po’segretamente nei negozi di dischi  e nomi come Faust, Amon Düül, Tangerine Dream o Ash Ra Tempel circolavano tra i nuovi e audaci “esploratori musicali”. La stampa inglese si interessò quasi subito al nascente fenomeno del rock tedesco etichettandolo sbrigativamente con il termine krautrock (un tantino superficiale, ma ormai parte integrante del linguaggio musicale e giornalistico), usato comunemente anche da Mr. John Peel. I Faust, una delle formazioni protagoniste della “scena”, replicheranno divertiti utilizzando il termine per intitolare un celebre brano dal loro quarto album. L’ingenua classificazione, generalizzava in realtà una varietà musicale estremamente vasta comprensiva di molteplici umori: dall’improvvisazione collettiva, alla sperimentazione elettronica, dal free jazz, alla musica colta, includendo moltissime altre sfaccettature.
Per quali ragioni molti giovani scelsero questa direzione…?

Le motivazioni di una creatività così vulcanica vanno rintracciate anche nel contesto storico/sociale. Con il 1945 e la fine del conflitto mondiale, la Germania era davvero desiderosa di riscattarsi e risollevarsi da un passato negativo, mediante una rinascita e una re definizione culturale. Questo spirito ebbe una particolare influenza sulla generazione post bellica, comunque ben consapevole della situazione al di fuori del Paese, ma desiderosa di emanciparsi dall’influenza anglo-americana scegliendo una personale direzione, che ne cogliesse comunque l’impulso creativo rielaborandolo e generando un linguaggio davvero unico. Ciò influì sull’arte, sulla musica e sul modo di concepirla. La genesi e l’affermazione del krautrock si lega indissolubilmente al Festival di Essen del 1968, e almeno spiritualmente alla massima di Joseph Beuys: “Ognuno è un artista”. Proprio così, il krautrock  fu in primis un mezzo d’espressione alla ricerca di un linguaggio proprio, personale e unico. Chiunque, artista, musicista, non musicista, accademico e non, era libero di esprimersi, scoprendo e trovando una personale dimensione, talvolta più esplorativa che prettamente musicale. Lo strumento era soprattutto mezzo, tramite, fonte sonora, spesso utilizzato in modo decisamente poco ortodosso. Questo spirito di ricerca fu alla base delle prime sperimentazioni, talvolta pregne di un affascinante incompiutezza naive. A partire proprio dall’idea del maestro, Conrad Schnitzler, allievo di Beuys alla Kunstakademie di Düsseldorf, dove quest’ultimo insegnava “Scultura Monumentale”, dopo alcune esperienze in campo artistico, si convertì alla musica, sperimentando con la materia suono e fondando con Hans-Joachim Roedelius e Boris Schaak lo Zodiak (o Zodiac) Free Arts Lab. L’edificio, una comune/laboratorio davvero singolare, nacque a Kreuzberg, un distretto di Berlino Ovest. C’erano due grandi stanze, una bianca con molti mobili, la stanza delle idee, dei progetti e delle conversazioni e una nera con quattro ponteggi usati per sedersi o come palchi. Da questo curioso posto, passarono tutti i primi “santoni” del kraut, da Klaus Schulze, ai Tangerine Dream, che scoprirono i sintetizzatori e i “marchingegni” della stanza nera. Anche gli Ash Ra Tempel e gli Agitation Free suonarono spesso lunghissime jam spontanee, talvolta accompagnate da spettacoli. Lo Zodiak era comunemente frequentato da ragazzi e studenti d’arte, che, nella stanza bianca, discutevano e si scambiavano opinioni. Uno di questi era Dieter Moebius, che divenne presto amico di Schnitzler e Roedelius, formando con loro i Kluster (diventati Cluster dopo l’uscita di Schnitzler). Berlino, con la sua varietà e le sue contraddizioni sociali, fu genesi e apogeo di una “scena non scena”. Nessuno dei musicisti infatti, si è mai riconosciuto ufficialmente come entità di un movimento, anche perché le proposte furono molto diversificate e di varia collocazione. Mentre a Berlino avveniva tutto ciò, a Düsseldorf Ralf Hütter e Florian Schneider, due giovani studenti di musica che si erano conosciuti alla scuola di Karlheinz Stockhausen, cominciarono a sperimentare con l’elettronica esprimendo in musica le inquietudini della società post industriale alienata e meccanizzata. Suoni concreti, ronzii, ritmiche pulsanti ed insistenti, erano inizialmente ancora dotati di una “superficie umana” frutto della commistione tra strumenti acustici/elettrici ed elettronici, e in questo senso i primi due album furono esemplari, come del resto il poco noto (a torto) “Tone Float” a nome Organisation, uscito nell’agosto del 1969 e prodotto da Conny Plank. Hütter ricorderà qualcosa di molto interessante riguardo l’atmosfera di queste sessions: “Lo studio era nel bel mezzo di una raffineria di petrolio. Quando uscivamo dalla porta, potevamo sentire il suono di quelle grandi fiamme che bruciavano e fumavano – tutti i tipi di rumori industriali”. Come dimenticare inoltre, il primo mitico “cono stradale rosso fluorescente”, “Kraftwerk 1”, con la ritmica affidata al braccio di Klaus Dinger (in questo caso preferito alle successive drum machine). L’essenza kraut dei Krafwerk è rappresentata da questi album coronati nel 1973 dal mitico “Ralf & Florian”, interessantissimo ibrido tra i primi esperimenti e i Kraftwerk classici che meglio conosciamo, totalmente dediti al suono elettronico.

Le prove degli albori, furono un vero esempio di artigianato elettronico di pregevole fattura, sicuramente non facilmente fruibili, ma dotati di un’importanza fondante nella definizione del suono di Düsseldorf. Dopo il primo album, Dinger fonderà con Michael Rother, i NEU! (con il punto esclamativo…), formazione pionieristica, dal suono ruvido e basico, guidato dal martellante ostinato in 4/4, conosciuto ai più come Motorik, e da suggestive tessiture chitarristiche anticipatrici di certi umori frippertronici. Ciò che rese (e rende tuttora) unici questi lavori è da una parte l’assenza di riferimenti immediati, e dall’altra, soprattutto, una concezione compositiva totalmente in antitesi rispetto alla maggior parte della musica del tempo. L’interesse per il virtuosismo è pressoché assente e le progressioni armoniche sono estremamente semplici e statiche, rivalutando il potenziale dell’iterazione e della stratificazione come aspetti centrali. La musica sembrava generarsi da se in un continuo e inebriante moto perpetuo.
Se Düsseldorf indagò maggiormente su questi aspetti musicali, a Colonia i Can si avvicinarono molto al concetto di musica universale teorizzato da Stockhausen. Risulta persino difficile rendere a parole cosa siano effettivamente i Can: ritmo, jazz, musica contemporanea, uniti da una graduale consapevolezza etnica acuitasi particolarmente nel secondo periodo a partire da “Future Days” (1973). Certamente, l’incontro e la cordiale ospitalità di un abbiente benefattore furono molto importanti. Il suo castello, lo Schloss Nörvenich, disponeva di enormi stanze libere, adibite a perfezione per prove e registrazioni. Con le idee non chiarissime e i trascorsi avanguardisti di Holger Czukay e Irmin Schmidt, diedero vita a una musica sorprendentemente innovativa, aggiornando dal loro punto di vista gli insegnamenti dei Velvet Underground e la psichedelia, prima con la folle voce black di Malcolm Mooney e poi con i sussurri di Damo Suzuki, un artista di strada giapponese, incontrato fuori da un bar di Monaco e direttamente invitato a esibirsi con il gruppo per la performance serale… chissà se Damo sapeva che nello stesso periodo, un gruppo di artisti del posto aveva fondato una comune politico/artistica, ispirandosi al Dio egizio del Sole Amon, probabilmente si. Certamente questo fu l’inizio della storia di una delle band più importanti del rock tedesco: gli Amon Düül, e l’occasione per i Can di concretizzare tutte le loro potenzialità. La musica dei Can poteva essere incredibilmente potente, sprigionare una forza inaudita, ma esprimere anche una delicatezza piacevolmente subliminale, ricca di piccolissimi dettagli mai casuali… Hans-Joachim Irmler, all’epoca un giovane musicista, vide un loro concerto rimanendone letteralmente sbalordito. Con il senno di poi, potremmo dire anche che non c’era niente che potesse lontanamente avvicinarsi alla band che Irmler stava per fondare. A Wümme, una cittadina della Bassa Sassonia nei pressi di Amburgo, Werner “Zappi” Diermaier, Irmler, Arnulf Meifert, Jean-Hervé Péron, Rudolf Sosna e Gunther Wüsthoff fondarono i Faust. Guidati da Uwe Nettelbeck, un abile giornalista e produttore discografico, i Faust riuscirono a guadagnarsi un corposo anticipo dalla Polydor, grazie all’originalità del progetto e alle innate doti del loro nuovo manager. L’idea era di promuovere una musica totalmente spontanea, in grado di stravolgere e ridefinire i canoni del rock. Una vecchia scuola di Wümme, diventò studio personale e “covo sperimentale” del curioso ensemble. Tra prove, jam collettive, folli tentativi, il gruppo realizzò una moltitudine di tracce poi cucite tra loro con impeto burroughsiano, sino a dar vita al primo incredibile e sconcertante album omonimo nel 1971… schegge di Rolling Stones, intermezzi bandistici, frammenti rumoristici, tracce zappiane, decisamente troppo per la stampa e il pubblico del tempo. Il vinile trasparente e la “copertina con la celebre lastra della mano”, ebbe comunque l’effetto sperato, tanto da far innamorare perdutamente uno come John Peel, che, di conseguenza, importò via etere i Faust, entrati così in Inghilterra e giunti alle orecchie di un ancora giovane ma avveduto Richard Branson che, visto il clamore del primo e del secondo lavoro, “So Far” (1972), decise di scritturarli come “Band Tedesca” della sua nuova etichetta, l’ancora piccola e inesperta Virgin. Con la nuova casa discografica i Faust realizzano il celeberrimo “The Faust Tapes” (1973) – oggi particolarmente caro in vinile, ma in realtà venduto in origine al prezzo di un singolo! – e “Faust IV” nello stesso anno. Nel frattempo sempre nei Manor Studios, situati nell’Oxfordshire, un altro giovane musicista stava armeggiando tra nastri, loop, tastiere e campane tubolari, non ancora conscio delle fortune che questo lavoro gli avrebbe portato, ma questa è un’altra storia…
Per i Faust, purtroppo, il contratto con la Virgin finì troppo presto, dopo il quarto album, il più prossimo ai territori rock, e probabilmente il migliore per i neofiti che vogliano addentrarsi nel loro mondo. In realtà esiste anche un misterioso e interessante “Faust V” (1975) in cassetta promozionale Virgin, decisamente sperimentale, e per questo forse non pubblicato, ma per fortuna reperibile grazie alle “nuove tecnologie…”.

Questo breve itinerario nel Rock Tedesco, un piccolo preludio, mostra quanto ciò che viene comunemente chiamato krautrock, sia in realtà un mondo vastissimo e con proposte agli antipodi e talvolta contrastanti, Ash Ra Tempel, The Cosmic Jokers, Tangerine Dream, possono essere considerati cosmici, kraut, così come spesso figura nel genere anche il buon Florian Fricke e i suoi Popol Vuh (qualcuno forse lo ricorderà anche per averlo visto ne “L’Enigma Di Kaspar Hauser” dell’amico Werner Herzog, per cui compose molte colonne sonore). Comprendiamo quindi quanto le differenze tra le varie formazioni di questo piccolo mondo siano talvolta abissali, così come gli approcci alla musica; i Faust sono una chiara dimostrazione di questo aspetto e una voce davvero unica da ascoltare, con consapevolezza…

Marco Calloni

Faust

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